Le risposte alle domande di Scelgo Democratico
Europa e integrazione europea
1. Secondo lei, l’obiettivo dell’Europa deve essere la creazione di uno Stato Federale Europeo? Lei è favorevole a questa prospettiva in tempi brevi?
Credo che la funzione dell’Unione europea oggi sia quella di offrire risposte e opportunità adatte ai tempi in cui viviamo.
Nel dopoguerra e fino alla caduta del muro di Berlino, l’Unione europea è stata prima di tutto garanzia di pace e stabilità: non a caso i padri fondatori dell’Europa, e tra questi l’italiano Altiero Spinelli, ritenevano che le aspirazioni massime degli Stati d’Europa si dovessero perseguire puntando alla creazione di uno Stato Federale Europeo.
Oggi il contesto sociale e politico è profondamente cambiato e non sono certa che si possa ancora parlare di ‘federalismo europeo’ negli stessi termini in cui se ne parlava fino a qualche anno fa: si fanno largo ipotesi di ‘cooperazioni rafforzate’ tra gruppi di Stati membri ed è evidente a tutti che le battute di arresto dei referendum per la Costituzione Ue in Francia e Olanda e per il Trattato di Lisbona in Irlanda costringano tutti a una seria riflessione sul futuro politico dell’Unione europea.
Federalismo europeo sì, dunque, ma in una cornice rinnovata che tenga conto delle enormi e nuove sfide alle quali è chiamata a dare una risposta l’Europa: per il rilancio dell’economia, del lavoro, dei consumi, delle opportunità.
2. Quali sono i tre principali settori dove, secondo lei, i poteri del Parlamento Europeo dovrebbero essere rafforzati ed estesi?
L’Unione europea ha fatto passi da gigante sul terreno della creazione di un mercato unico, per l’apertura delle frontiere e la libera circolazione di persone, merci e servizi. Ma su altri due versanti manca ancora di una iniziativa chiara: mi riferisco alla politica estera e di sicurezza comune e alla cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale.
Negli ultimi cinque anni di legislatura europea il Parlamento ha proposto molto, sia sul versante della politica estera che della cooperazione in materia penale: basti ricordare le nette prese di posizione dell’assemblea di Strasburgo a favore di una gestione multilaterale dei conflitti internazionali o ancora i pronunciamenti a favore dell’istituzione dei primi strumenti di coordinamento in materia penale, per combattere i cartelli criminali internazionali e sconfiggere le mafie. Ma su questi due temi, che nel gergo delle istituzioni europee chiamiamo ‘pilastri’, il diritto di intervento del Parlamento europeo è ancora estremamente limitato. E così, gli Stati nazionali continuano a opporre veti in funzione dei propri interessi particolari, invece di riconoscere al Parlamento europeo quella centralità decisionale che permetterebbe all’Europa di fare il salto di qualità che merita.
3.Lei è d’accordo con l’affermazione secondo cui la mancanza in seno al PE di un forte gruppo parlamentare realmente europeista sia una delle ragioni del rallentamento del processo di integrazione europea?
L’integrazione europea è un processo in divenire e si articola in accelerazioni e battute di arresto. In ogni paese, poi, il dibattito sul futuro dell’Europa si intreccia con gli interessi nazionali e segue anche le dinamiche del dibattito politico interno, con le sue sensibilità e peculiarità. Per queste ragioni non credo che farebbe bene all’Europa avere un gruppo parlamentare di ‘europeisti puri’: ci sono infatti molti ‘europeismi’ diversi, a seconda della matrice culturale che li fonda e legittima, e proprio questa articolazione di posizioni sta alla base di un lavoro comune e trasversale che già oggi molti eurodeputati ‘europeisti’ portano avanti assieme ai colleghi ‘europeisti’ di altri gruppi politici. Guai se i diversi ‘europeismi’, invece di lavorare al rafforzamento di una comune strategia politica pur all’interno dei rispettivi gruppi politici, si dividessero su chi ha diritto alla patente europeista e chi no.
4. Secondo il suo punto di vista, cosa bisognerebbe fare per incentivare e favorire il processo di integrazione europea?
Non c’è dubbio che l’Europa viva una difficile stagione politica, forse la più difficile dal boom economico degli anni ‘60 ad oggi. E la crisi dell’Europa è una crisi di consenso: le sue strutture e istituzioni vengono spesso percepite distanti, troppo macchinose, dal funzionamento complesso e misterioso. Che fare allora? La mia proposta è che Commissione, Consiglio e Parlamento si ritrovino in una Conferenza Intergovernativa per varare una seria “Agenda delle Opportunità” che tracci impegni tangibili e verificabili su almeno tre politiche: i giovani, le imprese, l’occupazione. Su ognuno di questi temi, l’Ue ha il dovere di elaborare una visione, un percorso e degli obiettivi: deve essere in altri termini protagonista di un nuovo piano di rilancio degli strumenti a disposizione dei cittadini europei per studiare, formarsi, lavorare, fare impresa in un mercato aperto e competitivo. Solo così possiamo ripristinare una fiducia nell’Europa che a rappresentato tanta parte della nostra storia recente.
Diritti civili
1. Secondo lei, sul tema dei diritti civili, l’Europa dovrebbe poter stabilire delle linee guida che tutti gli Stati europei devono poi rispettare?
Certamente sì. Il mondo sta cambiando e con esso la società europea. È dunque naturale e positivo che anche le istituzioni europee si interroghino sull’evoluzione dei diritti dell’individuo e sul modo migliore per venire incontro alle legittime ambizioni dei cittadini europei. Grande e determinante impulso al tema dei diritti civili verrà dato nel corso della prossima legislatura europea, quando il Parlamento europeo sarà chiamato a riesaminare la direttiva orizzontale contro le discriminazioni. Il mio contributo, se sarò rieletta, sarà energico e puntuale, come pure il successivo monitoraggio su come l’Italia recepirà il testo nei propri ordinamenti.
2. Sul testamento biologico, lei sosterrebbe in Europa, se ne avesse la possibilità, una legge di indirizzo basata sugli stessi principi del progetto del Senatore Ignazio Marino?
Senza alcun dubbio. Su questo ed altri temi è giunto il momento che l’Italia si muova in sintonia con l’Europa, nel rispetto del diritto all’autodeterminazione di tutti.
3. Si batterebbe in Europa per ribadire che le coppie omosessuali debbano avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali?
Un si incondizionato, sulla scorta delle peraltro già numerose indicazioni fornite dal Parlamento europeo a questo proposito.
4. Qual e’ secondo lei il giusto equilibrio tra il rispetto dei diritti e il rispetto delle coscienze individuali?
La migliore risposta è già di fatto contenuta nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e in particolare nei capi II (libertà) e III (uguaglianza).
Sicurezza sul lavoro, salario minimo, Welfare
1. Alcuni Stati europei sono contrari ad una regolamentazione europea dei diritti dei lavoratori. Di fronte ad una ipotetica minaccia, da parte di alcuni Paesi, di uscire dall’Unione nel caso in cui si andasse in quella direzione, lei privilegerebbe l’estensione dei diritti o il mantenimento di tutti i membri?
L’Europa nasce per i cittadini europei e non il contrario. Va da sé, dunque, che va privilegiata una estensione dei diritti dei lavoratori. Altre scelte condannerebbero l’Ue all’impopolarità e alla marginalità politica rispetto agli Stati nazionali.
2. Il PD ha riconosciuto come battaglie centrali negli ultimi mesi quelle per il salario minimo e la sicurezza sul lavoro, oltre a quelle da sempre portate avanti nei campi della salute e del Welfare in generale. Secondo lei, è pensabile l’idea di un “welfare europeo”, ovvero di stabilire delle garanzie minime per i lavoratori e i cittadini degli stati membri? Quale potrebbe essere un obiettivo realistico in questa direzione, e come potrebbe essere conseguito?
Prima di tutto, è necessario che gli Stati nazionali si decidano a consegnare a Parlamento europeo e Commissione europea la chiave delle decisioni che saranno alla base di una comune identità europea a favore di standard minimi uniformi di welfare. È poi imperativo investire in formazione e innovazione: pensiamo a quanto avrebbero da imparare i nostri enti locali e regionali dal contatto diretto, strutturato in progetti e sostenuto finanziariamente, con i numerosi esempi di buona prassi nella gestione dei servizi sociali di prossimità che alcuni Stati nazionali e autonomie locali possono oggi vantare.
Ambiente, Trasporti ed energia
1. Secondo lei, le politiche per la lotta al surriscaldamento globale dovrebbero essere incoraggiate anche se a discapito della crescita economica e dell’occupazione?
Le politiche contro il surriscaldamento globale non devono necessariamente cozzare con le esigenze del mercato, come ha bene spiegato il Presidente Obama nel corso della presentazione del suo vasto piano per il recupero ambientale. Certo, è vero che gli Stati Uniti sono una cosa e l’Europa è un’altra, ma l’Ue sta iniziando a fare la sua parte: la Germania, motore industriale della vecchia Europa, ha già avviato ambiziosi piani di riconversione energetica, e anche l’Europa politica ha iniziato a stabilire ferrei criteri per ridurre le emissioni di gas serra, aumentare l’efficienza energetica e raggiungere ambiziosi livelli di fonti di energia alternative. Continuiamo così, perché dobbiamo recuperare decenni e decenni di dissennate politiche energetiche e ambientali.
2. Oggi “i fondi comunitari dedicati a tutelare l’ambiente sostengono vari progetti, quali la costituzione di economie rurali, competitive e rispettose dell’ambiente, con la maggior parte dei fondi destinati agli agricoltori, l’adeguamento del settore della pesca all’impoverimento degli stock di pesce, o i programmi ambientali che incoraggiano la tutela dell’ambiente in tutti i progetti politici.” Secondo lei, sarebbe giusto spostare una parte di questi fondi ambientali da pesca e agricoltura al sostegno delle energie rinnovabili? Se si, quanti di questi fondi (una piccola parte/una buona parte/la maggior parte).
Si, ho sempre creduto nella riconversione di parte delle risorse destinate alla Politica Agricola Comune (PAC) a favore di politiche di prospettiva, in particolare a quelle per la sostenibilità ambientale e idro-geologica e per l’efficienza energetica dell’Ue. Alcuni passi in avanti sono stati fatti, come per esempio il disaccoppiamento nella gestione delle produzioni agricole, ma più impegno può e deve essere messo sulla qualità delle produzioni più che sulle quantità prodotte: è, questo, un cambiamento di attitudine che può innestare un nuovo circolo virtuoso per il futuro ambientale ed ecologico dell’Europa.
3. In considerazione delle peculiarità dei prodotti enogastronomici e delle biodiversità agricole italiane, e di quanto esse rappresentano in termini di ricchezza nazionale e di incentivo alla nostra offerta turistica, crede che gli europarlamentari italiani dovrebbero fare blocco per difenderli se necessario? Secondo lei, in casi come questi è più importante privilegiare l’interesse nazionale o la solidarietà come gruppo europeo?
Su questo tema ci sarebbe moltissimo da dire. Durante i molti mesi del mio impegno al Parlamento europeo ho capito quanto sia puntuale, effettivo e meticoloso il lavoro dei nostri colleghi tedeschi, francesi, spagnoli e altri nel difendere le posizioni nazionali a prescindere dagli schieramenti politici. È quanto abbiamo fatto anche noi italiani (penso alla battaglia per la riforma della PAC, del sussidio alle colture di tabacco, per informazioni alimentari corrette, a favore del marchio di origine sui prodotti alimentari), ma che dalla prossima legislatura andrebbe articolato in forma strutturata, con l’esclusivo obiettivo di portare a casa gli obiettivi che danno slancio e vigore alle nostre produzioni agroalimentari, tessili, merceologiche e alla filiera turistica e dei consumi ‘made in’.
4. La questione del nucleare e’ abbastanza complessa e riguarda, tra gli altri, costi effettivi (costruzione, mantenimento e funzionamento, smantellamento), messa in sicurezza degli impianti e delle scorie prodotte, tempi di costruzione, comprendente anche l’accettazione da parte delle popolazioni vicine al luogo interessato, e gas serra, in un delicato bilancio che non sempre risulta a favore delle centrali a fissione rispetto ad altre forme di energia alternativa. A suo modo di vedere, in un programma europeo per la differenziazione delle fonti energetiche, quale ruole deve essere riservato al nucleare ? E perché?
Le “famose” centrali nucleari di IV generazione non sono la terra promessa, come qualcuno alcuni mesi fa ha voluto farci credere. Le informazioni relative alle garanzie di sicurezza per questo tipo di impianti non sono ancora sufficienti, e tra l’altro la produzione del nucleare è legata a risorse (quali ad esempio l’uranio) che sono destinate all’esaurimento.
Sul tema del nucleare sappiamo che l’Europa non ha competenze e che i 27 Stati membri si muovono ognuno secondo sensibilità proprie: per quanto mi riguarda, mi batterò per evidenziare i costi elevatissimi dello smaltimento delle scorie nucleari e per invitare l’Europa a una più energetica politica a sostegno delle tecnologie avanzate.
Libertà d’informazione
1. Secondo lei, il problema della concentrazione del potere mediatico all’interno dei singoli Paesi europei deve essere affrontato principalmente come un problema legato all’antitrust e alla concorrenza, oppure come un problema legato alla democrazia? In ogni caso, crede che si dovrebbero stabilire a livello europeo dei tetti pubblicitari per i diversi mezzi di informazione (TV, carta stampata, internet, etc.)?
Una sana democrazia vive di un sistema d’informazione libero, aperto, competitivo: sarebbe sbagliato leggere le esigenze dei media con le esclusive lenti del mercato.
Ho sostenuto al Parlamento europeo e continuerò a sostenere, sia in qualità di deputata europea che di cittadina, ogni iniziativa della Commissione e del Consiglio tesa a definire uno spazio comune per le comunicazioni radio-televisive che garantisca libertà e concorrenza del settore, anche a cominciare dalla gestione degli spazi pubblicitari.
In Italia, invece, siamo in presenza di un conflitto di interessi che non ha analogie tra tutte le democrazie evolute del mondo.
2. Secondo lei le regole minime sugli standard di democrazia per i Paesi della UE, anche per Paesi che ne fanno già parte, devono considerare anche i temi della libertà d’informazione? A suo giudizio, la situazione italiana come dovrebbe essere valutata secondo criteri in questo campo (normale, delicata, grave, molto grave)? E secondo lei come dovrebbero essere affrontate eventuali violazioni di questi standard da parte di Paesi già membri?
Come dicevo, il caso italiano è del tutto unico nel suo genere. Sono generalmente contraria ad utilizzare i consessi europei per sollevare questioni tutte di politica interna, come se l’Europa servisse quale strumento per scalfire la credibilità politica dei nostri avversari. Detto questo, però, non c’è dubbio che la questione del rapporto tra libertà e informazione tocchi in Italia uno dei suoi picchi più allarmanti.
La carta dei diritti fondamentali dell’Ue non lascia adito ad equivoci: la libertà di informazione deve essere rispettata. Ma per passare sul terreno pratico, di cose e come possa fare l’Europa per vincolare gli Stati membri al rispetto di questo principio, sarà necessaria una revisione dei Trattati.
3. Cosa ne pensa della possibilità, di cui si parla in questi giorni, di emanare leggi che in qualche modo limitino e controllino il flusso di informazioni su internet?
Mai tema è stato tanto scottante. Nel 2005 il Parlamento europeo respinse al mittente la proposta di istituire dei brevetti sul software. Nel 2007, poi, gli eurodeputati hanno sancito la non perseguibilità penale degli utenti internet che scaricano contenuti protetti dal diritto d’autore. Insomma, in un caso e nell’altro il Parlamento europeo si è mostrato più all’avanguardia delle altre istituzioni Ue. Anzi, il Parlamento europeo ha fatto da apripista a una nuova corrente di pensiero: quella che ritiene oggi internet strumento fondamentale per il futuro individuale dei cittadini europei, che si batte contro il digital-divide e per una migliore e più efficiente gestione dei contenuti on line.
Ho motivo di ritenere che questa sia ormai una posizione dominante in Europa e continuerò ad impegnarmi per un internet che tuteli la privacy dei suoi utenti, nel pieno rispetto dei diritti degli autori ed esecutori.
Impegni personali se verrà eletto
1. Oggi i dati sulle assenze dei singoli deputati europei sono riservati. Lei è disposto ad impegnarsi a rendere pubblici i dati riferiti alla sue assenze? E’ favorevole a votare una modifica dei regolamenti perché il Parlamento Europeo renda pubblici questi dati per tutti i deputati?
Certamente sì. Ma chiedo, contestualmente, che il Parlamento europeo renda pubblici anche i dati relativi all’attività emendativa e di commissione parlamentare svolti da ogni singolo deputato: solo così è possibile farsi un’idea chiara e precisa dell’attività dei deputati.
Oggi, infatti, senza dati relativi all’attività emendativa e di commissione parlamentare, i deputati possono paradossalmente disertare il faticoso e intenso lavoro di commissione, che è poi il cuore del lavoro di ogni bravo deputato, e risultare deputati attivissimi in quanto presenti al momento del voto. Non è così, perché l’attività di eurodeputato è molto più di una banale questione di tasti da premere al momento del voto.
2. Lei personalmente a quale raggruppamento europeo vorrebbe aderire nel PE: PSE, ALDE, o un altro da creare?
Oggi sono deputata del Gruppo del PSE e domani, qualora venissi rieletta, non intendo abbandonare i miei compagni di avventura di questi anni.
3. Attualmente il conservatore José Manuel Durao Barroso con l’appoggio unanime del PPE (suo partito di appartenenza) e di una parte sostanziale del PSE sembra essere destinato ad un secondo mandato come presidente della Commissione Europea. Lei è d’accordo? Non pensa che le forze europee riformiste e di sinistra debbano promuovere un candidato che sia espressione di una Europa diversa da quella rappresentata dal candidato conservatore portoghese?
Chi, come me, in questi mesi ha vissuto quotidianamente gli spazi delle istituzioni europee sa quanto sia inadeguata e sbagliata la leadership di Barroso alla testa della Commissione Europea. L’Europa ha bisogno di una boccata di ossigeno che Barroso ha dimostrato ampiamente di non poter offrire: con lui, la Commissione Europea è divenuto il luogo dei provvedimenti amministrativi, burocratici, incapaci di tracciare un percorso di sviluppo e una visione per il futuro politico dell’Unione.
Non so se avverrà, visti i tempi ristretti, ma credo che le forze riformiste e progressiste avrebbero tutti i numeri per contendere a Barroso, anche sotto il profilo delle candidature, la leadership della Commissione a Bruxelles. Certo, molto dipenderà da come si pronunceranno gli elettori europei il 6 e 7 giugno prossimi…