Archivio Mensile: ottobre 2009

Dentro o fuori?

Immagine dal blog "Anellidifumo"

“Francesco Rutelli era il segretario della Margherita, che insieme ai Ds ha dato vita al Partito democratico. Se se ne va il segretario della Margherita, il Pd somiglia un po’ di più al Pds”. Mario Adinolfi avanza una richiesta al neosegretario: “A Bersani chiedo di farsi carico concretamente della necessità di dimostrare che il suo Pd è una cosa diversa dalla Cosa 3 immaginata da Massimo D’Alema, perché è chiaro che nella Cosa 3 chi ha una radice diversa da quella pidiessina fa fatica a starci. Bersani avrebbe dovuto spendersi di più per trattenere Rutelli, non vorrei che in sostanza la linea di chi ha vinto il congresso sia quella di spingere i ‘non omogenei’ verso la porta d’uscita del Pd. Ovunque, in rete e non solo, spunta un tic antico e c’è chi festeggia la fuoriuscita di Rutelli. Io lancio un appello al già segretario della Margherita affinché ritorni sui suoi passi. Mi sembra che ad oggi un appello del genere l’abbia lanciato solo io ed è un fatto grave”.

Mario Adinolfi

Parità (cose impensabili nel nostro paese)

L’organizzazione delle migliaia di volontari per i prossimi mondiali di calcio sarà in mano a una donna. E intanto scivoliamo al 72esimo posto nella classifica dei paesi per la parità di genere (il Sud Africa è al 20esimo)

Inneres Auge

Il testo dell’ultima canzone di Battiato.

Chi vuole ascoltarla clicchi qui.

Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando – o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti – precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina – Uno dice che male c’è a organizzare feste private – con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato? – Non ci siamo capiti – e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti? – Che cosa possono le Leggi dove regna soltanto il denaro? – La Giustizia non è altro che una pubblica merce… – di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori – se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente – La linea orizzontale ci spinge verso la materia, – quella verticale verso lo spirito – Con le palpebre chiuse s’intravede un chiarore – che con il tempo e ci vuole pazienza, – si apre allo sguardo interiore: Inneres Auge, Das Innere Auge – La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito – Ma quando ritorno in me, sulla mia via, – a leggere e studiare, -ascoltando i grandi del passato… – mi basta una sonata di Corelli, perchè mi meravigli del Creato!”

Quel liberal nordista di Marino

di Lucia Annunziata su La Stampa

Non solo il terzo risultato, il terzo posto. Piuttosto, l’identificarsi di una voce «liberal» all’interno del voto del centrosinistra di domenica.

Supercittadina, giovane, professionale, nordica. Insomma, un voto tipico del settore della modernità. Non dissimile da quello che in Usa è chiamato urban radical, che anche in elezioni sfortunate come quelle del 2004 ha costituito la roccaforte del consenso democratico, e che nel 2008 è stata una delle basi su cui si è innestato il consenso a Obama. Né lontano da quello della classe media dei nuovi professionisti il cui protagonismo negli Anni Novanta decretò il primo successo di Tony Blair.

Sono, mi rendo conto, affermazioni un po’ audaci, e forse affrettate. Ma in questo caso scomodiamo i «sacri» nomi di Obama e Blair non per incoronare un nuovo leader, ma per cercare di trovare termini di paragone per capire nuove tendenze. E se qualcosa di nuovo è emerso nelle primarie, è proprio il voto per Marino, che non appare affatto come un voto residuale, cioè di chi è finito in coda alla lista dei contendenti, bensì un voto «terzo», come ben appare dalle analisi possibili già ieri sera, su 2 milioni e poco più di schede scrutinate, pari a 7176 sezioni su un totale di circa diecimila.

Bersani ha avuto 1.081.532 preferenze, Franceschini tocca quota 697.759 (34,4%), Marino arriva a 249.784 voti (12,3%). Le schede bianche e nulle sono state 33.807 (1,6%). Bersani supera il 50% in tutte le regioni tranne Friuli, Toscana, Lazio, Sicilia e Valle d’Aosta. In nessuna, comunque, Franceschini risulta vincitore. Solo in Puglia supera di poco il 40%. La lista Marino che poi, forse, alla fine dello spoglio si assesterà – dicono gli analisti – intorno all’11 per cento nazionale, non solo ottiene più del previsto, ma in alcuni luoghi fa dei veri e propri exploit , quali il 16,55% in Liguria, il 17,88 in Piemonte e il 18,28 in Lazio.

La localizzazione, cioè il dove si è aggregato, è la prima chiave di identità di questo voto. Su «Termometropolitico.it», un sito molto stimato fatto da giovani studiosi di trend elettorali, era possibile ieri guardare sia in numeri che in immagini l’Italia che esce dalle primarie. A differenza degli altri due candidati il cui voto è molto più a macchia di leopardo (in particolare questo vale per Franceschini), il consenso dato a Marino va dal Nord al Sud in perfetta discesa. Insieme alle citate Piemonte e Liguria, il Trentino dà a Marino il 14,52%, il Veneto il 16,78, la Val d’Aosta il 16,80, la Lombardia il 15,74, la Toscana il 13,11% e il Lazio il 18,28 per cento. Da lì il consenso a Marino va giù seguendo la curva del Sud – toccando in Campania il 5,30, in Calabria il 4,30, in Puglia il 7,62. Alcuni di questi risultati al Sud si spiegano con la solidità con cui (nel bene e nel male) gli ex Ds o ex popolari ancora oggi fanno blocco nelle regioni del Sud. Ma non è del tutto vero: se si guarda ad esempio alle città, si vede come Bersani e Marino convivono perfettamente.

Ad esempio proprio a Milano, a Roma, e a Torino, il voto di Bersani che è ampio in tutte le periferie industriali delle città, tende poi a cedere spazio al voto di Marino mano mano che ci si avvicina ai centri storici.

Questo intreccio si ritrova ben rispecchiato nella disamina del voto sulla base dell’età. Scrive «Termometropolitico.it»: «Marino raggiunge o sfiora il 20% tra i giovanissimi, cioè dai 16 ai 24, per poi diminuire fino al 10 per cento scarso ottenuto tra gli elettori di mezza età e gli anziani. Franceschini è forte nell’elettorato giovanile ma debole nelle fasce centrali, per poi risalire leggermente tra gli ultra 65enni. Viceversa, Bersani soffre tra i votanti sotto i 25 anni, dove è scavalcato da Franceschini, e tocca il suo massimo tra i 45 e i 64 anni, cioè una fascia molto rappresentativa per l’elettorato democratico medio; una sua leggera flessione, invece, si registra nei più anziani».

Mettendo insieme tutti questi dati, è dunque evidente che quello di Marino è un elettorato molto diverso da quello che si raccoglie attorno a Bersani, e al quale dunque non sembra aver sottratto granché di consenso. Molte invece le sovrapposizioni, più o meno marginali, con la base di Franceschini, come abbiamo visto nella città e fra i giovanissimi.

Se la piattaforma dei due può spiegare il risultato finale, è evidente che la competizione che è avvenuta fra i due si è giocata sul ricambio, vigorosamente sostenuto da entrambi, e sui temi della laicità, sui quali invece i due si sono distanziati nettamente. Dovendo indicare lo spartiacque fra loro, possiamo con sicurezza indicarlo nel testamento biologico. Uno dei più controversi temi dei mesi recenti, di cui uno, Marino, è diventato il campione, e su cui l’altro, Franceschini, si è trovato a fare il mediatore fra le varie anime cattoliche.

Nel corso delle primarie, l’identità «laica» di Marino si è accentuata con lo scorrere della cronaca. Dalle unioni civili, all’adozione da parte dei single, fino alla battaglia contro l’omofobia, la sua si è definita come la più netta delle posizioni fra le tre in campo, sui temi dei diritti individuali.

Non pare dunque sbagliato dire che la mozione Marino ha aggregato il mondo delle identità e dell’intellighentia giovanile, femminile, urbana. Un mondo «liberal», come si diceva, che pur già essendo dentro il Pd non ha mai visto ben riflesso il proprio atteggiamento nelle tradizioni ex Ds e ex Popolari che vi sono rappresentate.

Non sappiamo – perché non ci sono gli strumenti di analisi – se questo voto ha allargato o no i confini della partecipazione, come sostengono i mariniani. E’ però credibile dire che questo consenso porta dentro il Pd un nuovo pezzo di piattaforma politica quale finora non era mai così distintamente emersa.

Sarà questa una complicazione, ulteriore, nella futura gestione? Possibile. Come anche è però possibile che questo voto «terzo» sia utile a scardinare il confronto a due che spesso ha bloccato il Pd, preso in mezzo fra le sue anime ex comunista e ex cattolica.

Quel patrimonio di tre milioni

di Ilvo Diamanti su Repubblica

A primarie concluse, la prima reazione è di sollievo. E’ finita. Questa lunga, estenuante, complessa maratona congressuale. E al di là di valutazioni di merito, è finita bene.

Senza contraddizioni sostanziali fra il voto degli iscritti e quello degli elettori, alle (cosiddette) primarie. Senza bisogno di ricorrere al ballottaggio. Oggi, finalmente, il Pd ha un segretario, Pierluigi Bersani. Ma soprattutto ha scoperto che può ancora contare su una base enorme. Quasi tre milioni di elettori e simpatizzanti. Che domenica hanno partecipato alle primarie. Nonostante tutto. Molti, rientrati dall’esilio, per una volta ancora.

Bersani, con il 54% dei voti validi, ha distanziato gli altri due candidati. Che, pure, hanno riscosso un buon risultato. Franceschini ha raccolto un terzo dei voti. Marino ha ottenuto il 12%, il 4% in più rispetto al voto degli iscritti. Il dibattito congressuale non ha prodotto grandi emozioni. Identità chiare. Parole-chiave. Spendibili sul mercato politico, come slogan, dall’intero Pd. Tuttavia, alla fine, resta l’immagine di questa grande partecipazione. Un investimento sulla fiducia. Che sarebbe irresponsabile dissipare (ancora).

Sugli elettori delle primarie vorremmo proporre alcune considerazioni. Provvisorie, come i dati forniti dal Pd. (Ieri sera alle 18: poco più di 2 milioni, circa tre quarti del totale, incompleti soprattutto per il Sud).

1. La prima riguarda la partecipazione complessiva stimata dal Pd. Circa 2 milioni e 800 mila elettori – anche calcolando la presenza di giovani oltre i 16 anni e gli immigrati regolari – sono tanti. Circa il 35% degli elettori alle europee. Più di un elettore su tre. Nonostante la delusione verso un partito disorientato. Un’opposizione incerta. Una leadership indefinita.


Le ragioni di una partecipazione così ampia sono diverse. (a) Anzitutto, per la prima volta, si è trattato di una competizione vera. Non era mai avvenuto prima. Nel 2005 le primarie erano servite a legittimare l’investitura dell’unico possibile candidato premier. Romano Prodi. Ma anche nel 2007 si sono trasformate in un plebiscito per Veltroni, visto che l’unico vero sfidante, Bersani stesso, dopo un primo momento, rinunciò. Stavolta, invece, i candidati si sono affrontati in modo serio e aspro. (b) Un secondo incentivo alla partecipazione è riconducibile alla lunga fase congressuale. Per alcuni versi, defatigante. Ha tuttavia costruito una rete di tifosi e sostenitori organizzata e diffusa in tutto il paese. (c) Il terzo motivo è che gli elettori di centrosinistra sono pronti a mobilitarsi, se si forniscono loro occasioni serie e ragionevoli ragioni. Come hanno fatto anche stavolta. Quasi per riflesso condizionato. Alcuni – più di quanti si pensi – per disperazione. Come estremo atto di fiducia. Per non lasciare nulla di intentato.

2. La seconda considerazione riguarda la distribuzione territoriale della partecipazione alle primarie. Il cui dato è condizionato dall’andamento dello spoglio, incompleto e lungo. Soprattutto in alcune aree. Calcolata sul voto alle europee dello scorso giugno, raggiunge il massimo nelle zone rosse e nel Nordest. La partecipazione appare rilevante anche al Sud (dove, tuttavia, lo spoglio procede a rilento). Mentre è più ridotta nel Nordovest e nelle regioni centromeridionali: Lazio, Abruzzo e Molise. Le regioni del Nord sono quelle dove la partecipazione alle primarie appare più ampia rispetto agli iscritti. Soprattutto il Nordest. Mentre la partecipazione nelle zone rosse è coerente con la media nazionale (superiore di circa due volte e mezza agli iscritti). Infine, è più bassa nel Centro-Sud e nel Sud e nelle Isole. Questi indici suggeriscono diversi tipi di orientamento politico. Nelle regioni del Nord, in particolare, sottolineano l’importanza del voto di opinione. Espresso da elettori disposti a sostenere il Pd, ma senza atti di fede. Nelle regioni rosse, invece, la partecipazione alle primarie si è appoggiata, anche in questa occasione, alle tradizionali reti di appartenenza partitica. Nel Sud e nel Centrosud, infine, sembrano aver pesato maggiormente i meccanismi del voto personale e delle lobbies localiste. Mentre la mobilitazione sollecitata da motivi di identità e d’opinione appare meno propulsiva che altrove.

3. La terza osservazione riguarda il voto ai candidati. La base elettorale più caratterizzata è certamente quella di Marino. Che ha ottenuto i livelli più elevati nelle regioni del Nord e nelle province metropolitane (sempre oltre il 15%). Bersani, il vincitore, ha raggiunto il 60% nelle regioni del Sud (oltre il 70% in Calabria) e delle Isole. Ma ha conseguito un buon risultato anche nel Nordovest e nelle zone rosse. Ha peraltro vinto in quasi tutte le regioni. Il che ne legittima ulteriormente il successo. Franceschini, infine, appare il più “trasversale”, dal punto di vista della distribuzione territoriale dei consensi. In grado di intercettare circa un terzo dei voti dovunque.
Mancano, per ora, dati sulla composizione sociale e anagrafica degli elettori. Ci fidiamo dell’esperienza diretta – nostra e dei nostri “testimoni privilegiati”. Raccontano di una base adulta e anziana, ma con un’ampia presenza femminile. I giovani si sono visti di meno. Ma abbiamo l’impressione che si tratti di un problema più ampio. Demografico oltre che culturale. Si vedono poco perché sono pochi.

Finita questa infinita maratona congressuale, il maggiore partito di opposizione potrà finalmente fare opposizione. Se ne sarà capace. Oggi ha un segretario, legittimato dal voto degli iscritti e degli elettori. Ma soprattutto: le primarie gli hanno restituito una base ampia. Milioni di persone. Vere. Pronte a uscire di casa e a cercare un seggio provvisorio, presidiato da militanti. Per votare. Dopo aver pagato una somma, per quanto piccola.

Un’indicazione importante – sorprendente – al tempo della democrazia del pubblico. Dove è convinzione condivisa, anche nel centrosinistra, che lo spazio politico coincida con quello mediatico. In particolare con la televisione. La partecipazione alle primarie rammenta che la politica si può (vorremmo dire: si deve) fare anche sul territorio. Anche nella società. Per il PD, un’avvertenza utile. Forse l’ultima.

La forza delle primarie

Il PdL avrebbe tanto da imparare dalle primarie: partecipazione popolare, contendibilità della leadership, confronto serio e aperto sui temi chiave di un programma politico. Mentre i vari soldatini Cicchitto Style se ne prendono gioco per non mostrare una delle più grandi debolezze del loro partito (quella che Marino ieri a Porta a Porta ha definito “Cesarismo”), Simone Bressan sul suo blog e su Giornalettismo e IoTomy su Il Destro Libero chiedono che la meritocrazia, di cui tanto Brunetta si riempie la bocca, sia applicata anche nel loro partito di appartenenza.

A Ovest di Paperino

http://tv.repubblica.it/copertina/non-si-governa-per-avere-consenso/38404?video
Si ricomincia da Prato, città simbolo del fallimento del centrosinistra che non ha saputo dare risposte al mondo del lavoro e che ha lasciato scivolare il proprio patrimonio di consensi tra gli artigiani ed i piccoli imprenditori nelle mani della destra.

Di Pietro raccontato da Filippo Facci

Le frasi che seguono sono state effettivamente pronunciate da Antonio Di Pietro nelle più varie occasioni. Sono tutte rintracciabili in audiovideo. L’ordine è completamente casuale e vuole essere un incrocio tra un gioco, un esperimento linguistico e un rudimento di analisi della comunicazione. La somma delle locuzioni forma una consecutio che non ha alcun senso, ma una percezione superficiale che possa trattarsi di un normale discorso di Antonio Di Pietro è invero innegabile.

Gli addendi, che non danno mai una somma, possono essere disordinati a caso senza che nulla cambi. Una lettura random di ciascuna frase, cioè, non muterà la percezione finale.

Cosa chiediamo noi all’Italia dei Valori?(82) Qui dobbiamo farci a capire.(83) È chiaro che se la mano destra controlla la sinistra, la testa è sempre quella; la mano destra dà sempre ragione alla mano sinistra. (84) Ma Benedetto il Signore! (85) È il segreto di Pulcinella.(86) Ma a me mia madre mi diceva sempre: «Parti per tempo, che arrivi di buon’ora».(87) Se invece diciamo una cosa e ne facciamo un’altra… (88) Tra le intenzioni e i fatti, c’è sempre di mezzo il mare! (89) Senza soldi, si fanno chiacchiere. (90) Non ci azzecca nulla. (91) Altrimenti si tira a campare. (92) Chiudere le porte quando i buoi sono scappati, non serve a niente. (93) Questi, dalla sera alla mattina, sono stati mandati via. (94) Quelli che hanno già dimostrato che, mettendo le mani in pasta, hanno rubato la pasta.(95) O scegli di mangiare la pastasciutta, o scegli di mangiare la bistecca.(96) Che mangia quella minestra o salta quella finestra. (97) Tutto è finito a tarallucci e vino.(98) Non si può aver la moglie ubriaca e la botte piena!(99) Un po’ di serietà!(100) Ho fatto bene o ho fatto male?(101) Ma perché noi dobbiamo metterci a berlusconeggiare pure a noi?(102) Che stavano facendo, questi?(103) È il cittadino che paga, è il cittadino che ci mette i soldi, è il cittadino che tutte le mattine contribuisce. (104) Come al solito si sta a discutere e discutere mentre Sagunto viene espugnata, diceva qualcuno.(105) Qualcuno dirà: «Perché non lo fai tu, già che sei nel Parlamento?».(106) Tutti mi hanno dato ragione, ma è la ragione dei fessi, se non si cambia la legge.(107) Se sulla giustizia decidiamo che ci deve essere un segno di discontinuità dal precedente governo, lo dobbiamo fare.(108) Lo so, dice: «Ma tu ne fai parte!»… e che devo fare, mica posso prendere la mazza!(109) Cosa ho voluto dire con queste semplici regole?(110) Il fatto di cui si discute, è vero o falso?(111) Qual è il tema di fondo?(112) Che cosa è venuto fuori? (113) Di cosa abbiamo parlato?(114) Leggi l’articolo completo

Adesso chiedono il conto

Fava (SeL), Diliberto (PdCI), Ferrero (RC), Bonino (Radicali) e Cesa (UDC) già incalzano il nuovo segretario sulle alleanze, mentre Formigoni, Cicchitto, Schifani, Gasparri e Alfano si aspettano un’opposizione che non si oppone. Una delle prime sfide di Bersani sarà di certo ricollocarsi in mezzo ai questuanti.

Pausa spot

Interrompiamo le notizie sul congresso per informare che Radio Radicale rischia di non aver rinnovata la convenzione per la trasmissione delle sedute del Parlamento, un servizio che ha assicurato con unanimi riconoscimenti di qualità e correttezza fin dal 1976. Chi vuole firmare per salvarla, può farlo qui.