Di qua o di là

di Ivan Scalfarotto


(foto fauxaddress)

Io sono uno della generazione di quelli che ricordano bene la Germania Est, la nazione di cui ci ricordavamo ogni quattro anni perché faceva incetta di medaglie olimpiche e che si era scelta quell’inno nazionale bello da fare invidia. Quei quindici giorni di giochi ogni quattr’anni erano l’unico momento in cui la gente dell’est diventava reale, reale come il socialismo che li inghiottiva sottraendoli dal novero delle cose che esistono per davvero: quelle che tocchi, che vedi, che sai che ci sono per esperienza diretta. Poi qualche volta, andando a trovare mia cugina a Cividale del Friuli, a pochi chilometri dal confine yugoslavo, si poteva fare una capatina dall’altra parte, sapendo che comunque si trattava di una versione edulcorata: niente a che vedere con l’originale di Budapest, Praga, Berlino o Mosca – città quest’ultima di cui faceva paura pronunciare persino il nome.

Se a quel tempo qualcuno mi avesse detto che, passando per il nove di novembre del 1989, Mosca sarebbe stata in un futuro non remotissimo per tre anni casa mia, avrei preso il mio interlocutore per matto. E quando sono stato a Mosca, a Kiev, ad Almaty, quella gente che viveva dall’altra parte del muro l’ho conosciuta, ci ho lavorato, è diventata mia amica. Molte volte ho chiesto, cercando di essere il più delicato possibile, che mi raccontassero. Dopo una cena, in momenti di maggiore rilassatezza, ho chiesto rispettosamente ai miei amici dell’altra parte di raccontarmi com’era, prima. Le cose che mi hanno raccontato possono essere lette in molti libri e documentari, e in fondo non è nemmeno tanto il racconto in sé che conta. Più facevano i loro occhi, lo sgomento che vi si leggeva per essere riusciti a passare vivi attraverso quel muro di mattoni, perforando la materia della storia, una cosa che nessuno avrebbe mai previsto di poter vivere e vedere.

I russi spesso mi hanno raccontato che la differenza che li rendeva ancora più desolati, ciò che li faceva diversi dagli altri popoli dell’est erano quegli anni, dal ‘17 al ‘45, che avevano scavato un solco ancora più largo tra essi e il resto del mondo. Nell’ottantanove nessuno, forse pochissimi, ricordava come fosse la vita prima del ‘17. Un giorno una mia collega, una bravissima, una di quelle mitiche signore russe che aveva imparato l’inglese senza mai mettere piede fuori dall’URSS, una di quelle che poiché parlava inglese aveva cominciato a lavorare per gli stranieri, una di quelli che poiché lavorava per gli stranieri doveva fare una settimana obbligatoria all’anno di dottrina marxista-leninista, insomma un giorno questa mia collega, visibilmente commossa mi disse che la cosa che le dispiaceva di più era che i suoi genitori non ce l’avessero fatta a vedere com’era diventata Mosca ai giorni nostri. Un altro collega, a me che gli chiedevo di Brezhnev, di Khruschev, di Gorbachev, del fatto che per noi occidentali gli ultimi due fossero stati migliori e più aperti del primo, mi disse che l’unica cosa che ricordava era che con Khruschev la fame si sentiva più forte, che anche le patate – quelle pochissime che c’erano – erano bruttissime da mangiare, e anche da vedere, in quel periodo. “Ivan, ma come si fa coltivare male anche le patate?” mi chiese. Non posso descrivere con che espressione mi domandò di questa cosa, né quanto inutile fosse qualsiasi tentativo di risposta da parte mia. So solo che capii in quel preciso istante, in modo fisico, quanto decisivo fosse stato per la sua vita e per la mia essere nati di qua o di là del muro. E’ questo che celebriamo oggi, io credo, ed è a tutta la gente che ho conosciuto e con la quale ho vissuto e lavorato per anni che va stasera il mio pensiero emozionato.

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