Archivio Mensile: gennaio 2010

Manifesto del Pubblico Dominio

Qui il testo originale, qui la traduzione italiana, qui la possibilità di firmare.

Nuove particelle

Nasce Democrazia Atea

Ego

La mia certamente fallace analisi è che è talmente egoriferito che, se pure una gli si stende addosso, non se ne accorge.

Guia Soncini sull’intervista di Zoro a Massimo D’Alema

Nessuno conosce i gatti persiani

La rivoluzione verde passa anche dal Cinema (e dalla musica, nei sotterranei di Teheran)

Diamo i numeri

Il primo anno di Obama è raccontato in cifre su CBS News

I numeri di internet nel mondo sono invece su Royal Pingdom

Il coraggio che manca alla sinistra che parla come la destra

di Marco Rovelli su L’Unità (via Nazione Indiana)

Se la sinistra perde, è anche perché non ha compreso come funziona la mente umana. In Pensiero politico e scienza della mente (Bruno Mondadori, 2009), George Lakoff, uno dei più eminenti linguisti americani, torna a invitare la sinistra ad articolare un proprio linguaggio piuttosto che inseguire la destra sul suo terreno. Secondo Lakoff questa rincorsa ha segnato negativamente il destino dei liberal americani nei confronti dei repubblicani – ma viene naturale riportare il suo discorso anche alle derive politiche italiane.

Il fatto è che per vincere occorre comprendere l’inconscio cognitivo, il sistema di concetti che organizza la nostra mente, strutturata da “frame”, cornici concettuali metaforiche di cui per la maggior parte siamo inconsapevoli ma che orientano in maniera decisiva la nostra interpretazione dei temi e dei discorsi politici. Questi frame sono indipendenti da noi, è circuiteria neurale che si è formata fin dai primi anni della nostra vita, è “esperienza incorporata”. “I modelli culturali sono nel nostro cervello. E noi li usiamo automaticamente.” Due sono i modelli fondamentali secondo Lakoff: quello dei genitori premurosi e quello del padre severo. Danno vita a modalità profondamente di concepire la politica (Moralità è Cura versus Moralità è Obbedienza all’autorità), e bisogna esserne consapevoli per poter produrre un discorso politico vincente. Non basta citare fatti e cifre: bisogna partire dal significato morale, dai frame metaforici che strutturano la nostra mente, dal “mobile esercito di metafore” che percorre i nostri tracciati neurali. E “quando una verità importante passa inosservata perché priva di frame e di nome, può diventare importante costruire un frame concettuale e un nome”: Lakoff lo ha fatto coniando un termine, privateering, la “privatizzazione predatoria” che designa l’insieme di una serie di politiche repubblicane. Ma lo si potrebbe fare anche in Italia, senza aver paura di essere tacciati di “ideologia” (“la paura, dice Lakoff, di come l’altra parte presenterà il nostro voto e la paura di mostrare la verità su noi stessi”). Accettare il frame dell’avversario (dalla sicurezza alle riforme…) significa essere sconfitti in partenza. Così come si è sconfitti quando si accetta l’impostazione di conduttori di talk-show conservatori (“Siete a favore di una riduzione/alleggerimento delle imposte?”; “Dobbiamo vincere la guerra al terrore o ritirarci?”), senza avere il coraggio di opporgli un altro tipo di impostazione, di frame. Non è solo questione di parole, ma di idee e di valori che stanno dietro alle parole. E poi, alla radice di tutto questo, Lakoff sottolinea come troppo spesso la politica progressista si sia dimenticata del suo valore fondante, l’empatia, che determina la cura degli altri come necessità, e che assegna allo Stato i ruoli sia di protezione (libertà da) che di empowerment (libertà di: le possibilità concrete di uguaglianza, insomma). L’empatia, ricorda Lakoff, si fonda sulla circuiteria dei neuroni specchio, che si attivano sia quando eseguiamo un’azione che quando la vediamo eseguire, e che sono dunque responsabili della nostra identificazione nell’altro, dalla quale riceviamo piacere: empatia e cooperazione sono dunque valori fondanti dell’umano, e occorre coltivarli e rivendicarli, invece di accettare i frame della paura e dell’obbedienza tipici delle narrazioni metaforiche dei conservatori.

Non mangerai la mela, né utilizzerai i suoi computer

Brutta fine per il Mac Book di una studentessa americana, al confine fra Israele e Egitto.

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dal blog di Francesco Costa

Ieri Obama è andato a parlare all’annuale congresso dei deputati repubblicani. La notizia del suo invito aveva fatto un certo scalpore, qualche giorno fa, così come la formula dell’evento: non un semplice discorso, ma una sessione di domande e risposte. Pochi giorni prima del discorso Obama ha chiesto che fossero ammessi nella sala anche i giornalisti, con telecamere e tutto il resto, e forse ora i repubblicani se ne sono pentiti, perché è stato un successo. Secondo i democratici è stata la mossa migliore fatta di Obama da un bel po’ di tempo a questa parte. A Fox News è piaciuto così poco che a un certo punto l’hanno tagliato, quando mancavano ancora venti minuti alla conclusione.

It was the type of performance that Obama’s supporters have long demanded and that his own aides have been eager to deliver. The question-and-answer session at the end wasn’t initially supposed to be broadcast, but the White House pressured GOP leadership to bring the cameras in. They knew the optics it would generate, a source with knowledge of the planning relayed. Hours before the event began, Republican leaders finally relented. What resulted was what one Democratic strategist described as “amazing theater” — certainly for cable news. Standing on a stage, looking down at his Republican questioners, Obama assumed the role of responsible adult to the GOP children, or, at the very least, of a college professor teaching and lecturing a room full of students.

Di seguito trovate il video integrale, qui alcuni passaggi più significativi. Ve l’avevo detto, io, che bisognava tenerlo d’occhio.

Le enoteche di Berlino sovvertono le regole del mercato

Da The Frontpage

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Nunc est bibendum. Benvenuti alla Weinerei! A Berlino il Muro è caduto, ma il socialismo, almeno quello utopico e privo di barbarie, vive ancora. E ha persino un indirizzo, anzi cinque, per la precisione, tutti concentrati nella zona di Prenzlauerberg-Mitte della vecchia Berlino Est: sono le Weinereien (letteralmente, ‘enoteche’).

Questi luoghi si sono fatti conoscere come una vera e propria istituzione socio-economico-culinaria della capitale tedesca, una realizzazione in formato calice di quel sogno marxista che l’ex Ddr non è mai riuscita a realizzare.

Ecco le istruzioni: fino alle 20, tutto a 2 €. Dalle 20 in poi, si comincia. Per prima cosa si lancia un euro in una ciotola di vetro, o magari sarà un porcellino salvadanaio, o qualsiasi altro recipiente la fantasia del proprietario abbia voluto suggerire. In cambio, si riceve un bicchiere. Il secondo passo è mescersi da bere. Un primo bicchiere, poi un secondo, eventualmente un terzo e un quarto. E il conto? Alla fine della serata, ciascuno  paga il prezzo che considera appropriato, in rapporto a quanto ha bevuto e a quanto può permettersi di pagare.

Strano ma vero, l’esperimento funziona! Ovviamente, si può anche mangiare e riccamente: le sorprese della cucina variano da cibi molto semplici (pane, pasta, insalata) a preparazioni più elaborate, come zuppe, ravioli fatti in casa, risotti ecc., e il vino si fa sempre più buono man mano che il numero di bicchieri supera il secondo. L’atmosfera è intima e rilassata, abbastanza salottiera, tra sedie spaiate, divani di antiquariato, bicchieri da mercato delle pulci e stampe dal gusto a metà tra il retro e il Kitsch. La clientela, estremamente eterogenea, con un tocco cosmopolita.

“Da ciascuno secondo le sue capacità, e a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Se le Weinereien dovessero scegliersi un motto, sarebbe questo.

Questo curioso progetto offre alcuni spunti di riflessione: innanzitutto perché funziona, il che dimostra che, a livello ludico e sperimentale, le persone sono ancora capaci di fare valutazioni e stime al di là del prezzo imposto. Le Weinereien sono un esempio di economia pre-capitalistica, di un’economia senza mercato. Ma ciò che le rende interessanti è che non si tratta di comunità per adepti o fanatici, che hanno scelto e sottoscritto un set di regole da seguire una volta per tutte. Qui l’accordo è libero, volontario e trasparente e, a quanto pare, per qualcuno che fa il furbo ce ne sono sempre altrettanti per cui il valore del servizio merita ben un premio.

“Pay as you wish”: l’obolo che si lascia alla fine, corrisponde quindi al prezzo di un’idea. Alla valutazione onesta e non coatta del servizio, della bontà dei prodotti offerti. Partecipare senza approfittare è una lezione di civismo e convivenza. Offrire senza imporre è una scelta sicuramente rischiosa, ma trasparente e solidale.

[UPDATE]: A Mesola il Ristorante “La Falce e il bischero” ha preso esempio

Dove vai, che fuori fa freddo?

da Wittgenstein

Declinando come di consueto le proprie esperienze personali in analisi del mondo, Vittorio Feltri difende i bamboccioni e sostiene che chi lascia la casa dei genitori in cerca di autonomia e indipendenza è un imbecille (parole sue)