Archivio Mensile: marzo 2010

Le analisi del voto – Rassegna “stampa”

Pubblichiamo i link di alcune fra le più interessanti analisi del day after:

-L’editoriale di Mario Calabresi, su La Stampa

-Le Mappe di Ilvo Diamanti, su La Repubblica

-Il fondo di Ezio Mauro, sempre su La Repubblica

-I post di Vittorio Zucconi su Tempo Reale, blog del direttore di Repubblica.it

-Il post sul blog di Concita De Gregorio, direttrice de L’Unità

-Le pagelle di Pierluigi Battista, su Il Corriere

-L’intervista a Matteo Renzi, sempre su Il Corriere

E poi ancora le riflessioni dei “nostri” Francesco Costa, Federico Russo e Ivan Scalfarotto, oltre ai commenti che trovate all’interno del nostro circolo.

Il mondo oltre B.

da piovonorane

L’ho detto ieri sera e lo ripeto stamattina: non c’è niente a cui attaccarsi per forzare in qualche modo i dati elettorali e inventarsi “inversioni di tendenza” che non si sono ancora viste. Il centrosinistra ha perso, punto, fine. Se speravamo che una fetta del Paese si fosse svegliata dal torpore, dalla chiusura in se stessi e dalla rappresentazione di chi promette di guarire anche il cancro, beh, questa speranza è andata delusa.

Allo stesso tempo, però, sarebbe molto sbagliato trarre da questa sconfitta la conclusione dell’irreversibilità del berlusconismo e quindi farsi prendere dalla rassegnazione, dal “non c’è nulla da fare siamo un popolo di idioti”. E sarebbe ancora più sbagliato – scioccamente sbagliato – attribuire al cosiddetto antiberlusconismo questa sconfitta: come se le folle oceaniche davanti al duce in piazza Venezia fossero da attribuire a Pertini e Parri.
“Antiberlusconismo” in realtà vuol dire semplicemente rifiuto etico e morale per un certo modo di fare politica: quello della commistione violenta con l’affarismo, dell’assoluta mancanza di rispetto delle regole, delle bugie da imbonitore, delle leggi ad personam, del dominio assoluto di uno solo che eleva a ministri le sue veline, della rappresentazione che maschera la realtà e così via.

Questo cosiddetto “antiberlusconismo” è una scelta etica, in qualche modo prepolitica, ed è la condizione di partenza – non sufficiente, certo, ma necessaria – non solo per fare opposizione, ma anche per presentare e proporre qualcosa di radicalmente diverso. In Campania, invece, il bassolinismo faceva schifo uguale, e non so se io a Napoli avrei avuto il coraggio di andare a votare Pd. Nel Lazio mi ha trascinato Bonino, ma veniamo da un governatore dai mille affari, e pagarsi il sesso con i soldi pubblici è stato quello su cui l’hanno beccato.

Altro che antiberlusconismo: è proprio l’assenza di un’etica della politica che ha portato alla sconfitta in queste due regioni.

Tra l’altro sarebbe bene notare che ieri il berlusconismo, in quanto tale, non ha esattamente brillato: il 26,7 per cento a livello nazionale del Pdl è un brusco calo (dal 37,3 delle politiche 2008, ma anche dal 35,2 delle europee) ed è piuttosto lontano da quel 43,2 per cento brandito da Berlusconi giusto un anno fa, al congresso di fondazione. Metteteci pure che un punto lo ha perso per l’assenza nella provincia di Roma, ma il flop del Pdl in quanto tale resta. Non stiamo dunque parlando di un invincibile: stiamo parlando di un modello in decrescita – e salvato anche dall’invasione televisiva al fotofinish – al quale tuttavia non siamo ancora riusciti a contrapporci con nettezza, con un chiaro modello alternativo.

Ma si pensi, in questo, anche alla Lombardia. Dove da vent’anni il centrosinistra non ha il coraggio nemmeno di presentarsi e manda avanti mezze figure come i Diego Masi, i Fumagalli, i Ferrante, per beccarsi regolarmente una scoppola via l’altra. E ultimo il buon Penati, convinto che i voti alla Lega si sottraggano facendo i leghisti morbidi. Mentre se una speranza c’è al Nord è proprio quella di proporre il modello opposto alla chiusura in se stessi, l’obiettivo dell’innovazione, della ricerca, dell’internazionalizzazione, dell’aprire le finestre, delle università d’eccellenza, della meritocrazia come valore, altro che ronde padane.

“Antiberlusconismo” non è odio verso una persona, che tra l’altro io non odio affatto – figurarsi se spendo un sentimento così importante e faticoso per un ridicolo ometto di 74 anni. Antiberlusconismo è saper guardare oltre la claustrofobia del presente, è non farsi contagiare dall’immoralità della politica, è saper proporre un modello radicalmente diverso. Sono questi i semi di cui ho parlato nel post precedente. Che sta a noi fa crescere o no.

L’ho detto e lo ripeto: sono ottimista, come sempre.

L’Italia s’è destra

Al voto!

E, nel segreto dell’urna, ricordatevi di certe figuracce davanti al mondo intero…

San Precario

La vita di San Precario PRECARIO SANTO da Preco, instabile; malfermo; senza equilibrio, XXI secolo D.C. Nelle leggende, santo patrono di sfrattati, poveri, sottooccupati, sfruttati, ricattati, Co.Co.Co, assunti non in regola e dipendenti a termine. Invocato contro liberismo, caporalato, infortunio senza copertura, cooperative e mobbing. Si festeggia il 29 febbraio. La leggenda di Precario è raccontata nella “Leggenda Aurea”, una raccolta di vite di santi scritta nel XXII secolo da Jacopo da Varaggine. Precario era figlio di una famiglia borghese Brianzola e studiò “Finanza creativa” nelle migliori università del nord Italia . All’età di 25 anni decise, in contrasto con la famiglia , di vedere il mondo e di cercarsi lavoro in modo indipendente. Nonostante il padre godesse di ottimi appoggi fra cui l’iscrizione alla “P2″ e il “Gladio d’oro” infatti, Precario era molto inquieto perché “Non capiva”. Proprio durante queste sue riflessioni venne a sapere che un tale di Arcore di nome Silvidoro, già in odore di santità aveva ricevuto, pare per intervento divino, i fondi per creare dal nulla tre televisioni. Precario allora si recò in visita al villaggio del profeta dove esso stava fondando un nuovo stile di vita basato sul doppiopetto e sermoni incomprensibili. Costui lo invitò ad una cena di finanziamento e, dopo una minerale gasatissima, gli disse una delle sue famose centurie “E’ facile dire di avere le unghie pulite quando ci si lava i capelli tutti i giorni” . Precario usci dal luogo di pellegrinaggio con 4000 monte d’oro in meno ( la leggenda dice che tanto valesse il banchetto di finanziamento) pieno di speranze pronto per fondare un Club. Ma, sulla via del ritorno, incontrò un gruppetto di manifestanti che stava protestando per la chiusura della fattoria dove lavoravano. Essi gli dissero che il villaggio sarebbe stato abbandonato e che donne bambini avrebbero dovuto emigrare perché in zona c’erano solo lavori temporanei i quali non garantivano una vita dignitosa. Aggiunsero inoltre che da quando un certo Venerabile Treu aveva, anni prima, fatto nuove leggi, le cose andavano sempre peggio. Precario guardò la folla e pronunciò la sua famosa frase: ” Cazzate, mi hanno detto che è solo propaganda filo comunista”. Quindi promise che sarebbe tornato al villaggio due anni dopo con un contratto di lavoro e molte monete d’oro. Il tutto, naturalmente, senza avvalersi della famiglia e delle sue potenti conoscenze. Si vestì quindi di sacco e si mise a cercare lavoro. Trovò per prima cosa un impiego in una locanda fast food dove, dopo essersi prostrato per un anno, alla sua richiesta di contratto a tempo indeterminato gli risposero “Bella battuta!”. Quindi lavorò in un ipermercato per i successivi cinque mesi dove faceva orari infami per uno stipendio da fame. Vista l’impossibilità di trovare un lavoro decente, decise allora di spiegare agli stolti manifestanti che, nonostante un lavoro precario, si poteva condurre una vita agiata e piene di soddisfazioni. Progettò di comprare casa e di arredarla ma, già alla prima agenzia immobiliare, gli dissero “No lavoro stabile, no contratto. Lo stesso accadde per i mobili, ma stavolta la riposta fu più dirompente ” No lavoro fisso. No finanziamento per Tv color”. Precario allora si arrese e, tornato al villaggio, fece la sua pubblica ammenda. Da allora il Santo girovagò per il mondo e si prodigò per gli oppressi e i precari. La sua fama crebbe e molti miracoli furono a lui attribuiti. Il più famoso è sicuramente quello dei prolungamento all’infinito del contratto di un giovane di Barletta e della concessione di infortunio ad una ragazza di Padova, dopo che questa si era ferita durante il lavoro in una cooperativa del nord est. Nell’arte religiosa moderna San Precario è spesso raffigurato con divise di supermercati o di fast food. Il suo attributo caratteristico e il contratto di lavoro che tiene in mano. Marinnoni ha rappresento il santo sulle vetrate della chiesa di San Paganino, mentre cambia lavoro 7 volte in una giornata. Peyon invece, in un’enorme tela custodita alla fondazione Mappini, lo mostra mentre gli vengono negati, causa mancanza di un lavoro fisso, sia un mutuo che l’acquisto a rate di un televisore. Uber di Tanze Plazze, lo ritrae in alcune fasi della sua vita, per esempio, mentre frigge patatine nel fast food di un centro commerciale.

(www.sanprecario.info)

Uno sciopero dei precari?

Eppure, un sindacato che non volesse sentirsi condannato al lento e inesorabile declino (ormai solo il 19% dei lavoratori attivi nel settore privato sono sindacalizzati) dovrebbe cogliere al volo i nuovi bisogni di rappresentanza economica anche fuori dagli schemi del passato. Le occasioni, infatti, non mancherebbero per costruire un sindacalismo universalista: c’è un altro sciopero “anomalo”, là fuori, che aspetta solo di essere organizzato, da mobilitatori capaci, per ottenere diritti negati, salari e condizioni dignitose: quello dei lavoratori precari.

Marco Simoni

Pausa pubblicitaria

Tutta la vita davanti

Un film di un iscritto al nostro circolo…

Articolo 18

dal blog di Ivan Scalfarotto

La norma sull’arbitrato per dirimere le controversie di lavoro è il classico papocchio italiano che somma algebricamente due errori invece di risolverne uno. Per anni mi sono occupato professionalmente di problemi del lavoro sotto tre differenti giurisdizioni e gestendo contratti di lavoro in 54 paesi diversi. Da quell’osservatorio era chiaro un paradosso: che ad aprire e chiudere la graduatoria della protezione dei posti di lavoro erano i lavoratori di uno stesso Paese, l’Italia. Italiani gli unici virtualmente illicenziabili, sempre italiani anche gli unici senza ferie, gravidanza, malattia, formazione, senza potenzialmente nemmeno un giorno di preavviso in caso di licenziamento: stageurs, falsi consulenti a partita iva licenziabili solo col solo cenno del capo (come dicevano gli antichi), contratti a termine per ricoprire ruoli assolutamente stabili in azienda, lavoratori a progetto su tempi così lunghi da chiedersi di quale progetto possa mai trattarsi (la diga di Assuan? Il canale di Panama?). Cosa ci sarebbe aspettato in un paese normale? Che si aprisse finalmente una discussione sui diritti dei lavoratori in Italia. Che si mettesse mano a una riforma che garantisse il recupero dei milioni di italiani (soprattutto sotto i quarant’anni) senza dignità e senza futuro. Che ci si chiedesse finalmente se per una persona che entra nel mercato del lavoro sia meglio avere un contratto vero senza la garanzia dell’inamovibilità o un pezzo di carta creato in sostanziale frode alla legge. Questo si sarebbe dovuto fare, garantendo i diritti acquisiti e rinforzando le norme europee antidiscriminazione, che in Italia nessuno utilizza perché tanto non servono a nulla: chi gode di tutela collettiva, alla fine utilizza quella e chi invece fa il precario può essere liberamente discriminato. Cosicché pare proprio che di combattere la discriminazione di donne, gay, disabili e stranieri nei luoghi di lavoro in questo Paese non importi nulla a nessuno. Questo ci si sarebbe aspettato in un paese normale. E invece che succede? Che il governo di destra, in uno schema europeo il paladino del libero mercato, non tocca formalmente l’articolo 18 (ci sarebbe voluto del carattere) ma se lo mangia dal di dentro inventandosi la “facoltà” di inserire nei contratti di lavoro il ricorso a un arbitro che giudichi non secondo la legge ma “secondo equità”. Come se davanti all’offerta di un contratto un neo-assunto potesse mai fare questioni col datore di lavoro. E così salutiamo per sempre il totem dell’articolo 18, di cui non resta che una foto su cui piangere, senza neanche aver garantito i diritti minimi di cui dovrebbe godere ogni lavoratore in un Paese civile. Come spesso accade in Italia, anche stavolta la pezza è molto, molto peggiore del buco.

Vita Precaria

di Luisa Piscopo su Vox News

Ti svegli la mattina presto. Alle cinque e mezza, alle sei, alle sette. Quando vogliono loro. Ti metti la divisa, scendi in un reparto, quello che la grande azienda misericordiosa, ti ha assegnato. E ringrazi ogni giorno di quel grande privilegio che hai avuto. Ringrazi ogni volta che apri il frigorifero e ci metti dentro il prosciutto cotto che hai potuto comprare all’MD discount, ringrazi ogni volta che apri il mobiletto della pasta e ci cacci fuori i rigatoni per mangiare la pasta al pomodoro che hai congelato nel frizer per fare scorte per i periodi di magra. Ringrazi ogni volta che senti il rumore del portone che ti avvisa dell’ avvento del postino e di conseguenza delle bollette. Enel, Telecom, spazzatura, assicurazione. C’è stato un aumento quest’anno: sono circa novecento euro… da pagare a gennaio! Non hai la macchina nuova, hai una scoda felicia che ti da problemi da quando l’hai comprata: batteria: cento euro, ammortizzatori e cinghia di distribuzione: centoventi euro, nuova batteria dopo due anni: settantacinque euro più dieci euro per l’olio nel motore. Il tuo stipendio è di appena seicento euro. Ma tu ringrazi, perché altrimenti come facevi? Tu ti svegli la mattina presto, tu vai a lavorare fino alle nove di sera, vai a lavorare il sabato, la domenica, il ventiquattro e il venticinque dicembre, il giorno di Pasqua o quello di Ferragosto. Hai solo una settimana di ferie e vai avanti e indietro dalla città al mare nei giorni liberi per prolungarle un po’di più. Tu hai ventisette anni e abiti da solo, ma pensi che hai le spalle forti. Tu vai a lavoro e scopri che il destino dipende dalle schede di valutazione che ogni tanto sono positive e certe volte negative, ma tu non sai il criterio che regola i giudizi e tanto meno puoi chiederlo perché altrimenti rischi di inimicarti i capi. Ti hanno prolungato il contratto a tempo determinato per un altro mese. Bene ti dici. Ringrazi. Potrò fare qualche pensierino natalizio, potrò comprarmi una maglia perché quelle che ho le ho acquistate due anni fa e ora sono bucate.
Ti hanno prolungato il contratto e pensi: bene. Potrò mangiare per un altro mese. Tu torni da lavoro e ti stendi un po’sul letto. Ti fa molto male la schiena, hai dovuto sollevare molti pesi oggi e l’hai dovuto fare in fretta perché chi ti giudica ti guarda e nota il tempo che ci metti per riempire gli scaffali. Tu torni da lavoro e ti stendi un po’ sul divano, accendi l’unica televisione che ti è rimasta. Ne avevi tre ma le altre due non puoi usarle perché non hai ancora comprato i decoder, già troppe spese per questo mese, forse se ne parla il mese prossimo. In televisione si parla del natale, degli acquisti, pubblicità su pubblicità. Togli il suono e sono solo immagini di cose che si avvicendano l’una sull’altra. E ti ritrovi a pensare che magari domani ti diranno che ti hanno assunto. O che invece potresti fare come alla fine si risolve la vita del protagonista di “Trainspotting” e allora si che potrai, aggiustare la macchina ogni volta che ce n’è bisogno, comprarti il televisore a schermo piatto e al diavolo il decoder, i maglioni nuovi, le scarpe di marca, l’assicurazione senza preoccupazione, fare figli e garantire per loro la scuola, il calcetto, la danza, il liceo, l’università, il viaggio di piacere, il master costoso “tirando avanti, lontano dai guai aspettando il giorno in cui morirai”.

Le proposte Ichino (PD) per il mercato del lavoro

Per la riforma del diritto del lavoro: tutti a tempo indeterminato, con un contratto più flessibile, ma con maggiore sicurezza nel caso di perdita del posto

-     Propongo di promuovere una grande intesa tra lavoratori e imprenditori, nella quale questi ultimi rinunciano al lavoro precario in cambio di un contratto di lavoro a tempo indeterminato reso più flessibile con l’applicazione di una tecnica di protezione della stabilità diversa da quella attuale per i licenziamenti dettati da motivo economico-organizzativo.
La cosa può funzionare così:
- d’ora in poi tutti i nuovi rapporti di lavoro, esclusi soltanto quelli stagionali o puramente occasionali, si costituiscono con un contratto a tempo indeterminato, che si apre con un periodo di prova di sei mesi;
- la contribuzione previdenziale viene rideterminata in misura uguale per tutti i nuovi rapporti, sulla base della media ponderata della contribuzione attuale di subordinati e parasubordinati; una fiscalizzazione del contributo nel primo anno per i giovani, le donne e gli anziani determina la riduzione del costo al livello di un rapporto di lavoro a progetto attuale; la semplificazione degli adempimenti riduce drasticamente i costi di transazione;
- dopo il periodo di prova, si applica la protezione prevista dall’articolo 18 dello Statuto per il licenziamento disciplinare e contro il licenziamento discriminatorio, per rappresaglia, o comunque per motivo illecito;
- in caso di licenziamento per motivi economici od organizzativi, invece, il lavoratore riceve dall’impresa un congruo indennizzo che cresce con l’anzianità di servizio;
- viene inoltre attivata un’assicurazione contro la disoccupazione, di livello scandinavo: durata pari al rapporto intercorso con limite massimo  di quattro anni, con copertura iniziale del 90% dell’ultima retribuzione, decrescente di anno in anno fino al 60%), condizionata alla disponibilità effettiva del lavoratore per le attività mirate alla riqualificazione professionale e alla rioccupazione;
- l’assicurazione e i servizi collegati, affidati ad enti bilaterali, sono finanziati interamente a carico delle imprese (con un contributo il cui costo medio è stimato intorno allo 0,5% del monte salari): più rapida è la ricollocazione del lavoratore licenziato, più basso è il costo del sostegno del reddito per l’impresa: donde un forte incentivo economico all’efficienza dei servizi di outplacement;
- il compito del giudice è limitato a controllare, su eventuale denuncia del lavoratore, che il licenziamento non sia in realtà dettato da motivi illeciti (per esempio: licenziamento squilibrato a danno di persone disabili, donne, lavoratori sindacalizzati, ecc.); il “filtro” dei licenziamenti per motivo economico è costituito invece essenzialmente dal suo costo per l’impresa; costo che la legge o il contratto collettivo stabiliscono in misura tanto più alta quanto maggiore è il livello di stabilità che si vuol garantire.

Per la riforma del sistema della rappresentanza sindacale e della contrattazione collettiva

-     Occorre innanzitutto una riforma della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro, che consenta di individuare il sindacato o coalizione sindacale che raccoglie la maggioranza dei consensi, al livello aziendale e ai livelli superiori fino a quello nazionale. A questo sindacato o coalizione viene attribuito il potere di stipulare contratti collettivi con efficacia generale nell’ambito di sua competenza.
Il contratto collettivo nazionale stipulato dal sindacato o coalizione maggioritaria resta la disciplina applicabile in tutta la categoria (come disciplina di default), salvo che a un livello inferiore ‑ regionale o aziendale ‑ un sindacato o coalizione maggioritaria abbia stipulato un altro contratto di contenuto diverso. Deve essere attivato un “filtro” per limitare la derogabilità del contratto di livello superiore da parte di quello di livello inferiore. Propongo che il sindacato stipulante in deroga debba essere radicato in almeno quattro regioni; ma si possono utilizzare e anche combinare tra loro tecniche di limitazione diverse, con diverso grado di restrittività.
Questo disegno di riforma dell’assetto del sistema delle relazioni sindacali può essere interamente realizzato anche solo mediante un accordo interconfederale. La legge potrebbe intervenire soltanto in un secondo tempo, per rafforzare gli effetti dell’accordo e per superare la situazione attuale di inattuazione dell’articolo 39 della Costituzione e di disordine legislativo su questa materia.