Insulti, censure e minacce di scissione.

dal blog di Luca Sofri
Bisognava vedere Serracchiani, Renzi e Civati stasera da Santoro per capire cosa si intende quando si parla di una nuova generazione di politici di sinistra solida, efficace, preparata e con una percezione del mondo moderna e competente. Bastava guardarli, per chiedersi quale pavido capriccio abbia mantenuto fino a oggi una qualche fiducia verso una leadership politica straordinariamente valida rispetto a quella della maggioranza ma palesemente responsabile di vent’anni di sconfitte e fallimenti. Bastava avere un po’ di lucidità e sincerità per rendersi conto che la prima cosa che impedisce alla sinistra italiana di fare un salto di qualità è davvero – davvero – che chi la guida pigramente da decenni si rifiuta di offrire spazio alle persone in grado di rimpiazzarlo.
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Abbreviato: Pigi. Un messaggio a Bersani, da Civati, su “Il Fatto”.
La politica ha bisogno di un nuovo incanto e non di ulteriori disincanti. Il Pd non deve essere il partito dei giovani dirigenti, nella versione caricaturale che qualcuno vuole offrirne. Il Congresso c’è stato e non l’hanno certo vinto i giovani. Il Pd può però essere il partito dei giovani elettori, che rappresentano (secondo Termometro Politico) il 25% degli elettori che si sono recati alle urne alle ultime regionali (la stessa percentuale che ha preso il Pd…). Un’intera generazione rimasta senza rappresentanza. A destra, c’è chi i voti, tra i giovani, già li prende, e altri, come il ‘solito’ Fini, che hanno inteso occuparsene, aprendo alcuni fronti (tra cui, ovviamente, proprio quello della gioventù, absit iniuria verbis) di notevole interesse.
L’anno prossimo si celebra l’Unità d’Italia: bene, bisognerebbe farne una nuova, di unità, e una nuova, di cittadinanza. Chi è giovane, in Italia, affronta qualcosa che prima nemmeno c’era: il lavoro precario (quasi esclusivamente precario), l’immigrazione (ormai arrivata alle seconde generazioni, giovani e giovanissimi futuri italiani), la ‘rete’ e le sue opportunità.
Ci vuole un nuovo approccio liberale che entri in relazione con i carbonari della rete. Qualcuno che interpreti le urgenze dei “Mille all’incontrario”, che salgono da Sud a Nord per lavorare (negli ultimi anni è cresciuto il divario tra Nord e Sud e sono tornati a crescere i giovani che dal Sud vanno al Nord). Uno straniero che non è più austriaco, ma viene da più lontano e forse non va vissuto solo come un nemico, ma come qualcuno con cui allearsi, nel rispetto reciproco.
Dobbiamo unire le generazioni, unire il Paese in un dibattito più civile, unire il lavoro, anche perché i lavoratori con i diritti tra poco si estingueranno (vedi alla voce contratto unico). Unire politica e società civile, perché questa separazione è sempre più artificiosa. Introdurre una lealtà contributiva tra i concittadini: perché gli stessi ‘clandestini’ non sono negri, ma neri, non per via di un linguaggio ripulito, ma proprio perché quasi sempre sono lavoratori in nero. Dobbiamo dare alla nuova generazione qualcosa di simile a ciò che è stato possibile alla precedente.
Chi è ‘nato’ nel 1994, si sente meno uguale degli altri, perché la disuguaglianza in questi anni è cresciuta. E dobbiamo ‘unire’ i diritti, senza esclusioni per motivi ideologici. I giovani italiani si aspettano le unioni civili, perché le ‘vivono’. Sono favorevoli alla ricerca scientifica, non condizionata dalle morbosità di alcuni. Siamo nel 2010, non nel 1010, e a guardare questa Italia corporativa e oscurantista, invece, viene più di un dubbio. Ecco: reintroduciamo il tempo del futuro nella coniugazione del verbo, anche perché il passato prossimo ci ha letteralmente sfiniti.
La metafora più influente è quella dell’investimento, perché in questo Paese chi investe non è premiato. Anzi. E poi c’è l’ambientalismo, quello di nuova generazione, quello di tutto il resto del mondo, un ambiente che parla all’economia. La banda larga e il wifi. La partecipazione. E un linguaggio diverso, meno rituale, meno ossequioso, più diretto e concreto.
Il Pd come partito dei giovani: una suggestione limitata ai giovani, appunto? Nient’affatto, perché non c’è proprio alcun giovanilismo, ma una precisa strategia, che può essere riassunta nel famoso adagio: «Parlare a nuora (e a genero) perché suocera (e suocero) intendano». Perché è ovvio che risposte date a chi ha meno di trentacinque anni, sono offerte alle famiglie italiane senza limiti di età, anche perché sono le famiglie italiane a fare da welfare, da finanziarie, da sindacati, ormai, per i loro giovani.
E certo, per farlo, ci vuole anche la rappresentanza, una classe dirigente più ‘contemporanea’: il tema del «ricambio» (finora ha vinto il «rimango» generazionale) arriva alla fine, non certo all’inizio del processo. Perché siamo a Pompei 1994, ancora sotto la cenere, e anche Plinio il Giovane, ormai, è invecchiato. Che qualcuno intervenga. E non lo racconti soltanto, ma faccia qualcosa. Perché è già troppo tardi.
Il Buongiorno oggi non è tanto buono:
Oggi per me la notizia più importante del mondo è che Dario Brazzo è sceso in garage e si è impiccato. Aveva 50 anni e faceva l’imbianchino a Villadose, provincia di Rovigo, nel Nordest dove i soldi crescevano e adesso non si trovano più. Accanto al cadavere, un biglietto. Dario Brazzo chiede scusa ai figli e ringrazia polemicamente i tre debitori che, rifiutandosi di saldare il conto delle sue prestazioni professionali, lo hanno mandato in rovina. Chissà se quei tre dormiranno male, stanotte. Temo che continueranno a sentirsi perfettamente a loro agio in questa società fondata sui mutui, nella quale sopravvivono soltanto i furbi. Quelli che incassano subito e non pagano mai.
Uno pensa ai bisticci di potere con cui giornali e tivù si riempiono la pancia e ne coglie la sostanziale irrilevanza rispetto alle riforme di cui ha fame la gente vera. Fra queste la trasformazione della giustizia civile in qualcosa di giusto e di civile, che permetta per esempio a un imbianchino con moglie e figli a carico di ottenere ciò che gli spetta, la ricompensa del suo lavoro, senza dover aspettare un’era geologica. Ingannato e umiliato da chi ha usufruito dei suoi servizi e ora, consapevole della propria impunità, lo irride trattandolo come uno che chiede l’elemosina. Così chi aspetta i soldi muore, mentre chi deve darli campa benone e fa pure la vittima e il nullatenente. Costoro hanno tutto il nostro disgusto, ma tanto non sanno che farsene. Avrebbero bisogno di uno Stato che mordesse loro le tasche, visto che l’anima, quella l’hanno perduta da un pezzo.
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Da Zabajone:
Alle 9 Fini era virtualmente fuori dal Pdl.
Alle 10 era di nuovo dentro e progettava di formare una corrente.
Alle 11 sosteneva di non poter stare in un partito nel quale c’è Berlusconi.
Alle 12 incontrava Berlusconi e lo intimava di uscire dal Pdl.
Alle 13 si arrendeva senza condizioni a Berlusconi.
Alle 14 presentava il simbolo del suo nuovo partito.
Alle 15 La Russa gli dava pubblicamente del pirla.
Alle 16 contava quelli che stavano con lui e il totale faceva due.
Alle 17 veniva messo in minoranza nel nuovo partito.
Alle 18 Gasparri negava di averlo mai conosciuto.
Alle 19 si concentrava sui lavori della Camera per non pensare.
Alle 20 confluiva per alcuni minuti nel movimento di Storace.
Alle 21 era virtualmente dentro al Pdl.
Alle 22 andava a letto, stremato.
O, più che stremato, Fini(to). E più a rischio di lui sono i “finoidi“, colpevoli di aver “tradito la linea” e minacciati di esser presi a pallettoni nelle parti basse. Sempre per amore, ovviamente.
Da Saronno, via Stefano Catone: