Archivio Mensile: giugno 2010

Lontano dal paese reale

dal blog di Luca Sofri

Esilarato dall’orrore dopo aver visto le due pagine di pubblicità su Repubblica, scopro che arrivo tardi (vedi, a leggere i giornali online?) e che il responsabile – il signor Carlo Chionna – secondo il Corriere di oggi “ha ricominciato daccapo dopo aver lasciato il marchio dei famosi pantaloni Jeckerson”.

Con aria dimessa

Dopo la figuraccia della Nazionale (brillantemente raccontata da Matteo Bordone sul suo blog) il carro di Lippi è tristemente vuoto e si chiedono le dimissioni del presidente della FIGC, reo del malriuscito tentativo di restaurazione dei fasti mondiali.

Nel mentre a Milano si dimette Stanca, e a Roma in pochi giorni Brancher riesce nell’impresa di farsi richiamare da Napolitano e ad esser già abbandonato dai suoi. Se chiedessimo le dimissioni sue, e già che ci siamo anche quelle di Bertolaso e Minzolini?

Cota succede in Piemonte

Fra trote ricciolute e orsetti padani, non possiamo non tornare a parlare di Pontida, segnalando non tanto le ennesime lamentele di Fini (che parla ma continua a esser loro alleato) quanto la bellissima cronaca di Giuseppe Provenzano su L’Unità. Qualcuno avrà spiegato a questi “celti” che, visti gli ultimi fatti, non sono più neanche sicuri di avere il Piemonte nelle loro mani?

Milano come Sodoma?

di Giovanni Colombo,
libero (pensatore)
consigliere comunale di Milano – PD

Domenica ero a Palazzo Marino per vedere la mostra multimediale di Dolce&Gabbana (la Bellucci era passata il giorno prima) e, a un certo punto, la mia fragile mente ha avuto un guizzo: e se fossimo Sodoma? Non pensate la solita cosa, miei maliziosi lettori e mie splendide lettrici. Da tempo nessuna corretta lettura del testo biblico collega Sodoma all’ omosessualità. Il mio ragionamento è stato un altro: se Gomorra, come abbiamo imparato da Roberto Saviano e don Peppino Diana, è laggiù, allora Sodoma potrebbe essere quassù… e se fosse l’ altro nome di Milano?

Anche le immagini iper pop post delle sfilate di D&G hanno contribuito ad alimentare la mia ossessione. Cosa sta succedendo a questa città? Ci penso al mattino, ci ripenso la sera. Cosa c’ è dentro questo cuore milanese così tumefatto? Qual è la sua misura?

La “misura di Sodoma”, secondo la tradizione ebraica, è la misura della spartizione. “Il mio è mio e il tuo è tuo”. Una spartizione ferrea, che non consente eccezioni. Infatti la colpa degli abitanti di quella città (Gen. 19, 1 -11) fu contro l’ ospitalità, vale a dire contro la modalità antichissima di rendere gli altri partecipi di quanto è proprio. Un commento medievale ebraico, sempre a proposito dei sodomiti, ammonisce a non fare come loro, “i quali non pretendevano nulla dagli altri uomini, ma non tolleravano che un povero potesse beneficiare delle loro ricchezze”, e cita un passo del profeta Ezechiele (Ez 16, 49):”Ecco era questa l’ iniquità di tua sorella Sodoma: orgoglio, sazietà di pane, prosperità tranquilla erano in lei e nelle sue figlie. Eppure non diede mai la mano al povero e all’ indigente”.

Siamo Sodoma? Mi verrebbe voglia di chiederlo innanzitutto alla Signora, che proprio oggi festeggia il quarto anno da sindaco. Ma Lei è sempre così lontana. La immagino presa tra economia ed estetica, tra lunghi estratti conti e infiniti vestiti nell’ armadio. Borse in calo e gonne in allungo sono ciò che sa misurare con il metro di carta che si ritrova tra le mani.
Una volta, prima della fine della consigliatura, vorrei dirglielo in faccia, col tono giusto: “Se ti togliamo ciò che non è tuo, non ti rimane niente”. Le direi a lei, ma subito mi girerei per ripeterle a me e a ciascuno dei consiglieri, queste parole tremende, maleducate, “fuori misura” proprio perché fanno saltare “la giusta misura”, il confine blindato tra il mio e il tuo.

Io leverei il punto interrogativo. Siamo Sodoma. Siamo, chi più chi meno, come quel sodomita di Mazzarò, l’ infaticabile accumulatore di ricchezze descritto nella pagina finale de La roba di Giovanni Verga, che ormai prossimo alla morte “andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: roba mia, vientene con me”. Siamo, chi più chi meno, sodomiti specialisti nella negazione: è fin troppo evidente che nulla sulla terra è spartito in modo così disuguale (e casuale) come la ricchezza (o la povertà, per guardarlo dall’ altra parte).
La Sodoma di quattromila anni fa finì distrutta. Noi abbiamo ancora qualche mese per trovare un’ altra misura, un battito interiore tutto diverso dall’ ansia della spartizione, un modo di stare insieme che preveda finalmente il contagio reciproco.

Saluti freschi come una fetta d’ anguria
Giovanni

Piratiamo la trasparenza

dal blog di Luca Nicotra

Se l’obiettivo è quello di passare dal supplicare trasparenza all’imporre trasparenza, la “pirateria della conoscenza” è possibile con tre strumenti: posta elettronica certifica, firma digitale, e richieste di accesso agli atti.

Questa la proposta che ho appena proposto per una futura iniziativa comune tra Agorà Digitale e Radicali Italiani su radicali.ideascale.com, il forum digitale dove dirigenti e attivisti stanno iniziando a discutendo strategie e prospettive.

La potete anche votare all’indirizzo http://radicali.ideascale.com/a/dtd/43777-9024

Il mio ragionamento parte dagli scogli su cui si è incagliata l’iniziativa radicale sull’anagrafe pubblica degli eletti che hanno reso ancora più evidente la difficoltà radicale di coinvolgere i cittadini senza accesso prolungato all’informazione e poi di fronte agli attriti e all’impenetrabilità stupida del potere.

Sono segretario di Agorà Digitale, associazione che lotta per affermare libertà individuali attraverso le nuove tecnologie. Ma sono anche un radicale. Quindi so bene che anche la trasformazione tecnologica è soggetta ai meccanismi del potere. Inutile girarci attorno: l’era digitale ci ha promesso una rivoluzione di trasparenza e di partecipazione che non sta arrivando. La Rete ha rivoluzionato i nostri rapporti sociali, il nostro modo di lavorare, il nostro modo di cercare notizie e informazioni. Ma appena si passa dagli individui ai sistemi di potere, la trasparenza, la disintermediazione, la semplicità dei rapporti tipici del mondo digitale, scompaiono, o, se ci sono, sono estremamente selettivi, disinnescati nel loro potere dirompente.

Il nuovo non passera quindi da un potere salvifico di Internet. Passerà forse dall’intelligenza di usare gli strumenti giusti, facendo lotte possibili, con le energie e il tempo che ciascuno di noi ha. Ed è con queste forze reali che possiamo cominciare a strappare documenti e informazioni importantissime dai cassetti degli amministratori e dalle mani dei nominati. Riversandoli nella Rete. Questa sarà la nostra pirateria.

È la ragionevolezza ad imporcelo. È con un atto di pirateria che Rita Bernardini, attraverso uno sciopero della fame faticosissimo, ha permesso di rendere pubbliche le spese segrete del parlamento, svelando a giornali e una parte di opinione pubblica dati sconosciuti e in molti casi “criminali” come li definì Pannella (vedi su: http://servizi.radicalparty.org/freshinstall/cameraspese/tutte )

In concreto gli strumenti che propongo sono tre.

  1. Posta elettronica certificata. Dietro questo nome terribile e tecnicista, c’è la possibilità di trasformare ogni email in una visita agli sportelli delle amministrazioni locali. Di comprimere in pochi istanti, click, le ore passate in fila o rimbalzato da un ufficio all’altro e a inseguire orari impossibili. Uno strumento pensato dall’amministrazione soprattutto per rendere la macchina burocratica più leggera (speriamo), ma che, quasi involontariamente, diventa il luogo dove ci possiamo infilare per esigere trasparenza e legalità.
  2. Sono numerosi i fogli da firmare quando ci si reca allo sportello. Perciò il secondo strumento di cui ci dobbiamo dotare è quello della firma digitale. Un apparecchio che collegato ad un computer permette di sottoscrivere documenti con pochi passi, alla velocità di un “Mi piace”, per quanti conoscono Facebook. Ma con un valore del tutto equivalente a quello di una firma autografa. La posta elettronica certificata, e ancora di più la firma digitale sono poco diffusi e di difficile reperimento. Ma con poche decine di euro, a meno della metà del costo di mercato, Radicali Italiani e Agorà Digitale hanno la possibilità di fornire ad ogni attivista questo piccolo ma sostanziale equipaggiamento tecnologico.
  3. L’“accesso agli atti”, lo strumento legale tramite il quale è possibile per un cittadino richiedere all’amministrazione pubblica documenti che legittimamente ritiene di essere interessato a conoscere. Strumento quasi inutilizzato per la burocrazia e la non conoscenza che lo circonda.

Per una email certificata con in allegato una richiesta firmata digitalmente di accesso agli atti ci vogliono pochi minuti. La nostra pirateria sarà quella di prenderci i documenti e i dati con cui ci sarà risposto e di renderli pubblici. E di denunciare per inadempienza la pubblica amministrazione in tutti i casi in cui questa non risponda. Anche con azioni collettive.

A quali informazioni possiamo accedere?

Solo per fare qualche esempio.

  1. A tutte le informazioni ambientali e con quelle documentare gli scempi sul territorio.
  2. Alle spese patrimoniali, ai redditi e alle spese elettorali dei consiglieri comunali, provinciali e regionali.
  3. A tutti gli iscritti alle liste elettorali, cioè dei cittadini che hanno diritto al voto.

Ma sta ai cittadini, agli attivisti ed ai dirigenti radicali, comprendere le priorità e la forma per poterci accedere.

Sembra complesso, come si può fare?

La gestione dei riferimenti di legge è ostica anche per i radicali di maggiore esperienza. Per questo è necessario che Radicali Italiani e Agorà Digitale forniscano delle procedure facilitate che permettano a chiunque di procurarsi con poche decine di euro posta elettronica certificata e firma digitale, e di realizzare in pochi click i documenti per le nostre visite “virtuali” agli uffici comunali.

Come valorizzare questa lotta?

Le strade possibili sono limitate solo dalla fantasia. Si chiama civil hacking la capacità di utilizzare le tecnologie per rendere i dati intuitivi e fruibili. Starà ai cittadini, agli attivisti, ad Agorà Digitale e Radicali Italiani saperli utilizzare in modo efficace.



When I get older I will be stronger

Le parole del titolo son parte del testo dell’inno Coca-Cola per questi Mondiali.

Ma la forza dell’esperienza non basta.

La restaurazione, nel calcio come in politica, non funziona, e la prepotenza arrogante di chi si adagia sul passato non fa che peggiorare le cose

Ovviamente Calderoli questo non lo capisce, e chiede ancora maggiore autarchia, senza notare che i (pochi) gol azzurri vengono dal sud e che l’unica speranza per il futuro, come hanno fatto altre nazionali, è andare fuori dagli schemi e iniziare a scegliere davvero i migliori, senza pregiudizi e preferenze per gli yes-men.

Per una volta aveva ragione Berlusconi (Bossi no).

Ma ora mi raccomando, nel PD come nel calcio: nessuno faccia i complimenti ai vecchi ex. Potrebbero pensare di tornare in campo.

Abbandonare la Nazion(al)e prima che affondi

Mentre l’Italia si gioca il tutto per tutto, sostenuta anche da Miss Padania, il presidente della FIGC mette le mani avanti parlando (finalmente) di un futuro azzurro più “colorato” e il leader del Carroccio risponde accusando la Federcalcio di aver già comprato la partita.

Sperando in un buon risultato della nazionale elvetica, e certi in questo modo di non esser presi in giro dai tedeschi, intanto, Como e Varese si preparano a diventare svizzere.

Tre metri oltre il ridicolo

Da qualche giorno fra i lucchetti di Ponte Milvio c’è anche quello che suggella l’amore fra il sindaco Alemanno e Federico Moccia.

“Simply mad”

Non si parla di Italia, ma è severissimo il giudizio dell’Economist sull’idea di avere un ordine dei giornalisti. E non hanno ancora visto i pennivendoli che difendono a spada tratta la Chiesa e la Nutella.

De iuventute

Pippo Civati (di cui qui potete leggere anche una bella intervista sulla campagna “Nessuno tocchi i blog”, che mostra una capacità concreta di esser connessi col proprio tempo) scrive per Il Post un’interessante analisi del conflitto generazionale nel nostro paese:

La nuova generazione deve essere capace soprattutto di rappresentare, di organizzare il consenso, di affrontare i compiti che la riguardano, di condividere il senso delle sfide e di parlare con «parole sue» a qualcuno che finora non è stato mai rappresentato.

Il problema, però, come ci fa notare un amico nel nostro circolo, è a monte. Si lotta per stare a galla e sopravvivere, dove si trova lo spazio per le grandi battaglie politiche?

…credo che questo non sia solo un mio problema, ma uno dei principali problemi tout court di questo tempo, che costringe troppi giovani, e tra di loro spesso i più volenterosi, ma ahimè, “scoperti”, a cercare di restare in piedi, con buona pace dei propri diritti e spesso, della propria dignità. Alla faccia di chi ancora si azzarda a sostenere che a questo mondo l’impegno alla fine viene sempre ricompensato, e con esso l’onestà, l’ottimismo, ecc ecc, ecco oggi non riesco proprio ad aderire a questa opinione. Come pochi giorni fa sottolineava un corsivo magistrale della Stampa, nel nostro paese si sta aprendo un gigantesco buco nero, che sta spazzando via una intera generazione, ma forse oramai, possiamo parlare anche di due, o di tre; chi si trova in mezzo al buco nero, fatica appena a stare a galla, e questo già costa tutte le energie e le riserve mentali, senza che peraltro da questo investimento si possano attendere, nel medio periodo, ritorni o soddisfazioni. Dispiace soprattutto la consapevolezza dello spreco immenso di risorse, idee, competenze e disponibilità che questo comporta…

E allora, che fare? Rassegnarsi  a prendere esempio da Noemi Letizia, che alla maturità dimostra già di saper usare i trucchetti di papi Silvio?