Archivio Mensile: luglio 2010

Schiena dritta

Niente di personale: intorno al biscotto del Potere ronzano vespe di ogni colore e d’estate a Roma fioriscono terrazze dove il critico contende un groviglio di bucatini al regista del film che dovrà recensire e il politico di sinistra suggerisce all’editorialista di sinistra che cosa scrivere nel prossimo articolo che il pubblico di sinistra non leggerà. Nessun governo dichiarerà mai illegale questo genere di intercettazioni. Però non stupiamoci se i nostri padroni, lettori e telespettatori, ci considerano parte di quella stessa Casta dalla quale, a parole, prendiamo le distanze. Chi si autodeclassa da campanello d’allarme a carillon toglie credibilità alle battaglie sulla libertà di stampa. Quel che è peggio, ne toglie all’immagine di una categoria composta in maggioranza da persone che a cena con i potenti non ci vanno, non foss’altro perché non vanno a cena, dovendo restare nelle redazioni fino a notte fonda.

Massimo Gramellini

Out of the blue

da Manteblog


Il sito web di Claudio Scajola dimessosi da Ministro per le note vicende mnesiche in data 4 maggio 2010 è stato aggiornato l’ultima volta il 5 maggio 2010.

p.s. nei “numerosissimi messaggi di solidarietà giunti” non c’e’ nemmeno un cognome.

Sole, mare, pizza, mandolino, mafia

Non fosse per quella voce “sensuale”, per l’assenza delle montagne e per il logo finale, non sarebbe neanche un brutto spot.

In corsa o al capolinea?

C’è chi va Oltre e chi è al capolinea nel suo partito. Ma pure il PD si muove, anche se non sempre nella giusta direzione:

  • Propone una Commissione d’Inchiesta sulla P3, facendo innervosire Di Pietro;
  • Si inserisce nel dibattito sulla libertà della rete, ma dalla rete chiedono che ora sul tema ci si dia da fare in Parlamento;
  • Chiede a Veronesi di dimettersi nel caso in cui venga nominato alla presidenza dell’Agenzia per il Nucleare;
  • Decide una visita a L’Aquila, ma anche da lì chiedono più battaglie in aula che visite ai terremotati.

Sensazionale

Il PdL non è avverso ai magistrati. Anzi, li candida pure. Contro la legge.

L’era dell’Obama Bianco

Il gioco dell’Obama Bianco piace tanto ai giornalisti di Repubblica, un po’ meno alla direttrice dell’Unità. Dopo la delusione Serracchiani, qui da noi nel circolo si discute di Vendola senza entusiasmi eccessivi ma senza censure (non siamo mica il PdL). In fondo non c’è bisogno di cercare leader altrove, la gente lo sa:

Esistono due Pd. Più precisamente, i ‘due’ convivono. Quello che sta sulla difensiva e che sembra perennemente incerto e quello che spera nel cambiamento. Quello che si è impigrito in tanti, troppi anni di politique politicienne e quello che ancora vuole scommettere su se stesso e sulle cose da fare. Quello che continua a parlare di sé e quello che vorrebbe ospitare tutto il dibattito della parte progressista del Paese. Quello che si chiede dove è stato, in tutti questi anni, e quello che vorrebbe capire dove stare, nei prossimi.

Se il PD del cambiamento avrà il sopravvento, il leader arriverà di conseguenza (si spera).

Cambiare Milano

Tra meno di un anno si vota per Palazzo Marino. Saranno elezioni decisive per la città e per l’Italia. Noi crediamo che Milano possa cambiare. A patto che, a partire dalle primarie, si costruisca un processo capace di coinvolgere tutti coloro che per rimettersi in gioco non si accontentano di aderire a questo o a quel candidato scelto dai partiti. Le primarie non dovrebbero servire solo a proclamare un vincitore e uno sconfitto che sanciscano la scontata prevalenza di uno schieramento politico sull’altro. La sensazione, invece, è che i partiti si stiano muovendo in questa direzione, con l’unica ambizione non di vincere ma di assicurarsi almeno qualche posto sui banchi dell’opposizione. Non basta, non può bastare. Nessuno è così ingenuo da pensare che si possa fare a meno dei partiti, ma è vero anche che gli artefici di troppe sconfitte non possono più pretendere di gestire la politica come fosse cosa loro, tanto più le primarie, un esperimento di democrazia dal basso che per essere tale dovrebbe essere il più aperto possibile proprio per restituire ai cittadini il gusto della partecipazione. Servono primarie vere, aperte a più soggetti. Non due ma tanti candidati, uno schieramento plurale che garantisca un vero confronto sui contenuti, non un’accozzaglia di perdenti più un candidato sindaco scelto dalle segreterie, a prescindere dalla volontà dei cittadini. Come fare per dare a tutti pari dignità? Con una proposta molto semplice, che potrebbe sembrare ingenua e invece ci sembra l’unica possibile per garantire il coinvolgimento di tutti i cittadini mortificati che non vedono l’ora di tornare a fare un’altra politica. Primo: Milano è una realtà complessa ma anche semplice, quindi è necessario che alcuni soggetti autonomi dai partiti si siedano attorno a un tavolo per elaborare quattro o cinque punti irrinunciabili, e vincolanti, una cornice di programma per cominciare ad immaginare una città diversa da quella che siamo costretti a vivere: ecologia, mobilità, politiche migratorie, scuola, sport, diritti dei più deboli… Una volta disegnata la cornice dentro la quale fare politica, ognuno dei candidati alle primarie – che ovviamente sarebbe chiamato a partecipare alle definizione dei punti imprescindibili – dovrebbe sottoscrivere una sorta di fedeltà agli impegni presi. Questo passaggio servirebbe a disegnare un percorso più o meno condiviso da tutti i partecipanti, a prescindere dal vincitore. Ma siccome potrebbe non bastare per scongiurare la dispersione del voto di chi ha lavorato per un candidato perdente, è necessario stabilire un altro vincolo. Per continuare a restare insieme. Secondo: comunque vadano a finire le primarie, tutti i candidati dovrebbero impegnarsi a far parte dello schieramento che nel 2011 cercherà di conquistare Palazzo Marino. Così facendo, i cittadini potranno davvero puntare sul loro candidato senza avere la sensazione di partecipare al solito gioco delle primarie truccate, e i partiti del centrosinistra potranno dimostrare con i fatti che hanno capito che la politica non può più essere un affare per pochi eletti. Chi ci sta a discuterne?

Emanuele Patti (Arci Milano)

Antonio Iannetta (Uisp Milano)

Carlo Dalla Chiesa (Associazione 11 metri)

Per adesioni scrivere a: patti@arci.it.

Camorrista è meglio di culattone

Saviano e il caso Cosentino-Caldoro: un linguaggio che mette i brividi

da Barbablog

La ricostruzione di Roberto Saviano uscita sabato 17 luglio su Repubblica a proposito del dossier di Cosentino contro Caldoro è una bomba. Se non l’avete letta correte a farlo, la trovate in Rete, ma preparatevi: vi verrà la nausea. È nauseante quello che si legge dei colloqui tra Nicola Cosentino, coordinatore del Popolo della libertà in Campania, e Arcangelo Marino, un ex assessore socialista incaricato di preparare un falso dossier sull’allora candidato alle elezioni regionali Stefano Caldoro. Gli era piaciuto il caso Marrazzo, a Cosentino e ai suoi, e avevano deciso che quella sceneggiatura poteva funzionare per togliersi dai piedi un rivale. Cosentino, già accusato di connivenze con la camorra, voleva diventare presidente della Regione Campania a ogni costo: il suo gruppo, cosca, cricca, scegliete il termine voi, pensò che per delegittimare Caldoro, scelto dal Pdl per sostituirlo, non ci fosse niente di meglio che dare qualche imbeccata ai giornali per costruire il caso «Caldoro e il transessuale».
Non so che cosa faccia stare peggio in questa storia: vedere come certi politici trovino normale pensare di usare l’informazione per screditare gli avversari o l’idea – dalle intercettazioni sembra largamente condivisa – che frocio sia peggio che camorrista. Anzi, culattone: apprendiamo infatti dalla ricostruzione di Saviano che i gay ricchi, in quell’ambiente, vengono definiti «culattoni», e quelli poveri «ricchioni». Cosentino e il suo gruppo pensano, probabilmente a ragione, che il sospetto di essere gay pesi più che essere indagati per camorra. Mette i brividi il linguaggio che esce dalle intercettazioni e dal dossier: i giornalisti sono «guaglioni ’e barbiere», «garzoni del barbiere» che lavorano per la cricca, i testimoni sono chiamati «cantatori». È un linguaggio che racconta una mentalità profondamente corrotta, arrogante, che ha in spregio assoluto le leggi, lo Stato, le regole della democrazia e della civiltà.
Altro che Gomorra: è stato fin troppo prudente Saviano in Gomorra. Qui esce che la realtà è ancora peggio di come sospettiamo. E soprattutto che poggia e conta sulla mentalità più bieca e arretrata per perpetrare i propri affari: un mondo vecchio, corrotto e maschio. Neanche una donna compare in questa melma. Intanto, in Versilia, un bagnino cacciava due gay che si baciavano in spiaggia, perché non tutte le mamme sono «madri snaturate che accettano di far vedere queste cose ai loro bambini».
Mentre noi navighiamo in quest’arretratezza e in questo fango, la settimana scorsa persino l’Argentina legalizzava il matrimonio tra omosessuali.

Dell’Acqua al rabdomante

da Metilparaben

La rabdomanzia è una pratica che consiste nel tentare di localizzare oggetti nascosti sotto terra servendosi di una verga o di una bacchetta biforcuta. Ha origini antiche ed è ancora praticata nonostante tutte le prove realizzate secondo metodi scientifici ne abbiano mostrato la completa inefficacia.
Il termine deriva dalle parole greche ῥάβδος (rhábdos) che significa “bacchetta” e μαντεία (mantéia) che significa “divinazione”, dove quest’ultima va intesa nel significato più esteso di “ricerca di informazioni mediante pratiche religiose”.

Ricchi e poveri

Berlusconi ha dichiarato in sede europea “Siamo i più ricchi in Europa”. E’ vero. Si riferiva però alla sua famiglia: i Berlusconi sono i più ricchi in Europa, o giù di lì. Obiettivo centrato.

Le tasse locali aumentano, ma mentre la giunta di destra alla provincia di Bari spreca soldi nell’ennesimo auto-aumentarsi gli stipendi e il comune di Palermo è sommerso dai rifiuti, il sindaco di Cassinetta, oasi di centrosinistra nella “padania” leghista e pidiellina, mostra la strada da seguire, con una gestione oculata del territorio che lo rende amatissimo dai cittadini e ne fa esempio per tutti i comuni italiani.

Sempre restando alle amministrazioni locali, la Consulta ha bocciato il ricorso del Governo contro la regione Toscana, che offre trattamento sanitario gratuito agli immigrati, anche se privi del permesso di soggiorno. Ma mentre la lega lamenta “razzismo contro i toscani” il governatore Rossi rilancia: ora al lavoro per diritti di cittadinanza e politici.

La crisi, intanto, colpisce anche Don Verzé, costretto a elemosinare fondi per il San Raffaele alla neolaureata Berlusconi, in sede di proclamazione e in presenza del padre.

Ma dalla povertà c’è chi esce con la cultura e l’innovazione: in India il 3% del bilancio annuale viene investito per l’educazione, e per le scuole indiane sono appena riusciti a creare un computer da 35 dollari.

Il governatore rilancia: ora al lavoro per i diritti di cittadinanza e quelli politici