Archivio Mensile: agosto 2010

Che cosa siamo se non europei?

dal blog di Luca De Biase

Jean-Claude Juncker, primo ministro del Lussemburgo ha detto, tempo fa: “Sappiamo esattamente quali politiche adottare per rilanciare l’Europa. Ma non sappiamo come farci rieleggere quando le avessimo adottate”.

La citazione viene da un bel pezzo sull’Europa dell’Economist che propone una visione dotata di un sano ottimismo della ragione…

Più sono vecchi e più fanno i teenager

da Internazionale

Lo scrive la scrittrice Julie Burchill riferendosi ai politici inglesi. Un problema che interessa anche l’Italia?

Julie Burchill: The trouble with politicians is the older they get, the more they act like teenagers – Julie Burchill, Columnists – The Independent.

Torino. A lezione di città.

dal blog di Cristiana Alicata

Questa notte da una delle rive del Po, guardavo i Murazzi illuminati, piazza Vittorio elegante e viva, un brulicare di giovani, e pensavo a Roma. Enormi nuvoloni carichi di elettricità acquistata sulle Alpi si inerpicavano l’uno sull’altro facendo l’amore e facendo piovere.

Ho visto l’anima di questa città, sono stata testimone del suo risveglio complesso che è passato da un rilancio industriale accompagnato da un’amministrazione forte, che ha segnato, inciso, cambiato il volto della città, saputo inoculare prospettive, diffondere. Le due parole che mi vengono in mente se penso a Torino sono inoculare e diffondere. Un quartiere presidiato dagli spacciatori dove si inoculano luoghi di aggregazione. La casa del Jazz aperta accanto al villaggio olimpico che presidia, illumina, allegra un’intera piazza altrimenti deserta. Un asilo di avanguardia nel mezzo del quartiere più malfamato. Piccole bombe a diffusione. Che poi contaminano. I torinesi amano questa città. I torinesi calabresi, siciliani, abruzzesi pure. L’Italia anti-padana, l’Italia vera, persino immigrata, è nata qui. Qui c’è il laboratorio nazionale dell’integrazione e del cosmopolitismo europeo. Milano, in confronto è una cittadina bieca e di provincia, fossilizzata negli anni ottanta. I torinesi non sono più abitanti, forse non lo erano anche prima, quando tutti pensavamo che questa città fosse grigia e depressa. Sono cittadini.

Pensavo a Roma e pensavo a quale anima ha la nostra città, talmente eterna da sembrare, a volte, morta. Più volte ho criticato il modello Roma fondato su cattedrali nel deserto (Auditorium, salone del Gusto) che con difficoltà si innestano nel quartiere che li ospita. Non è stata solo colpa della politica che concepiva un uso (e abuso) monumentale della cultura (pensando fosse consono alla natura ed alla storia della città). Grandi attori, grande cinema, grande cucina, grande tutto. Eppure sono certa che anche Roma si meriti un approccio sabaudo che le restituisca la capacità di viversi e non solo di adorarsi, dobbiamo ricominciare a pensare ai romani non come gli ospiti di un enorme patrimonio culturale, ma come dei cittadini che meritano di poter vivere la città senza che questa sia un ostacolo in quanto intoccabile e inalienabile.

Ridare vita al fiume. Decentrare come parola d’ordine: cultura, luoghi, parchi, uffici, negozi. In parte già fatto. Con alcuni madornali errori (vedi i centri commerciali sorti come funghi e vedi quartieri come Muratella dove i palazzinari hanno preso il loro e non hanno rispettato i patti di dare vita ad un quartiere invece che ad un dormitorio). Strappare i romani dal torpore godereccio, abbattere le barriere della mobilità consentendo l’accesso al centro serale con un sistema di navette, con un accordo con i tassisti. Sogno l’atmosfera della Notte Bianca ogni sera. Roma può. Rivedere i criteri del turismo che ha abbassato il livello dell’offerta alloggiativa e gastronomica. Siamo sicuri che vogliamo orde di vecchi pellegrini e basta? Non vogliamo un turismo giovane, vivo, che spende, si infila nella città, la stimola, si mischia? Siamo una città o un monumento? Abbiamo un anima o solo un cadavere da mostrare?

Ciò che è Torino oggi non è un caso. Penso a Zurigo. A Copenhagen. A Berlino. A Madrid. E penso che si possa pensare una Roma diversa.

Ogni tanto fa bene dare una riletta agli avvenimenti del passato

da Il Politico

Ricordate i megamanifesti 6×3 con cui il Pdl tappezzò le città alla vigilia delle elezioni politiche del 2008, quelli con scritto “La sinistra ha messo il paese in ginocchio” e l’imperativo “RIALZATI, ITALIA”?

Andiamo a rivedere i titoli dei giornali del periodo, quelli che riportano i “disastri” combinati dalla sinistra durante i suoi 20 mesi di governo, dall’aprile 2006 al febbraio 2008:

‘Meno rischi, l’Italia cresce’ (La Repubblica, 17/5/06)
‘Draghi: l’Italia accelera, il Pil cresce più delle attese’ (Il Messaggero, 28/10/06)
‘L’economia cresce oltre le attese’ (Il Sole 24 ore, 23/11/06)
‘Tra i consumatori cresce la fiducia (La Repubblica, 26/11/06)
‘Boom delle entrate fiscali’ (La Repubblica, 30/11/06)
‘Fiat, 2 milioni di auto nel 2006′ (La Repubblica, 2/12/06)
‘Un boom silenzioso, l’Italia è in ripresa’ (La Repubblica, 13/12/06)
‘E’ boom per l’industria, la produzione fa più 6,5%’ (Il Giornale, 28/12/06)
‘Industria, cresce la produzione dopo cinque anni’ (Il Sole 24 ore, 31/01/07)
‘Boom di entrate ma il rigore continua’ (Panorama, 8/2/07)
‘Sorpresa, c’è il BOOM’ (Il Messaggero, 14/2/07)
‘Boom di fine anno e il Pil 2006 vola al 2%’ (La Stampa, 2/3/07)
‘Ocse: l’Italia cresce oltre le attese’ (Avvenire, 13/3/07)
‘Quell’Italia pronta al boom economico’ (La Stampa, 22/3/07)
‘Auto, è boom ad aprile’ (La Stampa, 9/6/07)
‘Boom delle entrate, il tesoretto si ingrossa’ (Corriere della sera, 25/8/07)
‘Sempre più viaggi in aereo. L’Italia cresce del 10%’ (Il Messaggero, 18/12/07)
‘Cresce la qualità della vita ed è boom di nascite’ (La Repubblica, 3/1/08)

Poi, ci furono le elezioni; il Popolo della Libertà le vinse ampiamente, e ci ha pensato il presidente del Consiglio a rialzare l’Italia. Lo provano i titoli dei giornali nel suo primo anno di governo:

‘Crollano i consumi delle famiglie’ (Corriere della sera, 10/5/08)
‘Gli italiani tirano la cinghia, crollano le vendite al dettaglio’ (Europa, 1/7/08)
‘I prezzi esplodono, crollano le vendite, nessuno governa’ (Il Messaggero, 1/7/08)
‘E crolla il mercato delle vendite di auto e moto’ (La Stampa, 11/7/08)
‘L’Italia si è fermata crolla la produzione’ (La Repubblica, 16/7/08)
‘Più imposte e meno mutui. Crolla la fiducia degli italiani’ (Il Sole 24 ore, 26/7/08)
‘Agosto affonda l’auto. In Italia le vendite crollano del 26,42%’ (Il Messaggero, 7/10/08)
‘Crollano le Borse, Milano perde l’8,24%’ (La Repubblica, 11/10/08)
‘Italia, competitività crollata’ (LiberoMercato, 30/12/08)
‘Crollata ai minimi storici la fiducia nelle imprese italiane’ (La Repubblica, 16/1/09)
‘Crolla la produzione. Confindustria; non è finita, Pil giù del 2,5%’ (La Stampa, 21/2/09)
‘Italia, crolla il Pil. Il 2008 segna -1%’ (Il Resto del Carlino, 17/3/09)
‘Crollano le esportazioni italiane. A gennaio -25,8%, mai così male dall’86′ (il Giornale, 25/3/09)

P.G. B3rsany

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Legalisti e non

da piovonorane

Sul Frecciarossa delle 19 da Milano a Roma senza fermate intermedie, si è tenuto un dibattito assai teso sul tema della legalità ferroviaria.

E’ accaduto infatti che due sfigatissimi parenti-accompagnatori di un passeggero salito a Milano si sono attardati troppo a lungo nei saluti a bordo e, alle 19.01, si sono accorti che il treno aveva chiuso le porte partendo per Roma, dove loro non avevano alcuna intenzione di recarsi.

Andati immediatamente in panico, i due sono corsi dal capotreno invocando di poter scendere, e il capotreno ha chiamato il macchinista, e – mentre il macchinista pensava sul da farsi – in seconda classe è partito appunto l’acceso dibattito.
Da un lato i legalisti (giustizialisti?), secondo i quali non ce n’era per nessuno, i due accompagnatori non dovevano rompere le balle, l’avviso di partenza era stato dato due volte forte e chiaro e adesso quelli venivano a Roma con noi, non si capisce perché noi dovevamo accumulare ritardo per la loro disattenzione. D’altro lato, il partito del “se po’ fà” (i garantisti?), che puntavano tutto sul “poveracci, ci fermiamo trenta secondi a Parma o a Bologna, che ci vuole?”, un calcio nel sedere e tutti contenti.

Il secondo partito, inizialmente minoritario, è tuttavia cresciuto di numero quando i due sfigati (un giovane e un sessantenne) hanno rivelato alcuni dettagli compassionevoli: il loro parente era infatti venuto a Milano per un funerale di un altro familiare, evento dal quale tutti e tre provenivano, e infatti avevano ancora addosso gli abiti del lutto; uno dei due “passeggeri controvoglia” (il giovane) aveva il turno di lavoro come muratore appena fuori Milano che iniziava alle cinque del mattino di oggi e se non si presentava in cantiere rischiava il licenziamento (l’Eurostar arrivava a Roma alle 22, per tornare avrebbero dovuto prendere il treno della notte in arrivo a Milano alle sette): infine, a Milano non erano scesi in tempo (sostenevano) perché ancora molto turbati dalle esequie e perché stavano consolando il parente (quello che partiva) ancora in lacrime.

Il non perfetto italiano con cui si esprimeva l’anziano – probabilmente calabrese – rendeva il tutto ancora più complesso (che non abbia capito l’avviso di partenza?).

Alle richieste disperate dei due, il partito dei legalisti tuttavia non si lasciava commuovere – e qualcuno raccontava di un caso simile a seguito del quale alla fine un treno era arrivato con un’ora di ritardo.

Una corrente un po’ estremista di questo partito (forse erano lettori del Fatto) sosteneva che non solo i due non potevano essere sbarcati prima di Termini, ma dovevano pure pagare il biglietto Milano-Roma con tanto di multa per essere saliti a bordo sprovvisti del medesimo. Infatti, argomentava una signora, se non li si fa pagare c’è il rischio che da domani diventi un’abitudine truffaldina salire sul treno sostenendo che si era lì solo per accompagnare un parente e poi scroccare il viaggio a Trenitalia.

Il bigliettaio si è rifiutato di prendere in considerazione quest’ipotesi e quindi il dibattito è tornato sul dilemma fermarsi sì o no.

Alla fine è arrivato il parere non vincolante del macchinista, secondo il quale si potevano aprire le porte ai due solo nel caso un semaforo avesse fermato (di suo) il treno in una stazione e questo si fosse trovato accanto a un marciapiede (non si poteva certo dropparli su un binario, che stava pure iniziando a far buio).

Il lodo-macchinista è stato approvato dalla maggioranza degli astanti, eccetto gli estremisti dei due fronti.

Alla fine, però, l’unico semaforo rosso lo abbiamo beccato a Bologna, dove (secondo la ben nota legge di Murphy) il nostro treno era stato indirizzato su un binario senza marciapiede accanto, quindi ciccia.

Comunque, per la cronaca, abbiamo preso lo stesso la consueta mezz’ora abbondante di ritardo – e a Termini ho visto i due correre come disperati per non perdersi pure il treno della notte.

Il gioco del mercato

«Quando si satura il mercato del parlar bene conviene parlar male. Ma non di Saviano, di chiunque. Fa parte del gioco».

(Roberto Saviano nell’intervista di Gianluca Di Feo, su L’espresso)

Tecnologia palestinese

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Non è particolarmente bella né efficiente ma ha un grande valore.  E’ la prima auto ad energia solare prodotta con tecnologia e ricerca scientifica palestinese. Esce dai laboratori del Dipartimento di ingegneria dell’ Università politecnica palestinese di Hebron in Cisgiordania ed è costata un investimento di appena 4.000 dollari. E’ un piccolo grande segno di speranza in un paese senza produzione industriale ma con oltre 300 giorni di sole all’anno.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

Raggi (e bibite) energizzanti

L’energia pulita inventata da Marconi e occultata dal Vaticano ci ha entusiasmato, ma la spiegazione di come funziona no, non la beviamo.

Il boomerang della diseguaglianza

di Marco Simoni
(da L’Unità del 6 luglio 2010)

Qual è la conseguenza della diseguaglianza? Questa domanda, le implicazioni che se ne potrebbero trarre, dovrebbe salire di importanza nelle discussioni di queste settimane sulla migliore politica economica da seguire. In estrema sintesi, al momento si fronteggiano due posizioni. Una è quella degli Stati Uniti, della Francia e di economisti come Paul Krugman di Princeton. Si sostiene che sia importante continuare a sostenere la spesa pubblica per consolidare la ripresa ed evitare che vi sia una seconda recessione. La seconda posizione, seguita da Germania, Regno Unito e da economisti come Alberto Alesina di Harvard, crede al contrario che sia ormai tempo di cominciare a ridurre il deficit per evitare che alla crisi economica faccia seguito una ben più grave crisi del debito pubblico. Alcuni Paesi come l’Italia non hanno praticamente scelta. Con un debito pubblico che supera largamente il 100% del Pil, l’aggiustamento dei conti pubblici è inevitabile. Quel che non è inevitabile, tuttavia, è il modo in cui avviene questo aggiustamento, le spese che si decidono di tagliare, e le riforme che si accompagnano – o, come nel caso della manovra di Tremonti, non si accompagnano – al taglio della spesa.

Tuttavia, credo si stia largamente sottovalutando l’effetto che, sia la crisi, sia i tagli, stanno avendo sulla distribuzione del reddito. Gli scorsi quindici anni hanno visto la disuguaglianza emergere con gran forza in molte delle nostre società, ora continuerà certamente ad aumentare. Le ragioni sono evidenti: la crisi colpisce soprattutto chi perde il lavoro; questi ultimi tendono ad essere i lavoratori meno qualificati e quindi già meno benestanti; i tagli tendono ad essere regressivi e colpire maggiormente chi usa i servizi pubblici. Oltre alle cause della diseguaglianza, tuttavia, sarebbe importante riflettere sulle sue conseguenze. Gli ultimi venti anni di studi politici infatti hanno mostrato come la crescita del reddito sia una condizione fondamentale per il consolidamento dei regimi democratici. I classici del pensiero politico mettono la crescita economica e un livello non eccessivo di disuguaglianza al centro dei fattori di sostegno a una democrazia.

Al contrario, negli ultimi quindici anni, la mobilità sociale si è ridotta, non solo in Italia dove ormai è quasi assente, soprattutto negli Stati che hanno aumentato maggiormente i loro tassi di disuguaglianza. La legittimità delle nostre democrazie non si è mai poggiata solamente sul dato procedurale, sul diritto di voto e sul rispetto della legalità, ma è sempre stata sostenuta anche da risultati considerati, certo migliorabili, ma nel complesso equi. Quanta disuguaglianza sia tollerabile dalle nostre democrazie è una domanda a cui è preferibile non cercare una risposta empirica.