Archivio Mensile: agosto 2010

Realacci, le Winx e l’ambiente

A scuola di ecologia con le Winx
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Quale è l’età giusta per imparare a vivere sostenibile? Prima si impara, meglio è!
Se poi le maestre sono belle, simpatiche e dotate di poteri magici, allora imparare sarà ancora più facile!
Sì, perché ora, ad educare le bambine ad uno stile di vita green saranno le loro adorate Winx.
Si tratta, per chi non le conoscesse, di fatine protagoniste di un cartone animato e vendute come bamboline, che hanno poteri magici in grado di risolvere ogni problema.
Sono veri e propri idoli per le più piccole, per questo motivo sono state scelte come testimonial di una campagna per diffondere tra le generazioni più giovani messaggi che invitino alla tutela dell’ambiente, alla conoscenza delle energie rinnovabili.
Le fatine saranno sponsor di un libro rivolto ai bambini dal titolo “La Green Economy, Magie verdi per un mondo migliore”.
Il testo, presentato al seminario di Symbola, Associazione presieduta da Ermete Realacci che ha patrocinato questa iniziativa insieme a Rainbow, la società proprietaria delle Winx, si propone di educare i più piccoli alla conoscenza di un’economia sostenibile.
E’ utile sfruttare l’influenza che sulle bambine possono avere personaggi come le Winx – afferma Igino Straffi, presidente di Rainbow – in quanto vengono viste come modelli con cui identificarsi, per cui i messaggi da loro veicolati possono essere accolti più facilmente”.

Cyber Command

Ne avevamo già parlato, ma il programma di sicurezza contro i cyberattacchi si presta anche a un simpatico gioco:

Questo è il logo dello US Cyber Command, la neonata organizzazione militare, con sede a Fort Meade, nel Maryland, che dovrebbe proteggere gli Stati Uniti dagli attacchi informatici e interdire le attività nemiche nel ciberspazio.

Se lo guardate bene (cliccate sull’immagine per ingrandirla), noterete che nell’anello interno c’è una sequenza di numeri e lettere che sembra un codice. Gli smanettoni del Cyber Command non hanno saputo resistere alla tentazione di infilare un po’ di crittografia nel proprio stemma.

Riuscite a decifrare il codice e a documentare nei commenti la vostra soluzione?

Buon divertimento!

[qui la soluzione]

Manifesto per un partito contemporaneo

I ricchi non piangono

“I ricchi sono diversi. I ricchi sono spietati”. Un commento che si trova in un fantastico articolo del New York Times che dimostra come i poveri che, per senso dell’onore, tentano in ogni modo di pagare le quote del loro mutuo in America, sono molti in percentuale; mentre i ricchi non pagano i debiti in proporzione maggiore.

Luca De Biase

La Grande Unione di Bersani

da Ciwati

Christian mi tira giù dal letto. Mi dice che anche Bersani ha scritto una lettera. Come Walter (ormai è un genere letterario). E, dice Christian, sembra la lettera di un segretario di sezione degli anni Sessanta. No, è del 2010. Di un politicismo esasperato, come le ultime dichiarazioni del nostro segretario, la lettera illustra, in sintesi, la disponibilità del Pd a costituire un governo tecnico e, nel caso di elezioni anticipate, un vasto schieramento, denominato Grande Alleanza (con la presenza di Casini, si potrebbe anche usare il termine ‘Santa’) contro il Mostro. Una cosa diversa dall’Unione e, però, a ben guardare, del tutto simile. Anzi, più grande. Una Grande (Grosse?) Unione per una legislatura costituente (solo?).

Bersani poi propone la costituzione di un nuovo Ulivo, dai confini indefiniti, che assomiglia al vecchio Ulivo, ma sarebbe diverso (forse è un Ulivo di terza generazione, come il nucleare). Non so, ma a quelli che criticavano la lettera di Veltroni, consiglio una lettura in parallelo delle due missive. Così, magari ci si rende conto che il concretissimo Bersani è più vago del veltroniano Walter. E che a parte l’«impegno univoco» e la «fisiologia democratica», non si capisce che cosa andremmo a fare, al governo del Paese. Pensavamo che dopo B si aprisse una nuova fase, di coraggio e di speranza: e invece si dà per scontato che sia imbattibile, e che si debba fare la “raccolta punti” di tutti i partiti per batterlo.

Ricordo che Bersani rimproverava a Franceschini di limitarsi all’anti-berlusconismo, nei lunghi mesi del Congresso dello scorso anno. Ora l’ex segretario potrebbe rispondere, come si faceva da bambini: “specchio riflesso”. In sostanza, una via d’uscita dal berlusconismo che lo conserva totalmente, senza slanci, né orizzonti nuovi e diversi. Così, per la cronaca. In ogni caso, non è colpa di Bersani: è tutta colpa di Christian, se mi sono svegliato male.

P.S.: il finale è epico: «suoneremo le nostre campane». Non ci limiteremo ai campanelli, insomma. Wow.

Chi vi ricorda?

Promettono di tagliarsi lo stipendio e poi intascano tutto. E hanno anche imparato a contestare i sondaggi. È proprio vero: Beppe Grillo è pronto a candidarsi.

Erano loro quelli che vietavano i libri

da Metilparaben

Come probabilmente avete capito non sono né un nazista, né un fascista né (sia pure vagamente) un simpatizzante di destra.
Ebbene, premesso che non ho mai letto il “Mein Kampf” e che per il momento non ho intenzione di leggerlo, debbo rilevare che prima o poi l’idea potrebbe anche venirmi in mente, e che in tal caso non me ne vergognerei neanche un po’.
Mi corre l’obbligo di comunicarvi, quindi, che a “sconcertarmi” non è la possibilità che quel libro venga venduto presso bancarelle, librerie o altri esercizi commerciali, ma piuttosto il fatto che vi sia chi ritiene che se ne debba proibire la diffusione.
Quelli che vietavano i libri, a quanto mi risulta, erano proprio loro: e a me, scusatemi, piacerebbe tanto continuare a distinguere la differenza.

Tra ricchezza è indifferenza

Non resta che prendere atto di una diversa realtà, quella vera. E cioè che in Italia l’evasione fiscale, per la sua mole, la sua capillarità e la sua continuità nel tempo, è qualcosa di ben altro, e che va ben oltre una pur grave dimensione economica. Essa evoca piuttosto una fondamentale questione nazionale. Vale a dire qualcosa che rimanda immediatamente all’esistenza e alla consistenza stessa delle basi dello Stato nazionale, del nostro stare insieme. Infatti, se in una misura che non ha eguali in alcun altro Paese civilizzato la ricchezza, i ricchi, si sottraggono all’imposta, ciò vuol dire che di fatto, e nei fatti, essi mostrano di non riconoscersi in un’ appartenenza comune. Che una parte della popolazione— e proprio quella più produttiva — non intende sottostare a quel vincolo sociale che è tale appunto perché obbliga a comportamenti che non corrispondono al proprio personale e immediato interesse.

Tra questo interesse e quello generale la stragrande maggioranza degli italiani ricchi invece non ha dubbi: sceglie senza esitare il primo e manda al diavolo il secondo. Questa indomabile asocialità dei ricchi ha almeno due gravi conseguenze oltre quelle ovvie di carattere economico. La prima è la grandissima difficoltà che ha incontrato e che incontra da sempre in Italia la formazione di una vera classe dirigente. Infatti quell’asocialità non può che dare luogo anche ad una tendenziale astatualità, cioè ad una sostanziale indifferenza per le sorti dello Stato. Come si vede benissimo nel fondo di grottesco anarchismo protestatario che si annida così spesso nei ricchi italiani, e che fa sì che essi, quindi, possano identificarsi assai difficilmente con gli interessi collettivi del Paese come invece dovrebbe fare una classe dirigente.

La seconda conseguenza è di ordine politico. Come accade normalmente in tutti i Paesi anche da noi, in linea di massima, la ricchezza preferisce, non da oggi, farsi rappresentare politicamente dalla destra. Non c’è niente di male. Se non fosse però che una ricchezza asociale e antistatuale, come quella descritta, ha finito inevitabilmente per trasmettere questi suoi caratteri alla parte politica verso cui perlopiù convoglia il suo voto, condizionandone pesantemente il profilo ideologico e i comportamenti. Per non perdere tale voto, infatti, la destra politica italiana è stata spinta, lo volesse o no, ad assecondare regolarmente le pulsioni antisociali ed antistatali di quella parte così importante del proprio elettorato di riferimento. Ed è questo elemento che insieme ad altri ha impedito e impedisce alla destra italiana di incarnare il senso delle istituzioni e dello Stato così come di dare voce alta e forte alla dimensione degli interessi nazionali, secondo quanto avviene, invece, quasi dovunque altrove.

Esiste insomma oggi, in Italia, un grande problema politico della ricchezza, della gestione e della rappresentanza politica dei ceti abbienti, tra l’altro cresciuti quantitativamente negli ultimi anni a spese del lavoro dipendente. Tale problema riguarda principalmente la destra. La quale si è accontentata finora di seguirne pedissequamente i desiderata, senza neppure cercare di dare loro una prospettiva diversa da quella egoistica da essi naturalmente espressa. Con ciò però condannandosi ad una funzione politicamente subalterna e troppo spesso, se è permesso dirlo, eticamente alquanto penosa.

Ernesto Galli Della Loggia

Colpiti dalla camorra, abbandonati dallo Stato

da il Post

Nel 1992, Luigi e Giuseppina Orsino erano due imprenditori a cui le cose andavano particolarmente bene. Cinque negozi — due di mobili e tre d’abbigliamento —, una casa in via San Sebastiano a Napoli, una villa a Diamante, un loft a Roccaraso e una barca di dieci metri. Di lì a poco, però, la camorra si sarebbe interessata ai loro affari e tra estorsioni e minacce li avrebbe portati dove sono ora, sul lastrico, costretti a “vivere letteralmente di carità”. Dopo essere stati abbandonati dallo Stato in seguito alla loro denuncia del racket, i due coniugi hanno deciso di scrivere una lettera ai giornali, minacciando di far esplodere la propria casa in caso un ufficiale giudiziario venga a chiederne lo sfratto.