Archivio Mensile: agosto 2010

Sangue blu

Michelle Obama

Asini padani (Disney ci aveva visto giusto nel trasformare Pinocchio in tirolese?)

da Metilparaben

Toh, si tratta dei figli di quelli che fanno fuoco e fiamme se gli immigrati non parlano l’italiano.
A volte la vita è curiosa, nevvero?

Storie ordinarie di abusi e abusivismo nella ridente provincia lombarda

"Nuovo paesaggio italiano":
scempi ambientali del nostro paese in mostra a Petra di Suvereto (LI) fino al 30 ottobre

Da Il Fatto Quotidiano

Piccola storia nordista di abusi privati e pubbliche lentezze. Protagonista: Reitano Antonino, costruttore abusivo con vocazione d’assessore. Luogo: Desio, città della Brianza. Tempo: il nostro, con i politici, gli affaristi, gli avventurieri. Questa piccola storia comincia nel 1999, quando una pattuglia di vigili urbani – ma ora si chiamano polizia locale – vede un piccolo cantiere su un’area agricola. Qualcuno sta per costruire una villetta. Abusiva. Un cubo di cemento, da far invidia alle ville pastrufaziane tanto odiate da Carlo Emilio Gadda. Identificano il proprietario del manufatto in costruzione: Reitano Antonino, appunto, nato a Rosarno (Reggio Calabria) ma residente a Cusano Milanino, ridente paesone a ridosso di Milano. Comincia quel giorno una complessa procedura per fermare l’abuso. Al signor Reitano viene intimato di abbattere il manufatto. Lui non abbatte, anzi procede nella costruzione, fino a terminare la villetta. Nel 2004 i vigili tornano. Intimano ancora. Ma ci sono i ricorsi, le carte bollate, il Tar, l’ufficiale giudiziario, le perizie, le carte catastali, le delibere di giunta. E gli amici, e gli amici degli amici. Nel 2008 sembra cosa fatta. Anche se Reitano Antonino resta tranquillo nella sua casetta: “Ma cosa volete da me”, dice ai vigili, “il geometra mi ha detto di costruire, tanto poi arriva il condono”. Quale geometra, gli chiedono i vigili-poliziotti locali. “Il geometra Perri”, risponde serafico Antonino. Attenzione. Questo è un nome che pesa, in Brianza. Rosario Perri, detto “il cardinale nero”, per 40 anni è stato il ricercatissimo dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Desio. Potente più d’un sindaco, più d’un assessore. Molto amico dell’ex assessore regionale Massimo Ponzoni (oggi plurindagato) e punto di riferimento della composita comunità calabrese della Brianza. Ora Perri ha fatto il salto ed è diventato anche lui assessore, nella giunta Pdl della Provincia di Monza e Brianza. Pure i cardinali, però, a volte sbagliano le previsioni: il condono non è arrivato. E così la villetta abusiva resta abusiva. Nel 2009, però, questa storia ha un colpo di scena: Reitano Antonino, 63 anni, geometra, ex imprenditore, rimette in fila il suo nome e cognome, si presenta alle elezioni, fa la sua campagna elettorale e viene eletto in consiglio comunale nel paese dove ha la residenza, Cusano Milanino (a Desio non la può spostare, la residenza, perché la villetta a cubo resta abusiva). Sceglie il partito giusto, il Pdl. Vince le elezioni e lo fanno assessore. Quale assessorato, vi chiederete? Al Verde, naturalmente. Per competenza acquisita sul campo. Con delega “a parchi e riqualificazione aree verdi”. Commenta Giuseppe Civati, consigliere regionale del Pd: “L’abusivismo è, purtroppo per il territorio lombardo, un vizio di alcuni esponenti del Pdl, soprattutto di quelli che dalle loro cariche istituzionali dovrebbero occuparsi di tutelare l’ambiente. Adesso capiamo perché per tanti anni si sono chiamati Casa della libertà, e anche cosa s’intendeva per libertà”. La villetta abusiva dell’assessore al Verde, intanto, undici anni dopo, è ancora in piedi. È stata invece abbattuta una costruzione edificata senza permessi, lì vicino. Ma era una baracca di rom.

Terremoto sotto il Vesuvio

Tra minacce di scissioni, congressi all’Ok Corral e stilettate a mezzo stampa, il Partito Democratico evidenzia, ancora una volta, il suo stato di perdurante crisi. Intanto, con questi chiari di luna a Marechiaro… l’anno prossimo si vota per il Comune.

Davide Cerullo, "Ali Bruciate. I bambini di Scampia"

Is Italy Too Italian?

Scambi epistolari

Walter scrive, Marco risponde

Portali, servizi e app store: lo Stato va nello smartphone

L’amministrazione Usa scende in campo da protagonista nel mondo dei programmi per cellulari. Tra le applicazioni più scaricate quelle per calcolare l’indice di grasso, scovare i ricercati e aiutare l’FBI. E Obama fa da apripista di GIULIA BELARDELLI

Portali, servizi e app store lo Stato va nello smartphone Lo Stato fa irruzione nei nostri smartphone e sembra essere il benvenuto. La tendenza inaugurata in grande stile dall’ammistrazione di Barack Obama è destinata a fare da apripista. Nel frattempo le applicazioni col marchio “.gov” si moltiplicano, al punto che di recente è stato inaugurato un “App Store” targato White House, da cui è possibile scaricare gratuitamente applicazioni per il proprio cellulare e suggerire idee e progetti per i nuovi titoli da aggiungere alla library. E’ l’ultima trovata dello staff hi-tech del presidente Usa, che da alcuni giorni ha rimodellato il sito ufficiale dell’amministrazione con una sezione dedicata al regno degli smartphone. Si tratta del primo portale per le applicazioni gestito da un governo, un cambiamento radicale in un mercato fino ad ora concentrato più sul tipo di cellulare che sulla natura del servizio. Al momento lo store, accessibile dal sito apps.usa.gov 1, offre diciotto applicazioni compatibili per iPhone, BlackBerry e Android. In totale, però, sono più di centodieci i progetti per dispositivi mobili al vaglio delle diverse agenzie governative, segno di quanto i fedelissimi di Obama puntino anche sulle apps per promuovere un’immagine della Casa Bianca piuttosto sbiadita (secondo il Pew Research Center, ad esempio, solo il 48% degli americani approva l’operato complessivo del governo).

Il presidente e gli smartphone. Che Obama amasse gli smartphone si era già capito dalla determinazione con cui ha lottato per continuare a usare il suo BlackBerry 2 anche da presidente, malgrado i numerosi problemi di sicurezza e protocollo. Eppure, un anno e mezzo fa, in pochi avrebbero creduto di poter scaricare delle applicazioni direttamente dall’App Store presidenziale. L’uomo che ha dato forma e sostanza all’iniziativa è Vivek Kundra, Chief Information Officer dell’amministrazione statunitense, ovvero il responsabile per l’informatica e le nuove tecnologie. Dal giorno della sua nomina, il 5 marzo del 2009, l’obiettivo di Kundra è stato “rivoluzionare la tecnologia nel settore pubblico” e “colmare la distanza tra burocrazia governativa e mentalità dei cittadini”. Per farlo ha puntato su alcuni dei concetti più caldi del mondo IT, dal cloud computing all’open accessibility, con un’attenzione particolare ai dispositivi mobili e al loro ruolo come provider di servizi.

Cloud computing e info sharing
. Tanto per cominciare lo staff del presidente ha creato una piattaforma dedicata al cloud computing 3, vale a dire il fenomeno di migrazione in rete di software e sistemi operativi. Così è nato apps.gov, contenitore di software online per il business, la produttività, l’informazione e i social media. Il tutto, ha spiegato Kundra, per “promuovere l’efficienza del governo federale e migliorare le connessioni tra stati ed enti locali”. Altro fiore all’occhiello della squadra hi tech è Data. Gov, un’enorme base di dati che mette a disposizione di ogni cittadino le informazioni federali sui temi più svariati, dall’energia ai matrimoni, dall’agricoltura alla salute. L’idea è quella di condividere le informazioni con il maggior numero di persone possibile, seguendo il modello di Facebook e degli altri social network. Un argomento, questo, sul quale Obama non ha bisogno di prendere lezioni da nessuno: con i suoi 4.470.070 seguaci, secondo il Washington Post il presidente è al quinto posto tra i personaggi più popolari di Twitter, alle spalle di star del pop come Lady Gaga e Britney Spears.

Le applicazioni di servizio
. Il primo pacchetto delle Obama-apps ha la funzione di stabilire una comunicazione diretta tra l’amministrazione e il singolo utente. The White House App, ad esempio, fornisce ai proprietari di iPhone un flusso di informazioni sull’agenda della Casa Bianca, comprese le ultime notizie, i video, le foto e tutti gli eventi a cui prende parte il presidente. Sulla stessa linea il sito per cellulari Usa. Gov Mobile, che promette ai visitatori di avere “il governo federale, statale e locale sul palmo della mano”. Dedicato ai pubblici internazionali è invece America. Gov Mobile, piattaforma che fornisce letture sulla vita e la cultura americana, come anche informazioni pratiche su visti, assicurazioni e permessi di lavoro. C’è anche un servizio mobile per gli americani all’estero: accedendo a Find Your Embassy, sul cellulare si visualizzano tutte le ambasciate statunitensi nel mondo con relative mappe e contatti.

Le apps per chi si sposta
. L’offerta dello store governativo procede con una serie di strumenti concepiti per facilitare i viaggi e gli spostamenti. Uno dei più recenti è My TSA, applicazione per iPhone che informa in tempo reale su tutto quello che c’è da sapere per viaggiare in aereo, trasformando in un libro aperto i regolamenti della Transportation Security Administration. Per chi, invece, preferisce viaggiare in macchina il governo americano ha pensato a due applicazioni web che tengano conto anche dell’ambiente: Alternative Fuel Locator (fornisce una mappa dei distributori di carburante alternativo sparsi sul territorio nazionale) e FuelEconomy. Gov (calcola i consumi di gas e petrolio, i costi annuali e l’impronta di CO2 rilasciata da ogni auto).

Un occhio alla salute
. Di pari passo agli sforzi della First Lady Michelle Obama per far dimagrire i suoi connazionali, il team dell’information technology ha messo a punto due apps che invitano alla dieta. BMI Calculator, sviluppata nei laboratori del National Institute of Health, consente di calcolare l’indice di massa corporea, una delle misure più affidabili per stabilire la quantità di grasso presente nel corpo. MyFood-A-Pedia si presenta invece come una guida tascabile al mangiar sano, con le informazioni nutrizionali di oltre mille diversi tipi di cibo. Lanciata proprio in occasione della festa del 4 luglio, c’è poi UV Index, applicazione per Android e BlackBerry che informa i vacanzieri sulle condizioni dell’aria e i livelli dei raggi ultravioletti in qualsiasi località.

Le più particolari
. Una delle app più scaricate dalla library governativa è sicuramente FBI’s Most Wanted, applicazione del Federal Bureau of Investigation per avere sul proprio iPhone i volti e i profili delle persone più ricercate d’America, terroristi inclusi, ma anche le foto dei bambini scomparsi e dei casi in stile “Chi l’ha visto”. Un apposito link permette agli utenti di comunicare eventuali informazioni direttamente all’FBI. Per affrontare ogni emergenza la Casa Bianca propone infine Fema Mobile, “la risposta del governo con il tocco di un pulsante”, un’applicazione che dà indicazioni in caso di uragani, terremoti, alluvioni, attacchi terroristici e ogni genere di disastro pensabile e immaginabile.

Non votate mio padre

da Giornalettismo

La figlia di un aspirante giudice dell’ Oklahoma ha acquistato spazi pubblicitari e aperto un blog per impedire l’elezione del familiare

In Oklhoma un aspirante giudice si prepara alle elezioni giudiziarie della propria contea. Con un ostacolo in più. La figlia, Jan Schill (in realtà figlia della moglie), 31 anni, gli fa campagna elettorale contro. Succede a John Mantooth. toghe Usa: ragazza organizza campagna elettorale contro il padreLa figlia ha pagato per una pagina pubblicitaria trimestrale, con la pubblicazione di una foto di famiglia. La signora mette in evidenza tutti i casi in cui il padre è stato denunciato.

NON SAREBBE UN BUON GIUDICE – Disponibile anche un apposito sito web: donotvoteformydad.com. “Non è un buon padre – si legge oggi nella homepage del blog – non un nonno buono e, a mio parere, un riesame dei suoi 37 anni come avvocato a Cleveland, Garvin e McClain Contee dimostra pure che egli non sarebbe un buon giudice“. Dispiaciuto il diretto interessato: “Questa è una questione di famiglia che avrei voluto mantenere riservata – ha fatto sapere due giorni fa l’aspirante giudice – Sono molto triste per questo. Molto deluso. Sto male, ma comunque spero che le cose con mia figlia possano andare meglio“.

MANOVRA POLITICA? – Keith Gaddie, professore di scienze politiche presso l’Università di Oklahoma, parla di “politica del reality show. E’ disgustoso, indegno, ed è reale“. Mantooth vede anche lo zampino di manovre politiche dietro la campagna della figlia. Suo figlio Andrew Schill, fratello di Jan, sarebbe stato socio di uno dei suoi avversari nelle primarie di martedì prossimo, Greg Dixon: “Sono circostanze strane - ha detto - Credere che Dixon non c’entri niente in tutta questa storia è come credere che le mucche danno latte al cioccolato“. Andrew respinge le accuse al mittente, sottolineando come la sua partnership con l’avvocato si sia sciolta nel 2007, anno in cui si è trasferito in Colorado: “La gente trarrà da sola le sue conclusioni“, dice oggi. Anche Dixon nega ogni coinvolgimento affermano di non aver nulla a che fare con annuncio e sito web: “Non voglio usarlo per la mia campagna politica“.

Sulle ali della speranza

Solar Impulse, e anche gli arei diventano verdi.

L’Italia del tipico

da Il Post

È dai tempi del fascismo che l’Italia fonda una parte del suo immaginario sul concetto di tipico. Questo concetto è una derivazione più o meno raffinata di un altro e più grezzo concetto: autarchia. Possiamo (dobbiamo) farcela da soli perché il mondo fuori ci è nemico. Dunque è necessario sfruttare appieno le nostre potenzialità, il nostro ingegno italico, impegnarci e portare avanti i prodotti e i beni di consumo, rifiutando quelli stranieri. Di questa visione del mondo, visione tra le altre che il fascismo utilizzò durante il ventennio, ci sono rimasti oggi degli echi, certo meno grezzi: ma nella sostanza si può dire che, per esempio in campo agricolo, queste venature autarchiche hanno sostenuto e alimentato altri concetti come prodotto tipico, chilometro zero ecc che oggi fanno parecchia tendenza. Leggete un giornale, di centro, di sinistra o leghista, che siano o meno patinati, radical chic o popolari, tutti elogiano i produtti tipici e il chilometro zero.

Del resto, i ministri che si sono succeduti al dicastero dell’Agricoltura, sia che fossero di destra sia di sinistra sia leghisti, hanno tutti sostenuto questi concetti – alla fine siamo portati a pensare che i ministri dell’Agricoltura possono anche venire estratti a sorte, con la monetina. Insomma sono concetti che incantano. Ma ragionando sui dati (quelli che seguono sono dati Istat elaborati dal professor Casati, Università degli studi di Milano) la questione del tipico si complica ed è interessante allora valutare i pro e contro di questo incanto.

Cominciamo con i pro. Perché interessarsi ai prodotti tipici? Innanzitutto per un paio di ragioni economiche, e conseguenziali: a) la competizione è la regola nel mondo globalizzato, ma la nostra agricoltura è in difficoltà, di conseguenza nasce l’idea del tipico, b) per dare valore a un prodotto occorre differenziare, quindi ecco il concetto di tipico, ovvero quel prodotto che offre un requisito che non ha concorrenti e che è accessibile però a tutti i produttori. La strada è in fondo la stessa delle grandi griffes. Il tipico crea un’immagine di differenza rispetto al resto della produzione, percepita come “omogenea” e “massificata” e che quindi viene valutata e pagata meno. Inoltre, la provenienza geografica è un elemento esclusivo e non contendibile, o c’è o non c’è: tra i valori aggiunti del prodotto tipico ce n’è, quindi, uno immateriale.

Ma l’Italia ha ragione o no di vantarsi dei suoi prodotti tipici? Vediamo, su 853 denominazioni europee, 182 sono italiane, 166 francesi, gli altri seguono. A questo punto è necessario, dopo l’incanto, però, far subentrare la fase analitica: questi numeri che sembrano parlare da soli, bastano o non bastano a convincerci? Voglio dire qual è il loro rapporto col resto dell’agricoltura? E soprattutto, quale il loro reale valore economico? Dati alla mano, quanto conta il tipico nell’agroalimentare italiano? Sul fatturato alimentare il 4% (circa 5 miliadi di euro). Sull’export alimentare il 6,0% ( circa un miliardo). Sul valore dei comparti: formaggi 55%, salumi 35%, ortofrutticoli 6%. Sull’export dei comparti: formaggi 58%, salumi 30%, ortofrutticoli 9%, oli 3%. Dunque, è un buon affare, sì, ma per pochi – altra caratteristica italiana – perché 5 denominazioni (Parmigiano, Grana, i due prosciutti e la mozzarella di bufala) rappresentano il 70% circa del valore del tipico alla produzione, al consumo e all’esportazione.

Allora, qua il sospetto ci viene: il tipico è un prodotto che assomiglia terribilmente ad altri – e che spuntano prezzi inferiori – ma che rispetto a questi altri ha un prezzo più alto (definizione del professore Casati). Per di più, le denominazioni controllate nel resto del mondo sono viste come un tentativo di salvare il protezionismo agricolo dell’Ue – quelle italiane, poi, e la maniera di gestirle sono criticate nella stessa Ue, infatti, i paesi del centro nord sono meno favorevoli. Inoltre, l’abuso della strategia, ossia moltiplicare i prodotti tipici, porta a forti delusioni, come nei vini – i prodotti tipici sono poi costosi da affermare e difendere. Ma l’aspetto più surreale e contraddittorio del tipico è forse il seguente: il prodotto tipico rassicura i consumatori, materia locale, manodopera italiana, qualità italiana: ma questa rassicurazione si fonda su un’illusione.

Quando infatti manca la produzione agricola – ossia, se la materia prima locale non c’è – siamo costretti a ricorrere all’importazione. Si può dire dunque che il Parmigiano viene prodotto (in parte) con latte estero e il prosciutto con maiali olandesi? La porchette di Ariccia con maiali spagnoli? I dati ci dicono di sì, per “produrre tipico, oggi importiamo prodotti convenzionali, il 95% della soia e oltre il 23% del mais (che ricordiamo sono per fortuna ogm, cioè necessitano di meno interventi chimici, diserbo e trattamenti con agrofarmaci) necessari per produrre salumi e formaggi. C’è da aggiungere un dato non secondario: il solo costo dell’importazione di mais (indispensabile per l’alimentazione dei bovini e quindi per la produzione di salumi e formaggi) vale la metà dell’export di tutti i prodotti tipici. Questo è un caso particolarmente evidente: salumi e formaggi, infatti, costituiscono circa il 90% del fatturato DOP-IGP alla produzione e al consumo e il 94% all’export. Spediamo di più e produciamo di meno. Vecchia tendenza italiana, autarchica o meno che sia.

E la pasta? il nostro vanto. Possiamo  affermare con sicurezza che la pasta è ancora italiana? Niente, no, nemmeno questa volta. Che sfiga. Anche in questo settore dobbiamo riconoscere la dolorosa frattura tra agricoltura vera e quella immaginata. Visti i dati, si può affermare che un pacco di pasta su tre è di produzione estera. Infatti: la produzione italiana, soprattutto quella del sud, è fortemente influenzata dall’andamento climatico. Le basse produzioni unite all’andamento dei prezzi rendono la coltura anti-economica e non incentivano gli agricoltori a produrre qualità. Nel sud, nell’alta Irpinia, nel Beneventano e nel Salento, sempre più agricoltori, reputando antieconomico produrre cereali, affittano i propri terreni alle imprese del fotovoltaico.

Questi sono i  dati (dati professoressa Saviotti, Amministratore di Apsovsementi S.p.A, Fonte: Elaborazione ISMEA su dati ISTAT, ITALMOPA, UNIPI) sui flussi di frumento duro in Italia. Raccolto nazionale 3,5 –4,1 (in milioni di tonnellate), con cui copriamo appena il 65% della disponibilità nazionale. L’altra quota, 2,2 equivalente al 35% del fabbisogno, è coperta con le importazioni, soprattutto dal Canada. Ma allora? Affidiamo la soluzione della nostra crisi (e non solo agroalimentare) a parole magiche? Passiamo parte del nostro tempo a mettere su una battaglia tra i prodotti tipici (percepiti come di qualità) e quelli convenzionali (percepiti come responsabili della massificazione del gusto e dell’impoverimento della biodiversità)? Agricoltura vera o agricoltura immaginata? Che scontro insensato.

Se fossimo un paese meno autarchico, cioè meno interessato alla salvaguardia del proprio piccolo spazio o meglio, piccolo orto, forse avremmo la possbilità di organizzare e ragionare su una strategia complessa che per prima cosa chiarisca e puntelli questo aspetto banale, ovvio: non siamo soli al mondo, dunque la contrapposizione simbolica “tipico o prodotto di base” è un falso problema: l’uno ha bisogno dell’altro. Purtroppo per valutare e legiferare su questi aspetti è necessaria competenza e gusto dell’analisi. È necessaria la presenza sulla scena politica di  persone capaci di scelte politiche integrate. Ci vogliono, poi, opinion maker in grado di convincere il cittadino che le parole magiche, ossia le soluzioni semplici, portano verso la dannazione – e verso Berlusconi.

A sentire i tecnici competenti, il vero problema è potenziare il sistema agricolo e industriale: senza agricoltura e industria non c’è “made in Italy” alimentare o meno. Solo così si salva tutta l’agricoltura e si possono creare vere eccellenze su basi solide.“Per fare della sostenibilità un fattore di successo dell’agricoltura italiana nella competitività globale, è necessario colmare la faglia esistente tra mondo della ricerca, mondo della produzione e consumatori” (Attilio Scienza, Università degli Studi di Milano). Dunque, serve competitività, cioè produrre di più con costi più bassi, e questo è possibile solo grazie al progresso scientifico e all’innovazione tecnologica – concetti troppo elementari ma che nell’italia tipica e autarchica è necessario ribadire, perché oggi funzionano di più gli astrologi, i biodinamici gli olisti che quelli che studiano con metodo rigoroso la bruta materia di cui sono fatti i sogni.