Archivio Mensile: settembre 2010

Solo Chicago

Guardo sport, film, Current TV sul satellite mi piace. Onestamente, mi annoio facilmente. C-SPAN [la rete via cavo di news, ndr] può essere bellissima, come nella notte in cui Obama ha vinto le elezioni. C-SPAN è stata la migliore: non c’erano presentatori, solo Chicago. C’era solo la folla a Grant Park, ed era esaltante. E quella è la mia città. Tutti si dicevano: «Oh mio dio, sta succedendo!» Hai visto le foto, c’era qualcuno dalla zona nord, qualcuno da quella sud, qualcuno dalla periferia. È stata la cosa più sinceramente americana che io abbia mai visto, mi entusiasmo solo a pensarci. Non conosco nessuno che non stesse piangendo. Continuavamo a ripeterci: «grazie a Dio questo lungo incubo nazionale è finito».

Bill Murray

Renzo Bossi re delle Prealpi

di Michele Serra su L’Espresso

La successione dinastica decisa da Umberto rischia di creare attriti  con i fratelli e i cugini. Quasi inevitabile che le gelosie tra  Eridano, Padanio e Ticino  portino alla Guerra delle Due Canottiere

Renzo Bossi La soluzione dinastica decisa da Umberto Bossi (gli succederà il figlio Renzo) desta l’interesse di storici e politologi. La decisione di Bossi è giudicata legittima: l’ereditarietà delle cariche non esiste nelle democrazie europee, e dunque in Italia è perfettamente ammissibile. Piuttosto, preoccupa l’eventualità di guerre di successione scatenate dagli altri figli, che potrebbero anche non ricorrere ai metodi più indolori, come il fratricidio, e imboccare la via delle armi. L’Università di Pavia ha elaborato una serie di proiezioni poco prima che il nuovo rettore leghista la riconvertisse in un allevamento di dobermann.

2020 Il giovane Renzo succede al padre Umberto, nel frattempo divenuto Re delle Prealpi. Nella Reggia di Varzi viene cinto della Corona Stagionata, una preziosa treccia di salamini e trucioli di alluminio simbolo dell’economia padana. Pronuncia la storica frase “Dio me l’ha data, eppur si muove”, facendo sopprimere il vecchio tutore Tremonti che l’aveva corretto in pubblico. Al titolo di Re delle Prealpi, che gli va stretto, aggiunge quello di Geometra. Il cugino Padanio dichiara nulla la cerimonia e, a capo di un piccolo esercito di Suv, occupa la tangenziale di Varzi: è la scintilla della Prima Guerra di Successione, detta anche “guerra delle due Canottiere”.

2021 Con Renzo si schierano i Cobas del Latte (guidati dal condottiero Giovanni Senza Quote), i pescatori di pesci gatto e le famose “madri in nero”, che portano il lutto in memoria dei “recomparecidos”, figli e mariti ricomparsi dal nulla negli elenchi dei contribuenti. Dalla parte di Padanio, la movida di Bergamo e il concessionario della Hummer per la Lombardia. La lotta è impari, Padanio viene legato a una rotoballa e gettato in un roveto, Renzo regna incontrastato e vara una grande stagione di riforme: l’esilio dei Culattoni, il battesimo forzato per i musulmani, la riduzione dell’Iva sui divani fiorati. Stabilisce la sua sede nel più grande e sfarzoso capannone lungo la Paullese, un arredobagni, e riceve le delegazioni straniere immerso in una Jacuzzi piena di Campari soda. Nomina cardinale di Milano suo figlio Ticino, barman della discoteca “Pota Libre”, che introduce nel rito ambrosiano la lap-dance. //

2030 Decadenza del Regno di Renzo, le cui stravaganze (ha letto l’intero primo capitolo di un libro) sconcertano la Corte. Viene deposto da un ramo minore della famiglia, i Bossi Absburgo Lorena, dei quali nessuno aveva mai sentito parlare ma che compaiono nell’elenco del telefono di Pontedilegno a partire dal 2029, data nella quale il capostipite Alberto, tipografo, aveva cominciato a stampare elenchi del telefono. I Bossi Absburgo Lorena aboliscono la canottiera come indumento ufficiale di corte e introducono il gilet di terital. In segno di simpatia per i centri minori, stabiliscono la capitale a Milano, che dopo l’Expo e gli allagamenti conseguenti è decaduta a villaggio insalubre. 2037: campagna contro la malaria. 2045: bonifica delle paludi milanesi e ristrutturazione delle palafitte. 2068: introduzione dell’alfabeto bossiano, di sole cinque lettere, per facilitare la Grande Campagna di Rinascita Culturale.

2255 Il lungo regno dei Bossi Absburgo Lorena, che ha riportato il Nord ai livelli del 1300, ha termine. L’ultimo rampollo, Urk VIII, non lascia eredi. Avvolto di pelli di nutria e con il suo caratteristico elmo a sei corna, viene sepolto nel letto del Naviglio: emergono solo il naso e gli alluci. I sei figli illegittimi avuti dalla moglie Chantal durante i provini di “Xfactor Revival” (una gara di canti primitivi, con tamburo e gong) dividono il regno in sei parti, con regolamento condominiale. Nasce la Bossia-Erzegovina, in onore della escort russa Ludmilla Erzegova, fidanzata dei sei fratelli Bossi. L’invasione cinese del mese successivo riporta definitivamente in Italia l’elettricità, l’acqua potabile e la ruota.

Il passato che non passa

Il mondo lo si cambia, lentamente, solo lavorando duro: non overnight. E cercando d’essere onesti, di trovare le ragioni che uniscono gli esseri umani, e ricordandosi ogni santo giorno che siamo tutti destinati a finire nello stesso posto.

Sono 65 anni che in questo paese non si fa altro che rimestare nel passato, contrapporsi politicamente su barricate ideologiche per difendere partiti ed idee politiche che non ci sono più, e che non torneranno. Milioni di individui vivono, lottano, parlano, sparlano, pontificano, insultano (e qualche volta passano a vie di fatto) e non si accorgono d’essere come gli ultimi giapponesi sperduti nella giungla a combattere una guerra finita da decenni.

Sarebbe troppo chiedere di voltare pagina, di smettere di battersi per affermare un -ismo contro l’altro, e di dedicarsi a costruire o a ricostruire il Paese, invece di perdere tempo, soldi, pazienza ed energie dietro all’archeologia politica? Ci sono così tante cose belle ed interessanti da fare, nella vita! Innumerevoli sono i mestieri e le professioni magnifici/che, gratificanti, onorevoli e preziosi/e, che permettono a chi li/e esercita di lasciare un mondo un pochino migliore di quello che si è trovato alla nascita.

Sprecare la vita per la politica, per questo tipo di politica, che usa questi metodi, e il linguaggio da caserma cui ormai siamo tutti assuefatti, è davvero una suprema idiozia.

Mario Giardini

A RUOTE LIBERE – Esperienze di diverse abilità e superamento dell’handicap

Comunicato stampa

Torna www.laicitaediritti.org con una nuova iniziativa. Si affronta il tema della disabilità, dei diritti degli ammalati e dei recenti tagli al welfare. Quali sono i problemi che la politica e le istituzioni possono aiutare ad affrontare e risolvere? Sono tante le persone che si trovano ad affrontare l’assistenza ad un familiare disabile o ammalato. Quali sono le carenze? Quanto e come hanno inciso i recenti tagli governativi? Ci rivolgiamo ai cittadini, alle associazioni, a tutti coloro che possono portare un’esperienza di vita realmente vissuta.

Da parte nostra contribuiremo con la presentazione di tre proposte di modifica delle leggi regionali, redatte dal nostro associato Dario Marchi, volte ad introdurre dei piccoli miglioramenti nella quotidianità del disabile. Le associazioni presenti potranno eventualmente sottoscriverle in vista della loro presentazione ufficiale in Regione. … Parleremo di tutto questo con:

- Mina WELBY, Associazione Coscioni, la moglie di Piergiorgio, ammalato di distrofia muscolare progressiva, che ha assistito fino alla sua scomparsa avvenuta per il distacco del ventilatore polmonare attraverso il quale era tenuto in vita da tempo. Da sempre si occupa senza risparmiarsi dei diritti degli ammalati e di promuovere una legge sul testamento biologico.

- Federico GELLI, medico, assessore alle pari opportunità e vicegovernatore della Regione Toscana nella scorsa legislatura … Spunto per il dibattito sarà dato dalla presentazione del libro “Oltre ogni ragionevole scommessa. Una vittoria sull’Handicap“, che racconta la storia di Stefano CIATTI, medico radiologo di Prato, che ha affrontato con coraggio le limitazioni fisiche impostegli dall’handicap, raggiungendo grandi soddisfazioni sia sul piano personale che su quello professionale.

Saranno presenti l’autrice, dottoressa Elena GRASSI, pediatra ed il dottor Marco ARMELLINI, neuropsichiatra infantile. Introduzione e coordinamento a cura del dottor Francesco PUTORTI‘, primario anestesista e dello stesso Stefano Ciatti. Valentina BRANCALEONE leggerà alcuni brani estratti dal libro. Iniziativa organizzata in collaborazione con Librerie Coop.

www.laicitaediritti.org

Svenska pirater

Dopo il partito, in Svezia arriva anche il provider pirata.

The Passion of the Mayor

Se siete un sindaco poco amato dalla gente, Popolino consiglia di non prender parte a rappresentazioni sceniche della Passione, soprattutto nel ruolo del ladrone:

Gli insulti sono insulti, un vociare indistinto dal tono minaccioso, e vabbè. Gli sputi sono sputi veri: lasciate perdere che dal punto in cui vi siete seduti, se siete un po’ miopi come il sottoscritto, non cogliereste la differenza. Fidatevi, volano certi lupini che ci andrebbe l’ombrello, ma i poveri bersagliati sono impegnati con la croce e non possono ripararsi da quella pioggia di saliva. I calci in culo sono proprio dannatissimi calci in culo.
Non è mera esigenza scenica – il verismo, appunto, e la spontaneità – è più sottile di così, e può saperlo solo un sordevolese. Se qualcuna tra le calcianti comparse ha qualche faccenda in sospeso con uno dei tre poveretti, quella è l’imperdibile occasione di pareggiare i conti nella totale impunità. In modo completamente legittimo, poiché lo dice il copione. Gesù, in qualche modo, è tutelato dal fatto stesso di essere colui che è. Ma per i ladroni è tutta un’altra faccenda. Un po’ per caso un po’ per divina provvidenza, di tanto in tanto capita che i due ruoli siano assegnati a individui poco amati dal popolo, quello vero, esattamente come quello recitante poco ama i personaggi che interpretano. Un paio di edizioni fa, ad esempio, era toccato all’allora sindaco di un Comune vicino: dell’idea di calarsi in quel ruolo si è pentito di certo, perché mai avrebbe creduto che la sua gente avesse tutta quella voglia di prenderlo a calci in culo. Leggenda vuole che sia arrivato in cima al monte senza mai toccare terra.
Verrebbe da prenderla a modello, questa cosa dei calci in culo. Intravvedo numerose possibil applicazioni.

Gnocchi e politica

Festa Democratica di Milano. Al tavolo dell’organizzazione si parla della gestione dello stand dello gnocco fritto. Un anziano consigliere di zona si alza e dice: “Il responsabile politico deve sovraintendere al responsabile organizzativo”.

I vitelli grassi non ci mancano

di Francesco Costa sul suo blog

Pino Arlacchi è una delle personalità storicamente di sinistra che nell’anno magico dell’Italia dei Valori, quello tra le le elezioni politiche del 2008 e quelle europee del 2009, si unirono al partito di Di Pietro. Arlacchi ha un curriculum enorme e credenziali antimafia che non possono essere messe in discussione, e oggi dice delle cose giuste e di buon senso sull’IdV e sul suo leader. Se le dice un dirigente o un elettore del PD è inciucismo, opposizione molle e complicità con i mafiosi. Pino Arlacchi è abbastanza duro e puro da poter essere ascoltato, o no? Non è mai troppo tardi per tornare a essere di sinistra: e di un dubbio in più non è mai morto nessuno.

«Ho deciso di autosospendermi dal partito. Così non si può andare avanti». Pino Arlacchi, eurodeputato dell’Idv, ragiona a voce alta sulla contestazione a Renato Schifani avvenuta sabato alla Festa nazionale del Pd. Ma soprattutto sulle dichiarazioni rilasciate subito dopo da Antonio Di Pietro a sostegno dei manifestanti. La goccia che, per quanto riguarda il sociologo amico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e tra le figure di spicco dell’antimafia, ha fatto traboccare il vaso: «La sua deriva estremista mi preoccupa da tempo, ma questa sua ultima presa di posizione mi ha spinto ad autosospendermi».

Per Arlacchi, infatti, è profondamente sbagliato quanto accaduto a Torino. E prova a spiegare perché: «Sono lontano anni luce da Renato Schifani, mi batto da una vita contro gli ambienti geopolitici da cui proviene il presidente del Senato. Non l’avrei invitato a nessun dibattito, inutile dirlo. Però – e qui è il punto – fino a che non ci saranno prove certe emerse da procedure democratiche e nel pieno rispetto dei suoi diritti costituzionali, Schifani non può essere etichettato e additato al pubblico ludibrio come mafioso e non può essere né insultato né zittito. Se si trova in un’occasione pubblica ha il diritto di parlare. Vale per qualunque cittadino. Chi ignora queste cose, distrugge la credibilità di ogni lotta per la legalità».

Non piace, ad Arlacchi, «questo tipo di antimafia intollerante e demagogica. Primitiva, direi. Che nulla ha a che fare con quella storica. Se c’è un merito del movimento antimafia italiano, me lo lasci dire, è quello di aver sempre rifiutato qualunque forma di protesta violenta e incivile. Dalla sua nascita, negli Anni 40, fino a quando negli Anni 90 è diventato movimento di massa, era ben presente un filo comune: nessuna concessione alla violenza fisica e verbale. È sempre stato un movimento democratico guidato da persone illuminate che hanno saputo incanalare la giusta incazzatura della gente nell’alveo democratico».

Il contrario, secondo il professor Arlacchi, «di questo nuovo metodo di farsi giustizia da sé. Un’autogiustizia primitiva e inaccettabile». Perché mai, ricorda, «neanche nei momenti più difficili, abbiamo pensato di privare dei suoi diritti un criminale. Abbiamo saputo costruire dei miracoli come il maxiprocesso senza torcere un capello ai mafiosi. Questo è il grande patrimonio dell’antimafia che bisogna maneggiare con cura. I ragazzi con le agende rosse? Non li capisco. Anche perché probabilmente Paolo Borsellino non aveva proprio nulla di segreto in quella sua agendina: lui e Giovanni Falcone odiavano i diari, è noto. Ma indipendentemente da questo, a chi sta protestando dico: continuate ad arrabbiarvi e manifestare, però nel rispetto delle regole e della democrazia. E leggete più libri, oltre ai giornali e agli atti giudiziari».

Ecco perché invita il leader dell’Idv a cambiare rotta: «Il rischio è che diventi un cattivo maestro. I partiti hanno una responsabilità nell’educazione politica alla quale non ci si può sottrarre. Invece Di Pietro non lo riconosco più. Mani pulite è stato un altro grande esempio di democrazia che si è fatta sentire. Però i processi non si sono mai svolti su Facebook e sui giornali ma nei tribunali». Il perché di questa trasformazione del leader idv Arlacchi lo intravede nel timore che «forse ha di Beppe Grillo e dei suoi consensi. In modo ingiustificato, secondo me. Inseguire quelle posizioni estreme, gliel’ho detto più volte, non paga. E allontana il progetto di rendere l’Idv un grande partito di popolo capace di parlare a tutti. Si sta cacciando in un cul de sac. Per questo mi autosospendo. E finché non vedo un’inversione di rotta non torno indietro».

Vite precarie

da Briciole Caotiche

“La fine del posto stabile: solo al 6% dei neolaureati”: così titola un articolo di Repubblica riprendendo una ricerca Gidp (l’Associazione direttori risorse umane). I dati di questa indagine confermano una situazione ormai conclamata: oggi, come primo accesso al mercato del lavoro, si passa attraverso stage/tirocinio (il 39,4%), tempo determinato (20,2%), apprendimento professionale e contratto di inserimento (rispettivamente 12,0% e 9,3%), Co.co.pro e partita IVA (4,4% e 0,6%), mentre solo il 5,5% è assunto a tempo indeterminato.
A mio avviso però due sono gli elementi più critici. Non tanto che si entra nel mondo del lavoro con contratti precari (o flessibili), in fondo questo potrebbe anche starci ed anzi essere positivo e funzionale sia per le aziende sia per i neo lavoratori, ma che la situazione di precarietà permane per anni e che il sistema del welfare è rimasto quello di 40 anni fa, ancorato ad una visione del posto fisso che però, per l’appunto, non c’è più.
Di questo tema ho discusso diverse volte (anche qui sul blog), sia perché sono condizioni che ho vissuto direttamente (adesso ho la “fortuna” di essere assunto a tempo indeterminato, ma sono stato stagista-ritenuta d’acconto-cococo-cocopro), sia perché sono situazioni comuni a moltissimi della mia generazione.
Partite iva con un unico datore di lavoro e con orari di ufficio, contratti a progetto per fare i commessi in negozio e con quindi orari obbligatori di presenza, cooperative che assumono operai per 3 settimane e poi ti lasciano a casa una settimana e poi ti riassumono per altre 3 e così avanti per anni, e ad agosto naturalmente a casa senza ferie pagate.
E il sistema del welfare fermo agli anni ’60: faccio esempi che mi sono capitati legati alla maternità/paternità, avendo avuto due figli, la prima eravamo entrambi cocopro, il secondo entrambi a tempo indeterminato. C’è un abisso tra le due condizioni in termini di garanzie e diritti: la maternità facoltativa, l’erogazioni degli assegni familiari, l’accesso ai servizi per i minori, tutto è calibrato sui contratti a tempo indeterminato e tutto paradossalmente favorisce e agevola quel tipo di condizione lavorativa, invece che proteggere e tutelare i lavoratori più precari. Ricordo ancora la faccia dell’impiegata dell’Inps che, in assoluta buona fede e nella massima disponibilità, ci guardava come fossimo due alieni perché aspettavamo un figlio essendo entrambi cocopro. E poi la domanda per il nido pubblico in cui tra i criteri di accesso non c’è nessuna differenza (nessun punteggio aggiuntivo) tra l’essere a tempo indeterminato o precari, con la differenza però che per noi precari la maternità facoltativa non esisteva e quindi, passati i 3 mesi di maternità obbligatoria dopo il parto, o trovavamo posto al nido o uno di noi sarebbe dovuto restare a casa con il contratto sospeso e senza stipendio. Per la cronaca alla fine abbiamo ottenuto il tanto agognato posto e comunque siamo fortunati: entrambi laureati con lavori solidi e una rete di sostegno familiare da fare invidia alla protezione civile!
Ho fatto l’esempio della maternità, ma vale lo stesso per la pensione, la malattia, le ferie…etc, etc, etc.
È una situazione ormai nota e ampiamente discussa, quello che Pietro Ichino, con un’immagine felice, definisce l’apartheid del nostro sistema di lavoro con quattro classi di lavoratori: la classe A con rapporti di lavoro subordinato regolare, la classe B con rapporto di lavoro “a progetto”, la serie C quelli con “partita Iva” e la serie D per gli stagisti.
Eppure nulla si è mosso nemmeno in una situazione di emergenza come quella che sta attraversando il nostro paese per via della crisi economica che ha reso ancora più macroscopica questa differenza in una sorta di guerra tra poveri (magari non economicamente, ma sicuramente di diritti). Emblema di questa situazione è per me la cassa integrazione: in questo periodo di crisi economica, di chiusura di aziende, si è molto parlato dei cassaintegrati che occupano i tetti delle aziende, a cui naturalmente va tutta la mia solidarietà, ma di tutti i precari, le centinai di migliaia di precari, di cocopro, le partite iva lasciate a casa da un giorno all’altro senza alcun ammortizzatore sociale, senza cassa integrazione, senza un euro?
A questo si aggiunge un sistema ingessato e invecchiato che costringe i giovani a partire per l’estero alla ricerca di un futuro migliore, come è raccontato “drammaticamente” in questo bel post di Paolo Bianchi. Una storia vera, come si direbbe in tv.

L’Amore ai tempi di…

da "Pennarossa"