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Il Tea Party: politica2.0 allo stato puro

da politicaduepuntozero

Il Tea Party è un movimento politico grassroot di orientamento politico-ideologico conservatore che, secondo i sondaggi, potrebbe raccogliere le simpatie di almeno un quarto dell’elettorato americano .

Il nome è ispirato ai fatti del cosiddetto Tea Party di Boston che, come noto, rappresenta una sorta di topos dell’immaginario storico-politico statunitense. Vale però la pena ricordare che il termine Tea è anche l’acronimo della frase “Taxed Enough Already”, che richiama in modo immediato ed efficace l’essenza ideologica del progetto politico originario del movimento, articolato intorno a tre concetti chiave: Fiscal Responsibility, Limited Government, Free Market. Questi principi sono riassunti nell’ormai celebre e suadente slogan: “Meno tasse, meno Stato, più Mercato”.

La storia politica del Tea Party inizia approssimativamente nella primavera del 2009 , quando un vasto fronte di opinione pubblica conservatrice che ritiene troppo prudente e troppo poco conservatrice l’azione del Great Old Party (GOT) Repubblicano, inizia a coalizzarsi contro le iniziative di riforma economica e sociale intraprese dal governo del neo-presidente americano Barack Obama, tra cui in primis il progetto di progressiva estensione del cosiddetto Medicare (l’assicurazione sanitaria privata parzialmente finanziata dallo Stato) alle fasce più povere della popolazione statunitense che ne sono tradizionalmente escluse. Il nuovo movimento prende rapidamente coscienza di sé grazie all’ampio risalto concesso dai mass media (specie quelli di orientamento conservatore o fiancheggiatori del GOP), ma anche e soprattutto agli spazi informali di discussione e confronto offerti dalla rete Internet (forum, blog, mailing list, social network), e misura le sue forze nel corso di una serie di grandi manifestazioni di piazza che costellano di fatto tutto il primo anno della presidenza Obama.

Nel corso del 2009 e del 2010 il Tea Party è risultato sempre più determinante nell’influenzare il risultato di alcune consultazioni elettorali a livello nazionale e locale e per la selezione di alcune candidature di rilievo in vista delle midterms elections 2010. In molti casi il Tea Party ha giocato come attore terzo, favorendo l’affermazione del GOP contro i democratici o concorrendo direttamente con i repubblicani per l’affermazione di candidati conservatori alternativi a quelli proposti ufficialmente dal partito. A tal proposito, si comincia a parlare della storica possibilità si affermi negli Stati Uniti un “third party”, esperienza politica più volte tentata in passato e puntualmente caduta nella rigida solidarietà organica dello schema bipolare Repubblicani-Democratici.

Il Tea Party è attualmente privo di una gerarchia istituzionalizzata e di una leadership unificata e riconosciuta. Le iniziative di mobilitazione fanno capo ad alcune personalità carismatiche emerse sul web o a leader locali sostanzialmente o formalmente “smarcati” dai poli democratico e conservatore. Il coordinamento spontaneo informale e la deliberazione partecipativa “dal basso” solo la vera anima decisionale del movimento. Tuttavia, il ruolo di possibile guida del Tea Party vede al momento in prima linea due personalità molto diverse, che incarnano le due anime del movimento: l’ultra conservatrice e teocon Sarah Palin, ex rivale di Barack Obama nel rush finale delle presidenziali 2008 che punta ad istituzionalizzare un sistema di comando formale del movimento, e il libertario Ron Paul, anch’egli ex candidato alla presidenza USA, che sembra invece propendere per una linea più defilata, improntata all’esercizio di una sorta di influenza indiretta fondata sull’esercizio carismatico, più che all’assunzione di una leadership istituzionalizzata.

Il successo comunicativo del fenomeno aggregativo del Tea Party si fonda principalmente sull’abile utilizzo delle tecniche grassroot combinate con le potenzialità dei social media. Un mix che ha permesso al movimento di dare un’adeguata risposta a tre esigenze fondamentali:

1. creare e sostenere un’area di dibattito alternativa che fosse libera dal controllo delle forze politiche tradizionali e indipendente rispetto alle logiche di funzionamento dei media mainstream ;
2. fruire di uno spazio pubblico virtuale capace di offrire una nuova possibilità di aggregazione e identificazione ad una vasta platea di elettorato che non si sente rappresentata dall’establishment politico tradizionale;

3. portare avanti una campagna di fund raising che rendesse possibile finanziare iniziative e sostenere canali di comunicazione e informazione alternativi svincolati dal pressante dominio dei due grandi partiti tradizionali statunitensi.

Il tea Party è spesso descritto come il “partito di Internet” o un partito che “vive su Internet”. Ma, anche se può sembrare strano, è impossibile individuare un sito Internet ufficiale del Tea Party. Tuttavia, ciò non stupisce, se ricordiamo che abbiamodescritto il Tea Party come una creatura priva di una struttura e di un’organizzazione formalizzate. In questo senso, la natura sociale del movimento è riflessa nella sua presenza online, identificata da una vasta galassia di siti – amatoriali o di livello professionale – che fanno più o meno direttamente riferimento al movimento dal punto di vista ideologico e valoriale e che, nel corso del tempo, hanno progressivamente iniziato ad aggregarsi secondo una logica di network.

Sin dall‘esordio del movimento, la presenza online del Tea Party è stata caratterizzata da due elementi fondamentali:

un ampio ricorso alle possibilità del web2.0: interattività spinta, personalizzazione dei contenuti spesso settati sulla tipologia UGC (Users Generated Content ), elevato ricorso alla multimedialità, stretta integrazione con le più diffuse tecnologie dedicate al social networking (Facebook, Youtube, ecc.);
l’adozione di tecniche – prima amatoriali, poi semi-professionali – di buzz marketing per la diffusione virale dei contenuti e la promozione degli spazi web (anche tramite strumenti a pagamento come Google Ads, Google AdWord, ecc.).
Attualmente, il principale portale di riferimento del Tea Party (www.teapartypatriots.org) fa capo a una delle correnti più forti del movimento, quella del Tea Party Patriots. Osservando il sito, ci rendiamo subito conto di alcuni elementi peculiari, che in larga parte hanno assicurato la “capacità di presa” del movimento sul web:

l’evidenza conferita al sistema delle donazioni e contribuzioni al movimento, ospitato in un’area di facile accesso e basato su una procedura semplice e rapida;
la centralità dei link ai siti web dei movimenti locali afferenti al Tea Party, che occupano la quasi totalità del sito, in un‘ottica glocal che valorizza la natura particellare e rizomatica del movimento, il suo essere una sorta di Leviatiano socialmediale;
la strettissima integrazione con i più diffusi social network commerciali (Twitter, Facebook, Youtube, ecc.) che consente – in modo economico e con assoluta semplicità – di:
moltiplicare l’ampiezza della diffusione dei messaggi in Rete alimentando un viral network capillare e diffuso;
enfatizzare appuntamenti ed eventi, nobilitando l’attività della realtà locale e l’impegno partecipativo dei singoli;
definire un’agenda e una tematizzazione costruita dal basso, tanto più efficace e pervasiva, quanto non viene percepita come esogena dai target del messaggio.

La tag cloud del discorso di Obama

da Il Post

L’immagine qui sotto è la rappresentazione visiva del discorso alla nazione del presidente statunitense sul ritiro delle truppe dall’Iraq. La “tag cloud” comprende le parole più utilizzate da Obama e citate almeno tre volte durante il proprio discorso. Le parole “Iraq” e “guerra” sono inevitabilmente preponderanti e superano di gran lunga la parola “pace”. Obama ha orientato il proprio discorso verso il futuro e la sicurezza del paese invaso nel 2003. Da notare l’utilizzo dei verbi “abbiamo” e “dobbiamo”, dunque in prima persona plurale per coinvolgere maggiormente i cittadini statunitensi.

Il GOP della disperazione

Sta facendo il giro del mondo il video che mostra Greg Brown, il candidato repubblicano alla Camera dei rappresentanti della Florida, intento a rubare i cartelloni pubblicitari dell’avversario democratico Doug Broxson. Un’insolita campagna politica condotta a colpi bassi nella cittadina di Milton, in Florida, dove Brown è stato filmato mentre porta via insieme alla moglie Jennifer i cartelloni di Broxson

Cyber Command

Ne avevamo già parlato, ma il programma di sicurezza contro i cyberattacchi si presta anche a un simpatico gioco:

Questo è il logo dello US Cyber Command, la neonata organizzazione militare, con sede a Fort Meade, nel Maryland, che dovrebbe proteggere gli Stati Uniti dagli attacchi informatici e interdire le attività nemiche nel ciberspazio.

Se lo guardate bene (cliccate sull’immagine per ingrandirla), noterete che nell’anello interno c’è una sequenza di numeri e lettere che sembra un codice. Gli smanettoni del Cyber Command non hanno saputo resistere alla tentazione di infilare un po’ di crittografia nel proprio stemma.

Riuscite a decifrare il codice e a documentare nei commenti la vostra soluzione?

Buon divertimento!

[qui la soluzione]

I ricchi non piangono

“I ricchi sono diversi. I ricchi sono spietati”. Un commento che si trova in un fantastico articolo del New York Times che dimostra come i poveri che, per senso dell’onore, tentano in ogni modo di pagare le quote del loro mutuo in America, sono molti in percentuale; mentre i ricchi non pagano i debiti in proporzione maggiore.

Luca De Biase

Sangue blu

Michelle Obama

Portali, servizi e app store: lo Stato va nello smartphone

L’amministrazione Usa scende in campo da protagonista nel mondo dei programmi per cellulari. Tra le applicazioni più scaricate quelle per calcolare l’indice di grasso, scovare i ricercati e aiutare l’FBI. E Obama fa da apripista di GIULIA BELARDELLI

Portali, servizi e app store lo Stato va nello smartphone Lo Stato fa irruzione nei nostri smartphone e sembra essere il benvenuto. La tendenza inaugurata in grande stile dall’ammistrazione di Barack Obama è destinata a fare da apripista. Nel frattempo le applicazioni col marchio “.gov” si moltiplicano, al punto che di recente è stato inaugurato un “App Store” targato White House, da cui è possibile scaricare gratuitamente applicazioni per il proprio cellulare e suggerire idee e progetti per i nuovi titoli da aggiungere alla library. E’ l’ultima trovata dello staff hi-tech del presidente Usa, che da alcuni giorni ha rimodellato il sito ufficiale dell’amministrazione con una sezione dedicata al regno degli smartphone. Si tratta del primo portale per le applicazioni gestito da un governo, un cambiamento radicale in un mercato fino ad ora concentrato più sul tipo di cellulare che sulla natura del servizio. Al momento lo store, accessibile dal sito apps.usa.gov 1, offre diciotto applicazioni compatibili per iPhone, BlackBerry e Android. In totale, però, sono più di centodieci i progetti per dispositivi mobili al vaglio delle diverse agenzie governative, segno di quanto i fedelissimi di Obama puntino anche sulle apps per promuovere un’immagine della Casa Bianca piuttosto sbiadita (secondo il Pew Research Center, ad esempio, solo il 48% degli americani approva l’operato complessivo del governo).

Il presidente e gli smartphone. Che Obama amasse gli smartphone si era già capito dalla determinazione con cui ha lottato per continuare a usare il suo BlackBerry 2 anche da presidente, malgrado i numerosi problemi di sicurezza e protocollo. Eppure, un anno e mezzo fa, in pochi avrebbero creduto di poter scaricare delle applicazioni direttamente dall’App Store presidenziale. L’uomo che ha dato forma e sostanza all’iniziativa è Vivek Kundra, Chief Information Officer dell’amministrazione statunitense, ovvero il responsabile per l’informatica e le nuove tecnologie. Dal giorno della sua nomina, il 5 marzo del 2009, l’obiettivo di Kundra è stato “rivoluzionare la tecnologia nel settore pubblico” e “colmare la distanza tra burocrazia governativa e mentalità dei cittadini”. Per farlo ha puntato su alcuni dei concetti più caldi del mondo IT, dal cloud computing all’open accessibility, con un’attenzione particolare ai dispositivi mobili e al loro ruolo come provider di servizi.

Cloud computing e info sharing
. Tanto per cominciare lo staff del presidente ha creato una piattaforma dedicata al cloud computing 3, vale a dire il fenomeno di migrazione in rete di software e sistemi operativi. Così è nato apps.gov, contenitore di software online per il business, la produttività, l’informazione e i social media. Il tutto, ha spiegato Kundra, per “promuovere l’efficienza del governo federale e migliorare le connessioni tra stati ed enti locali”. Altro fiore all’occhiello della squadra hi tech è Data. Gov, un’enorme base di dati che mette a disposizione di ogni cittadino le informazioni federali sui temi più svariati, dall’energia ai matrimoni, dall’agricoltura alla salute. L’idea è quella di condividere le informazioni con il maggior numero di persone possibile, seguendo il modello di Facebook e degli altri social network. Un argomento, questo, sul quale Obama non ha bisogno di prendere lezioni da nessuno: con i suoi 4.470.070 seguaci, secondo il Washington Post il presidente è al quinto posto tra i personaggi più popolari di Twitter, alle spalle di star del pop come Lady Gaga e Britney Spears.

Le applicazioni di servizio
. Il primo pacchetto delle Obama-apps ha la funzione di stabilire una comunicazione diretta tra l’amministrazione e il singolo utente. The White House App, ad esempio, fornisce ai proprietari di iPhone un flusso di informazioni sull’agenda della Casa Bianca, comprese le ultime notizie, i video, le foto e tutti gli eventi a cui prende parte il presidente. Sulla stessa linea il sito per cellulari Usa. Gov Mobile, che promette ai visitatori di avere “il governo federale, statale e locale sul palmo della mano”. Dedicato ai pubblici internazionali è invece America. Gov Mobile, piattaforma che fornisce letture sulla vita e la cultura americana, come anche informazioni pratiche su visti, assicurazioni e permessi di lavoro. C’è anche un servizio mobile per gli americani all’estero: accedendo a Find Your Embassy, sul cellulare si visualizzano tutte le ambasciate statunitensi nel mondo con relative mappe e contatti.

Le apps per chi si sposta
. L’offerta dello store governativo procede con una serie di strumenti concepiti per facilitare i viaggi e gli spostamenti. Uno dei più recenti è My TSA, applicazione per iPhone che informa in tempo reale su tutto quello che c’è da sapere per viaggiare in aereo, trasformando in un libro aperto i regolamenti della Transportation Security Administration. Per chi, invece, preferisce viaggiare in macchina il governo americano ha pensato a due applicazioni web che tengano conto anche dell’ambiente: Alternative Fuel Locator (fornisce una mappa dei distributori di carburante alternativo sparsi sul territorio nazionale) e FuelEconomy. Gov (calcola i consumi di gas e petrolio, i costi annuali e l’impronta di CO2 rilasciata da ogni auto).

Un occhio alla salute
. Di pari passo agli sforzi della First Lady Michelle Obama per far dimagrire i suoi connazionali, il team dell’information technology ha messo a punto due apps che invitano alla dieta. BMI Calculator, sviluppata nei laboratori del National Institute of Health, consente di calcolare l’indice di massa corporea, una delle misure più affidabili per stabilire la quantità di grasso presente nel corpo. MyFood-A-Pedia si presenta invece come una guida tascabile al mangiar sano, con le informazioni nutrizionali di oltre mille diversi tipi di cibo. Lanciata proprio in occasione della festa del 4 luglio, c’è poi UV Index, applicazione per Android e BlackBerry che informa i vacanzieri sulle condizioni dell’aria e i livelli dei raggi ultravioletti in qualsiasi località.

Le più particolari
. Una delle app più scaricate dalla library governativa è sicuramente FBI’s Most Wanted, applicazione del Federal Bureau of Investigation per avere sul proprio iPhone i volti e i profili delle persone più ricercate d’America, terroristi inclusi, ma anche le foto dei bambini scomparsi e dei casi in stile “Chi l’ha visto”. Un apposito link permette agli utenti di comunicare eventuali informazioni direttamente all’FBI. Per affrontare ogni emergenza la Casa Bianca propone infine Fema Mobile, “la risposta del governo con il tocco di un pulsante”, un’applicazione che dà indicazioni in caso di uragani, terremoti, alluvioni, attacchi terroristici e ogni genere di disastro pensabile e immaginabile.

Non votate mio padre

da Giornalettismo

La figlia di un aspirante giudice dell’ Oklahoma ha acquistato spazi pubblicitari e aperto un blog per impedire l’elezione del familiare

In Oklhoma un aspirante giudice si prepara alle elezioni giudiziarie della propria contea. Con un ostacolo in più. La figlia, Jan Schill (in realtà figlia della moglie), 31 anni, gli fa campagna elettorale contro. Succede a John Mantooth. toghe Usa: ragazza organizza campagna elettorale contro il padreLa figlia ha pagato per una pagina pubblicitaria trimestrale, con la pubblicazione di una foto di famiglia. La signora mette in evidenza tutti i casi in cui il padre è stato denunciato.

NON SAREBBE UN BUON GIUDICE – Disponibile anche un apposito sito web: donotvoteformydad.com. “Non è un buon padre – si legge oggi nella homepage del blog – non un nonno buono e, a mio parere, un riesame dei suoi 37 anni come avvocato a Cleveland, Garvin e McClain Contee dimostra pure che egli non sarebbe un buon giudice“. Dispiaciuto il diretto interessato: “Questa è una questione di famiglia che avrei voluto mantenere riservata – ha fatto sapere due giorni fa l’aspirante giudice – Sono molto triste per questo. Molto deluso. Sto male, ma comunque spero che le cose con mia figlia possano andare meglio“.

MANOVRA POLITICA? – Keith Gaddie, professore di scienze politiche presso l’Università di Oklahoma, parla di “politica del reality show. E’ disgustoso, indegno, ed è reale“. Mantooth vede anche lo zampino di manovre politiche dietro la campagna della figlia. Suo figlio Andrew Schill, fratello di Jan, sarebbe stato socio di uno dei suoi avversari nelle primarie di martedì prossimo, Greg Dixon: “Sono circostanze strane - ha detto - Credere che Dixon non c’entri niente in tutta questa storia è come credere che le mucche danno latte al cioccolato“. Andrew respinge le accuse al mittente, sottolineando come la sua partnership con l’avvocato si sia sciolta nel 2007, anno in cui si è trasferito in Colorado: “La gente trarrà da sola le sue conclusioni“, dice oggi. Anche Dixon nega ogni coinvolgimento affermano di non aver nulla a che fare con annuncio e sito web: “Non voglio usarlo per la mia campagna politica“.

Dimostrate al mondo che non ci sono migliori amici né peggiori nemici dei marines

Se mostrate rabbia o disgusto verso i civili, sappiate che state concedendo una vittoria ad al Qaeda e agli altri ribelli.

Ogni volta che salutate un civile iracheno, al Qaeda si rivolterà nella propria tomba.

Gen. James Mattis

Ti piace vincere facile

In vista delle prossime elezioni presidenziali sembra che lo staff democratico voglia strafare e inizi a pensare al Dream Ticket:

A un certo punto nei prossimi mesi, a Joe Biden potrebbe essere assegnata la poltrona di Ministro degli Esteri Usa, e Hillary Clinton potrebbe vedersi elevata alla dignità vicepresidenziale, per sfidare i Repubblicani con la corazzata democratica schierata alla massima potenza nel 2012.