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Libero wi fi

Anche quest’anno si riprova ad abolire il famigerato decreto Pisanu. Speriamo sia la volta buona.

“La normativa italiana rappresenta un notevole ostacolo alle nuove modalità di fruizione e accesso alla rete da parte dei cittadini e anche per l’erogazione di nuovi servizi da parte delle pubbliche amministrazioni ed enti pubblici. Servizi informativi georeferenziati trovano applicazione e utilità in molteplici campi, con forti ricadute non solo sulla vita dei cittadini ma anche sull’intero sistema economico di un territorio. A causa dell’art 7 del decreto Pisanu, ad esempio, In Italia nessuna biblioteca, azienda privata o pubblica può dare libero accesso alla propria rete wi-fi se prima non ha fotocopiato o scansionato il documento di identità dell’utilizzatore, si è attrezzata per controllare gli accessi alle singole postazioni e i software utilizzati dagli utenti; con la conseguenza di negare di fatto la possibilità di utilizzo libero della rete wi-fi. A fronte di risultati quasi inesistenti in termini di sicurezza, i costi delle norme oggetto del nostro esame sono invece altissimi. Esse hanno costituito un ostacolo alla crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a Internet: nel momento in cui la rete si apre sempre di più al prossimo grazie alle tecnologie wireless, alla diffusione di device mobili sempre più economici e performanti, in Italia abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiose. L’assenza di una rete diffusa costituisce ostacolo talvolta insormontabile per l’accesso a servizi pubblici della Pubblica Amministrazione, a servizi di infomobilità, a servizi innovativi per la fruizione di beni culturali, ambientali e servizi per il turismo, all’erogazione di servizi specifici destinati a diversamente abili, a nuove forme di fruizione di servizi pubblici in ambienti pubblici come aree verdi, biblioteche, ospedali e ai servizi di sicurezza”

Conulenze padane

Ancora una volta la Lega è presa con le mani nella marmellata.

Oggi tocca a l’espresso scoprire che il Ministro Maroni è indagato per delle consulenze perlomeno sospette:

La questione morale torna a investire i vertici del Carroccio, 18 anni dopo Tangentopoli, con una nuova inchiesta per finanziamenti illeciti al partito.

L’indagine è stata aperta nel luglio 2009 dalla Procura di Milano ed è rimasta segreta fino allo scorso venerdì primo ottobre. Quando un pm ha dovuto avvertire il tribunale che un dirigente d’azienda, chiamato a deporre dalle difese di un gruppo di presunti super- professionisti dell’evasione fiscale, non poteva essere sentito come testimone.

Da “ignobile” a “non encomiabile”, senza passare per il via

Da Metilparaben

Maurizio Gasparri, 6 novembre 2004, sulla bestemmia di Guido Genovesi del Grande Fratello:

Quella bestemmia è un gesto ignobile e intollerabile, mi auguro che il comitato tv e minori assuma decisioni adeguate alla gravità del caso.

Maurizio Gasparri, 2 ottobre 2010, sulla bestemmia di Silvio Berlusconi in Abruzzo:

In serata ci sono stati contatti con autorevoli esponenti della Chiesa. E ci hanno detto chiaramente che le battute, seppur non encomiabili, non cambiano la sostanza delle cose: per la Chiesa contano i fatti.

Ora, non è che io sia un acerrimo avversario di chi bestemmia, e per dirla tutta ritengo ridicolo che bestemmiare sia ancora considerato un reato.
Ciò premesso, non posso non rilevare come il capogruppo del PDL al Senato consideri la bestemmia “ignobile e intollerabile” quando promana da un concorrente del Grande Fratello, mentre si limiti a ritenerla “non encomiabile” se a pronunciarla è il Presidente del Consiglio.
Delle due l’una: o siamo di fronte al solito giochino dei due pesi e delle due misure, oppure anche Gasparri, nel frattempo, ha cambiato idea: nel qual caso, a mio parere, dovrebbe avere almeno il buon gusto di comunicarcelo.

Vichinghi col biberon

di Caterina Soffici

tratto da  “Ma le donne no. Come si vive nel paese più maschilista d’Europa”

“A Oslo il ministro dei Bambini e dell’Uguaglianza è un uomo. Si chiama Kjell Erik Oie ed è anche segretario di Stato, perché i bambini in Norvegia sono considerati un tema importante. Così importanti che nella celebrazione della festa nazionale, il 17 maggio, sfilano in parata al posto dei militari, vestiti a festa con i nastri colorati e le bandierine norvegesi in mano. Il ministro Kjell Erik Oie è il classico scandinavo biondo quasi albino, faccia rubizza e sorridente. Gentile, veste informale e in colori sgargianti e perfino nella foto ufficiale del governo spicca la sua camicia arancione con cravatta a righe chiare. Non indossava la giacca neppure quel giorno di ottobre 2007 quando ha preso il microfono per parlare davanti alla folta platea femminile della Winconference, una grande convention di donne che raduna manager e imprenditrici provenienti da sessanta paesi di tutto il mondo. Lui parla e lascia letteralmente senza parole: ” E’ giunto il momento che le imprese capiscano che anche i loro dipendenti uomini sono dei genitori; ci saranno meno discriminazioni se i padri godranno di pari diritti in termini di congedi parentali rispetto alle donne; ecco perché presenteremo un progetto di legge in tal senso”

In Norvegia sono gli uomini che rivendicano il diritto di stare a casa, di occuparsi della prole e di partecipare di più alla vita della famiglia. Nella terra dove da oltre vent’anni nessun governo ha mai avuto meno del 40 percento di minstre, dove le donne eleggono il Parlamento dal 1913 (le prime in Europa erano state le finlandesi nel 1906) e dove è in vigore una legge per riservare a manager femmine il 40 percento dei posti nei consigli di amministrazione, gli uomini si sono uniti per difendere i propri diritti. A Oslo è nato Men’s Panel per rivendicare le ragioni del maschi. Non è un club per soli uomini, dove boss in grisaglia e doppiopetto intrecciano rapporti, fanno affari e parlano di amanti comodamente seduti su divani di cuoio, fumando sigari e bevendo cognac. Lo stereotipo classico dei luoghi di potere al maschile non potrebbero essere più lontano da quanto accade in Norvegia. Il Men’s Panel è un comitato di esperti che si riuniscono per parlare delle pari opportunità al maschile. La prima rivendicazione è: vogliamo più tempo libero per stare coi nostri figli. Heikki Holmas, vicepresidente del Man’s Panel e parlamentare sintetizza: “Attualmente le madri possono stare a casa per un anno a stipendio pieno dopo la nascita dei figli. Per i padri invece esiste un congedo di poche settimane. Vogliamo una ripartizione più equa.” Al grido di “più pannolini per tutti”, il governo ha recepito la rivendicazione maschile e il permesso di paternità retribuito al 100 percento è stato aumentato da sei a dieci settimane.

Runar Doving, sociologo e ricercatore del Men’s Panel è uno dei tanti che ha usufruito del permesso. E’ normale per i norvegesi che la moglie vada a lavorare mentre il marito rimane a casa a occuparsi dei figli e delle faccende domestiche. Chi lavora rientra comunque presto, alle quattro del pomeriggio, e la giornata è scandita secondo ritmi completamente diversi rispetto all’Europa meridionale. Nella famiglia di Runar Doving si fa colazione tutti insieme, poi la moglie bacia marito e bambine ed esce. Lui nel frattempo veste le figlie, porta la più grande all’asilo e con la piccola nel marsupio va a fare la spesa. Una breve pausa alle altalene, quattro chiacchiere con le mamme e i papà al parco pubblico e poi avia a casa a preparare la cena. “Ieri sono andato a comprare le tendine per le finestre. Quindici anni fa sarebbe stato impensabile che un uomo facesse una cosa del genere. ” Quando lavora e non sta a casa ad occuparsi delle bambine, Doving è un sociologo. Ha studiato questo fenomeno e secondo lui il profondo cambiamento della società norvegese è avvenuto grazie alla legislazione per le pari opportunità in vigore dal trent’anni.

La Norvegia è stato il primo paese a introdurre la paternità obbligatoria (dieci settimane al 100 percento oppure dodici all’80 percento dello stipendio) [n.d.r. Obbligatoria significa che se il padre non ne usufruisce vengono perse]. A ruota tutti gli altri paesi scandinavi hanno introdotto legislazioni dello stesso tenore. Varia solo il numero di mesi e la percentuale dello stipendio che viene decurtata (sempre molto bassa). In Danimarca i mesi sono solo sei al 100 percento e altri sei al 90 percento. In Finlandia è consentito per gli uomini un congedo di ventisei settimane, durante le quali percepiscono un assegno di paternità: nel 2000 fu addirittura l’allora primo ministro Paavo Lipponen a usufruirne.

In Svezia il congedo parentale consiste in sedici mesi da dividere a scelta tra i due genitori ( di cui sessanta giorni sono si ciascun genitore e non possono essere ceduti all’altro). I padri sono incentivati da un bonus economico che è massimo quando i genitori dividono esattamente a metà i giorni a disposizione (otto mesi per uno). Inoltre i genitori hanno diritto a lavorare part-time fino al compimento degli otto anni del bambino. L’Istituto di previdenza svedese ha effettuato uno studio secondi l quale “i padri che hanno scelto di prendersi cura dei loro figli nel primo anno di vita tendono a lavorare di meno anche dopo la fine del congedo, evitando di fare straordinari, riunioni fuori orario e di lavorare nei fine settimana.” I padri che decidono di stare a casa coi i figli sono sempre più numerosi, soprattutto sei il lavoro della madre è altrettanto remunerativo. Di solito la madre prende i primi mesi, quando l’allattamento è importante, e il padre i mesi successivi. Ma la legge permette anche di dividerei giorni diversamente: due giorni lui e tre lei.

In Gran Bretagna i papà possono prendere diciotto settimane, fino ai cinque anni. La retribuzione rimane al 90 percento dellos tipendi solo nelle prie sei settimane, nelle restanti è previsto un indennizzo fisso.

In Francia la legge sulla paternità è stata partorita dalla ministra della Famiglia Ségolène Royal nel 2002 e permette agli uomini di assentarsi per i primi quattordici giorni a stipendio pieno. Madre di quattro figli, deputata dagli anni ottanta, tre volte ministro, poi candidata all’Eliseo, Ségolène ha introdotto una delle legislazioni più avanzate dell’Europa continentale e ha fatto una sua piccola rivoluzione. Gli ultimi dati disponibili (2005) raccontano che il 73 percento dei padri trai 30 e i 34 anni ha usufruito del permesso. La percentuale scende al 58 percento nei padri over 35. Dopo l’entusiasmo iniziale negli ultimi anni c’è stata una nuova contrazione nel numero delle richieste, ma la legislazione familiare è rimasta in vigore.”

E da noi quando?? Il dibattito è aperto….

Il disprezzo

I radicali denunciano la presenza di almeno 350 firme false, fra quelle che hanno permesso la candidatura (illegale) di Formigoni.

E non serviva una perizia calligrafica per vedere che qualcosa di strano c’è davvero.

Per il maggior partito della regione Lombardia non dovrebbe essere un problema raccogliere 3.500 firme a sostegno del proprio candidato. Ricorrere alle firme false ha un solo, inqequivocabile, significato: disprezzo per le regole.

Evidentemente il PDL lombardo non ha ritenuto necessario rispettare una regola base per le elezioni. Come si può pensare che rispetti altre regole e leggi adesso che governa?

La società dei magnaccioni

via Dissapore

Riempire le buche

E la gente, che cosa pensa la gente? Davvero è in grado di passar sopra al fatto che il figlio riceverà un’istruzione scadente, a patto che qualcuno gli ripiani la buca sotto casa, a patto che qualcuno dimostri insomma di gratificare con un po’ d’attenzione la sua personalissima frustrazione del momento? E’ proprio tutto qui? Sarà realistico, ma è deprimente. E non sono certo di volerci avere a che fare.

Leggi tutto su Popolino.

Parole a confronto

Consigliamo di leggere tutto l’articolo su Spindoc, ma le immagini parlano da sole:

La tag cloud del discorso di Fini a Mirabello

La tag cloud del discorso di Bersani a Torino

Le tag cloud sono state realizzate da Giovanni Calia.

L’amico ebreo

Berlusconi non ci fa mancare mai niente. Usa per sé la scusa ipocrita più gettonata dagli antisemiti nascosti “e comunque da ragazzo io ho avuto tanti amici ebrei“, per scusare il razzismo di Ciarrapico. A parte che il problema sarebbero gli amici di Ciarrapico e non quelli di Berlusconi.

Beccati con le mani nella marmellata verde

La banda del buco colpisce ancora. Stavolta in favore della Lega, tanto per non scontentare nessuno nella maggioranza. Eh sì perché pare – anzi non è che pare, è proprio così-  che di processi a carico ne hanno anche i leghisti e non solo Berlusconi ed i suoi. Una maggioranza omogenea, verrebbe da dire ironicamente…

La storia completa ce la racconta Massimo Donadi sul suo blog.