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Spremuti

Ma non tutti. La crisi avanza, ma il “governissimo” non è certo la soluzione.

Che Fini faremo?

Il terzo polo è dato al 22%, ma il PD cosa ne pensa?

L’Amore non è bello se non è litigarello

Nel Partito dell’Amore la scelta dei candidati alle prossime regionali non è di certo stata rose e fiori.

Fra scelte strane, opinioni contrastanti, guerre intestine, quotidiani all’attaccoveti leghisti, accordi non graditi, alleanze difficili, ministri in lotta e/o degradati, qualcuno già pensa che il giorno dopo il voto potrebbe rompersi tutto.

Amore strano, quello in casa PdL, con B che paga gli alimenti a tutti i partner per evitare il divorzio.

Radicali liberi

Mentre Civati continua a porsi domande sull’atteggiamento dei Radicali, candidati con noi in Lazio e avversari in altre regioni, Malvino aspetta che sia disponibile l’audiovideo della direzione nazionale radicale del 10-12 gennaio:

Ho scommesso con me stesso che l’audiovideo sarà reso disponibile solo dopo le elezioni regionali.
La regola della trasparenza che i radicali si danno per fondamento morale – a mio parere, un po’ strumentalmente – sarà allora formalmente rispettata, però il documento non sarà più politico, ma storico. Come da voce di stampa, la storia potrebbe rivelarci che Pannella avrebbe preferito una Bonino in corsa solitaria, mirando a un bel 3% (tanto meglio quanto di più).
Presentiva che, se il Pd avesse abboccato all’ennesimo rischiatutto, doveva giocoforza mettersi un po’ da parte? La metto in quest’altro modo: c’è in quella Direzione nazionale qualcosa che possa far prevedere, da qui al voto, qualche prova della formidabile pulsione autodistruttiva di Pannella che scatta quando il suo narcisismo va in sofferenza? Quando quell’audiovideo ci consentirà di farcene un’idea, Pannella avrà già combinato il guaio?
Saperlo dopo sarà inutile. Fossi in Bersani, giusto per parare il culo, avanzerei una rogatoria: fuori l’audiovideo.

Primarie Sempre (che si facciano)

di Marco D’Angelo per iMille

Lo statuto del Partito Democratico è chiaro (art.1 comma 2):

Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali.

Date le premesse, ti aspetteresti che per selezionare i candidati per le elezioni regionali, il PD le usasse largamente, invece cosa accade? Non vi è una sola regione dove sono previste con l’eccezione (forse!), oltre modo travagliata, della Puglia.

Gianni Cuperlo, uno di quelli bravi, ma bravi sul serio del partito, ha scritto un post molto interessante sulla questione.

C’è un passaggio particolarmente istruttivo nel suo discorso:

le “nostre” regole debbono, giocoforza, misurarsi con le regole degli altri. Facciamo un esempio: noi siamo per scegliere i candidati governatori con le primarie (lo abbiamo scolpito nello Statuto). In alcune realtà succede che per vincere (o almeno per competere) vi sia il bisogno di allargare la coalizione ad altri (l’Udc, certo, ma non solo. Penso ai nostri amici radicali per dire). E facciamo conto che questi altri (a torto o a ragione) siano contrari al ricorso alle elezioni primarie per la scelta del candidato o della candidata alla presidenza. Ecco, in questo caso che succede?

Succede che il presunto alleato, l’Unione delle Convenienze, condiziona le nostre scelte senza poi, però, sentirsi vincolato a nulla, visto che ha deciso, comunque, di schierarsi in tante di queste regioni con il Centro-DESTRA, lasciandoci a contare morti, feriti e contraddizioni (guardate il disastro pugliese).

La regola degli altri ha finito per diventare l’eccezione costante alla nostra regola. Abbiamo rinunciato a costruire candidature, portatrici di una legittimazione popolare e di un rapporto con il territorio. Abbiamo rinunciato ad avere programmi credibili, non costruiti a tavolino, ma sviluppati nell’ascolto di tutti. Abbiamo rinunciato alla forza di mobilitazione popolare che solo le Primarie possono dare alle candidature.

Ma non nascondiamoci dietro un dito. L’allergia alle primarie, indipendentemente dai C/casini procuratici dell’UDC, alcuni (tanti?) di noi ce l’hanno da sempre. Il caso emblematico è la Lombardia. Qui, di fronte alla sfida impossibile con il Formoloch che da ormai quindici anni tiene in pugno la regione, le Primarie dovevano essere la via maestra. Tanto più che l’Udc locale aveva, da subito, fatto capire che preferiva schierarsi con la PdL.

Invece la direzione del PD che fa? Candida, sua sponte, i pallidi dei minori del Pantheon bersaniano, i Penati. Quei Penati che, se volete, le loro brave “primarie” le avevano già perse – con le elezioni provinciali – lo scorso anno, dimostrando di non raccogliere tutto sto’ seguito tra i lombardi. Quegli stessi Penati, che in campagna congressuale, avevano richiamato il valore della razza pura degli “iscritti”, contro il meticciato degenere delle primarie.

Sarebbe lungo spiegare le ragioni di questa insofferenza e, onestamente non credo di possedere gli strumenti culturali per farlo. Ma so quale è l’idea svilente di Primarie che sta prevalendo in questa fase nel PD, persino in persone di spessore come Cuperlo:

abbiamo affidato a questo strumento (che tale rimane: uno strumento) delle prerogative superiori alle loro effettive potenzialità. In particolare la possibilità (o la speranza) che lo strumento in sé sia il grimaldello, la chiave vincente, per risolvere o districare complicate vicende politiche. Ma la politica raramente si fa gestire delegando altrove le sue responsabilità.

Insomma, Primarie in cantina. All’occasione, possono sempre essere rispolverate, come si fa con le luminarie a Natale, o con la brutta cornice d’argento che c’ha regalato zia Palmira, quando viene a trovarci.

Peccato che quel altrove cui fa riferimento Cuperlo, per come lo leggo io, sarebbe la democrazia diretta, in definitiva la principale novità del Partito Democratico. La via faticosa che, socialisti, post-comunisti, popolari, hanno scelto di intraprendere insieme, fondendo le loro storie per costruirne una più grande, rivolta al futuro.

E in questo progetto, la competizione onesta ma anche il confronto fattivo, tra classi dirigenti ed elettori, offerti dalle Primarie sono una tappa indispensabile. Ecco, perché se si crede nel Partito Democratico, non si può non credere nelle Primarie e nello spirito popolare che le alimenta. Lo stesso spirito di Robert Kennedy, citato da Thurston Clarke in The Last Campaign.

La vecchia caccia ai delegati non ha più senso. Noi andremo al popolo. E vinceremo.

I misteri del sacro lenzuolone

D’Alema accusa Vendola di aver complicato tutto, in Puglia, costringendo il PD alle primarie.

In Calabria, dove Vendola non c’è, i quattro candidati alle primarie del PD si son diligentemente fatti da parte per far posto a un candidato unico targato UDC.

In Lazio sappiamo come è andata. E i Radicali, con l’esperienza del più vecchio partito oggi in Parlamento, mostrano di conoscere bene tutti i giochetti di quella partitocrazia che dicono di osteggiare.

E così, se la Bonino val bene un’alleanza col PD, in Toscana corteggiano il PdL e in Campania aggiungono anche una terza via, con Pannella candidato in accordo coi socialisti, in una nuova edizione della già fallimentare Rosa nel pugno.

Stessa strategia del miglior offerente per l’UDC, ma con l’ostinato obiettivo di abbattere il bipolarismo e tornare felici alla prima repubblica,  mentre l’Mpa di Lombardo è riuscito in Sicilia ad avere l’appoggio del PD offrendo in cambio un assessorato.

Come in tutto questo Scalfari riesca a raccontare la rivalsa della società civile sulla “casta” dei politici, è uno dei tanti misteri del sacro lenzuolone domenicale, e forse va accettato così com’è.

[UPDATE: Civati racconta che i Radicali si presentano separati dal PD in Lombardia, e con la Bonino capolista in tre circoscrizioni]

Fate largo ai “professionisti”

Mentre l’Idv in Lazio è corteggiato dalla sinistra radicale e i Radicali toscani mandano messaggi amorosi al PdL, Bersani abbandona la via delle primarie, almeno per questa tornata elettorale: Dove la destra e’ gia’ in campo, dobbiamo privilegiare l’immediatezza e l’efficacia della proposta.

Ma la colpa dei ritardi di preparazione non è dell’allenatore, di solito?

Citazione

Sia chiaro, occorre aprire all’Udc: ma va fatto con la lucidità di chi ha in testa una strategia politica per il futuro. Casini non può dirci, per esempio, che non farà mai il capo di un centrosinistra simile a quello che ha guidato Prodi, perché nessuno glielo ha chiesto e perché non accetto nemmeno da un possibile alleato che venga liquidata la nostra storia politica e il legame tra il Pd e Prodi. Comunque, ripeto: nessuno gli ha chiesto di fare il capo del centrosinistra

Io resto convinta che Casini sarà un ottimo capo del centrodestra liberato da Berlusconi

Rosy Bindi

Provando a ricapitolare

Grazie a Civati possiamo osservare in un solo colpo d’occhio il gioco delle alleanze per le prossime regionali, con l’UDC che fa da padrone schierandosi col migliore offerente, PD o PdL che sia, decidendo regione per regione:

Piemonte: non si sa, probabilmente Udc in solitaria (c’è il candidato della Lega e Bresso non piace)
Lombardia: Udc+Pdl (a meno che la Lega non si opponga)
Veneto: Udc in solitaria (c’è il candidato della Lega)
Emilia Romagna: Udc in solitaria
Liguria: Udc+Pd
Toscana: Udc in solitaria
Marche: Udc+Pd
Umbria: Udc in solitaria
Lazio: Udc+Pdl
Campania: non si sa, probabilmente Udc+Pdl
Puglia: Udc+Pd-Vendola
Basilicata: Udc+Pd
Calabria: Udc+Pdl

A questo quadro si può poi aggiungere la situazione della Sicilia, in cui il PD darà il suo appoggio esterno al governatore Lombardo, avversario alle regionali poco più di un anno fa.

Giochi di palazzo fatti sulla testa degli elettori.

Ma, almeno in Veneto, come già vi raccontavamo, qualcosa si muove. Laura ha però bisogno del vostro sostegno. Potete firmare la petizione per la sua candidatura, qui.

Segni evidenti dell’avvenuta catastrofe

Riceviamo da Corrado e volentieri pubblichiamo, preoccupati perché la mancanza di primarie non è solo un’eccezione pugliese ma si è già verificata in Lombardia (dove Penati già affigge manifesti) e rischia di ripetersi in Veneto, dove il segretario regionale sembra voler frenare la candidatura di Laura Puppato.

La decisione del Pd di candidare Michele Emiliano alla guida della Regione Puglia rischia di diventare un punto di non ritorno per la classe dirigente del PD, e ben oltre l confini della Regione.

La decisione di non dare continuità all’esperienza di governo della giunta Vendola rischia infatti di segnare profondamente la dirigenza  del PD, toccando i cosiddetti “equilibri politici” locali, ma anche di distruggere la credibilità del partito stesso,  ben al di là del probabile disastro elettorale – forse duplice.

E’ chiaro infatti che sono tante le questioni che n questa vicenda s’intersecano:

l’interesse della dirigenza nazionale bersaniana, D’Alema in testa, ad un accordo con l’Udc per “incartare” l’adesione del partito di Casini ad un progetto futuro di alternativa all’asse Pdl-lega, anche a costo di candidare PierFerdy alla presidenza del consiglio. In quest’ottica, l’elezione pugliese è un puro accidente, il cui risultato sembra quasi non interessare al nostro gruppo dirigente.

Le ancora vivissime divisioni congressuali, che, a distanza di mesi, ancora segnano profondamente la classe dirigente locale, e che in questa partita si giocano una specie di rivincita.

La questione giudiziaria con cui Vendola è stato indebolito negli ultimi mesi, e su cui  il PD ha responsabilità almeno altrettanto evidenti.

L’ambizione spregiudicate dei due candidati, una volta politicamente vicinissimi, ora disposti a giocare entrambi la partita del “tanto peggio, tanto meglio” pur di non lasciare spazio all’avvresario – pur se con differenti gradi di ragione, a mio avviso.

La norma che non prevede il doppio incarico all’interno del partito, e per la quale, per logica, non dovrebbe nemmeno essere concepibile la candidatura di chi già possiede un ruolo istituzionale. A questo proposito, la questione della leggina, che consentirebbe ad Emiliano di conservare il suo incarico di Sindaco di Bari in caso di sconfitta, è solo un “di più”: il rischio di nuove elezioni comunali nella città capoluogo di regione (dopo un solo anno!) dovrebbe bastare a rendere impraticabile la candidatura Emiliano.

La definitiva rinuncia al metodo delle primarie,  che proprio in Puglia cinque anni fa ha dimostrato invece tutta la sua validità nella selezione del candidato e nella sua proiezione vincente in campagna elettorale.

Il programma. Appunto, quale programma? Come disse un mio amico dell’allora Margherita al tempo delle elezioni comunali “si parla di programma solo quando vuoi prendere per il culo il tuo interlocutore”.

Ecco,almeno questo ci è stato risparmiato: delle cose da fare non parla nessuno.

Viva la faccia: è una guerra fra bande, e a noi tocca solo guardare.