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Mai più alle urne con questa legge

La presidenza di Libertà e Giustizia lancia un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento affinché si impegnino a restituire al cittadino il potere previsto dalla Costituzione di eleggere propri rappresentanti alla Camera e al Senato. E’ infatti unanimemente riconosciuto che con l’attuale legge elettorale detta “porcellum” questo potere è stato totalmente sottratto all’elettore e depositato nelle mani di pochi capi partito.
L’attuale Parlamento è dunque composto da parlamentari “nominati” e non eletti: è questo il più grave vulnus alla Repubblica parlamentare disegnata nella nostra Carta costituzionale.
LeG chiede che se non fosse possibile trovare un accordo in tempi rapidi su una legge elettorale realmente rispettosa delle scelte del popolo, i partiti si impegnassero almeno a ripristinare la legge elettorale in vigore fino al 2005, nota come “Mattarellum”, basato su un sistema misto, maggioritario e proporzionale.
Una democrazia non può vivere in un regime in cui deputati e senatori “nominati” sono sostanzialmente sotto perenne “ricatto” dei pochi capi partito cui è attribuito il potere di nomina. Il presidente onorario di LeG, Gustavo Zagrebelsky e tutto l’ufficio di presidenza dell’associazione si impegnano a promuovere al più presto una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare composta di soli due articoli: il primo che dichiara abrogata l’attuale legge elettorale, il secondo che stabilisce il ritorno alla legge precedentemente in vigore.

Nel frattempo vi chiediamo di firmare quest’appello.

Cambiare Milano

Tra meno di un anno si vota per Palazzo Marino. Saranno elezioni decisive per la città e per l’Italia. Noi crediamo che Milano possa cambiare. A patto che, a partire dalle primarie, si costruisca un processo capace di coinvolgere tutti coloro che per rimettersi in gioco non si accontentano di aderire a questo o a quel candidato scelto dai partiti. Le primarie non dovrebbero servire solo a proclamare un vincitore e uno sconfitto che sanciscano la scontata prevalenza di uno schieramento politico sull’altro. La sensazione, invece, è che i partiti si stiano muovendo in questa direzione, con l’unica ambizione non di vincere ma di assicurarsi almeno qualche posto sui banchi dell’opposizione. Non basta, non può bastare. Nessuno è così ingenuo da pensare che si possa fare a meno dei partiti, ma è vero anche che gli artefici di troppe sconfitte non possono più pretendere di gestire la politica come fosse cosa loro, tanto più le primarie, un esperimento di democrazia dal basso che per essere tale dovrebbe essere il più aperto possibile proprio per restituire ai cittadini il gusto della partecipazione. Servono primarie vere, aperte a più soggetti. Non due ma tanti candidati, uno schieramento plurale che garantisca un vero confronto sui contenuti, non un’accozzaglia di perdenti più un candidato sindaco scelto dalle segreterie, a prescindere dalla volontà dei cittadini. Come fare per dare a tutti pari dignità? Con una proposta molto semplice, che potrebbe sembrare ingenua e invece ci sembra l’unica possibile per garantire il coinvolgimento di tutti i cittadini mortificati che non vedono l’ora di tornare a fare un’altra politica. Primo: Milano è una realtà complessa ma anche semplice, quindi è necessario che alcuni soggetti autonomi dai partiti si siedano attorno a un tavolo per elaborare quattro o cinque punti irrinunciabili, e vincolanti, una cornice di programma per cominciare ad immaginare una città diversa da quella che siamo costretti a vivere: ecologia, mobilità, politiche migratorie, scuola, sport, diritti dei più deboli… Una volta disegnata la cornice dentro la quale fare politica, ognuno dei candidati alle primarie – che ovviamente sarebbe chiamato a partecipare alle definizione dei punti imprescindibili – dovrebbe sottoscrivere una sorta di fedeltà agli impegni presi. Questo passaggio servirebbe a disegnare un percorso più o meno condiviso da tutti i partecipanti, a prescindere dal vincitore. Ma siccome potrebbe non bastare per scongiurare la dispersione del voto di chi ha lavorato per un candidato perdente, è necessario stabilire un altro vincolo. Per continuare a restare insieme. Secondo: comunque vadano a finire le primarie, tutti i candidati dovrebbero impegnarsi a far parte dello schieramento che nel 2011 cercherà di conquistare Palazzo Marino. Così facendo, i cittadini potranno davvero puntare sul loro candidato senza avere la sensazione di partecipare al solito gioco delle primarie truccate, e i partiti del centrosinistra potranno dimostrare con i fatti che hanno capito che la politica non può più essere un affare per pochi eletti. Chi ci sta a discuterne?

Emanuele Patti (Arci Milano)

Antonio Iannetta (Uisp Milano)

Carlo Dalla Chiesa (Associazione 11 metri)

Per adesioni scrivere a: patti@arci.it.

Lettera aperta a Fini e Bongiorno

Al Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini
Al Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, On. Giulia Bongiorno
Ai Capi-gruppo alla Camera dei Deputati
A tutti i Deputati

La decisione con la quale, lo scorso 21 luglio, il Presidente della Commissione Giustizia della Camera, On. Giulia Bongiorno, ha dichiarato inammissibili gli emendamenti presentati dall’On. Roberto Cassinelli (PDL) e dall’On. Roberto Zaccaria (PD) al comma 29 dell’art. 1 del c.d. ddl intercettazioni costituisce l’atto finale di uno dei più gravi – consapevole o inconsapevole che sia – attentati alla libertà di informazione in Rete sin qui consumati nel Palazzo.

La declaratoria di inammissibilità di tali emendamenti volti a circoscrivere l’indiscriminata, illogica e liberticida estensione ai gestori di tutti i siti informatici dell’applicabilità dell’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla stampa, infatti, minaccia di fare della libertà di informazione online la prima vittima eccellente del ddl intercettazioni, eliminando alla radice persino la possibilità che un aspetto tanto delicato e complesso per l’informazione del futuro venga discusso in Parlamento.

Tra i tanti primati negativi che l’Italia si avvia a conquistare, grazie al disegno di legge, sul versante della libertà di informazione, la scelta dell’On. Bongiorno rischia di aggiungerne uno ulteriore: stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger
rischia più di un giornalista ma ha meno libertà.

Esigere che un blogger proceda alla rettifica entro 48 ore dalla richiesta – esattamente come se fosse un giornalista – sotto pena di una sanzione fino a 12.500 euro, infatti, significa dissuaderlo dall’occuparsi di temi suscettibili di urtare la sensibilità dei poteri economici e politici.

Si tratta di uno scenario anacronistico e scellerato perché l’informazione in Rete ha dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore – se non l’unica – forma di attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino, secondo il quale “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”.

Occorre scongiurare il rischio che tale scenario si produca e, dunque, reintrodurre il dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame in Assemblea, permettendo la discussione sugli emendamenti che verranno ripresentati.

L’accesso alla Rete, in centinaia di Paesi al mondo, si avvia a divenire un diritto fondamentale dell’uomo, non possiamo lasciare che, proprio nel nostro Paese, i cittadini siano costretti a rinunciarvi.

Guido Scorza, Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione

Vittorio Zambardino, Scene Digitali

Alessandro Gilioli, Piovono Rane

Arianna Ciccone, Festival Internazionale del Giornalismo e Valigia Blu

Filippo Rossi, direttore Ffwebmagazine e Caffeina magazine

Stefano Corradino, Articolo 21

Luca Conti, Pandemia

Fabio Chiusi, Il Nichilista

Daniele Sensi, L’AntiComunitarista

Wil Cappellano, Nonleggere QuestoBlog

ELENCO FIRMATARI

Chi vuole aderire può andare qui

[UPDATE: Per una volta il Pd era arrivato prima degli altri: aveva fatto la stessa cosa un mese fa, anzi, di più. Tutto era partito da qui.]

ELENCO FIRMATARI
SOTTOSCRIVI ANCHE TU QUESTA LETTERA PER LA LIBERTÀ DI INFORMAZIONE SULLA RETE


tags: blog , internet , legge bavaglio , libertà , nobavaglio , rete
data: 23 luglio 2010
Stampa: per il documento in versione stampabile  clicca qui
#1 da Giuliano Buratti
inviato il 23/7/2010

Chi non é informato non ha libertà di opinione.
#2 da patrizia pellegrino
inviato il 23/7/2010

Nessun bavaglio al libero pensiero in rete
#3 da Ciro Ferro
inviato il 23/7/2010

Condivido spirito e motivazioni dell’appello.
#4 da franco
inviato il 23/7/2010

libertà,libertà,libertà!!!!!!
#5 da Giulioromano
inviato il 23/7/2010

In tutte le democrazie occidentali, vige il concetto: Più sei potente e più devi essere trasparente. In Italia accade il contrario. Uno schfo.
#6 da Jiuse
inviato il 23/7/2010

BASTA CON IL CONTINUO ATTACCO A TUTTE LE LIBERTA’ !!!!!!
#7 da silvana
inviato il 23/7/2010

nessun bavaglio legge solo x berlusconi vergogna
#8 da Paola Calvi
inviato il 23/7/2010

Perché chiunque possa esprimere liberamente le proprie opinioni ed essere pienamente informato.
#9 da nicola
inviato il 23/7/2010

no al bavaglio, si al bavaglino per il …premier
#10 da stefanossd
inviato il 23/7/2010

Wake up people! è l’ora di una ri-Evoluzione della coscienza! Ognuno di noi deve essere l’agente del cambiamento! Se non noi, chi? Se non ora, quando?
#11 da Laura
inviato il 23/7/2010

Noi non possiamo sccettare che questi signori che siedono in parlamento, eletti indirettamente da noi,( perchè non possiamo dare preferenze, che ci anche impedito di giudicare i loro errori ed intrecci tra affari e politica, questo mi sembra troppo.


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13
lug
Mineo fuori da Rainews? Masi, adesso basta!

Raccolta di firme dei cittadini in collaborazione con Articolo 21


9
lug
Il silenzio attivo di Valigia Blu

Il giorno dello sciopero posteremo tutto il giorno sulla legge bavaglio e sui fatti de l’Aquila. Il nostro modo di dire Legge Bavaglio MAI


tutti gli appuntamenti

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Massacro in Libia: l’appello de l’Unità per gli eritrei prigionieri

Il dramma dei 245 rifugiati eritrei e somali  trasferiti forzatamente dal centro di detenzione di Misurata al centro Sebha, nel sud della Libia, si sta ulteriormente aggravando.

Cresce l’indignazione dopo la denuncia dell’Unità.

SCARICA LA CARTOLINA

Tempi maturi

di Andrea Sarubbi

Dalla discussione sulla cittadinanza in poi, ho sempre rimproverato ad alcuni miei colleghi di Centrodestra di parlare per sentito dire: affermazioni magari impeccabili dal punto di vista dell’ingegneria costituzionale, ma tutta roba di seconda o terza mano, priva di contatto diretto con la realtà. Io credo invece che la politica non possa fare a meno delle fonti di prima mano: se vuoi riformare il codice della strada, per dire, non puoi ignorare il punto di vista degli autisti; così, se vuoi mettere mano all’immigrazione, devi almeno sapere che cosa ne pensino i diretti interessati.

E così, quando oggi ho ricevuto dal mio amico Issi l’appello bipartisan che trovate qui sotto, scritto a quattro mani da due nuovi italiani di origine albanese, mi sono dato da fare per diffonderlo: ho scritto ai miei amici giornalisti e li ho pregati di pubblicarlo nelle prossime ore, perché l’iniziativa abbia un certo risalto. A Minzolini no, non l’ho mandato.

L’immigrazione ormai è di fatto un fenomeno radicato e strutturale in Italia e di conseguenza le politiche su questa materia devono essere di lungo respiro e contribuire a costruire una società socialmente coesa e forte. Abbiamo assistito in questi anni a politiche non sempre all’altezza della complessità del fenomeno, che hanno contribuito a creare un quadro sociale che spesso vede contrapposti italiani e immigrati e altrettanto spesso anche gli immigrati tra di loro. Pensiamo che sia arrivato il momento di affrontare alcune questioni inerenti l’immigrazione regolare, che ad oggi conta oltre 4 milioni di persone nel nostro Paese, al di fuori di qualsiasi impostazione di tipo ideologico. Proprio per dimostrare che questo è possibile, oltre che doveroso, abbiamo deciso di sottoscrivere questa lettera, di comune accordo, anche se facciamo parte di due opposti schieramenti politici. Siamo convinti che i tempi siano maturi per poter rivedere le norme sulla cittadinanza italiana, soprattutto nei confronti dei figli e figlie di immigrati nati o cresciuti in Italia. Un giovane che nasce o cresce in questo Paese, studiando nelle sue scuole, i cui genitori soggiornano regolarmente in Italia da almeno 5 anni, e che si sente italiano a tutti gli effetti, perché non dovrebbe godere degli stessi diritti dei suoi coetanei con il passaporto italiano? Nessuno di noi vuole la cittadinanza facile, oppure imposta! Ma non possiamo non riconoscere che l’accesso alla cittadinanza è condizione necessaria e indispensabile per l’Italia per non estraniarsi questi suoi giovani, sui quali essa investe centinaia di milioni di euro in spese per istruzione e sanità. Riteniamo che chi vive e lavora regolarmente in questo Paese da 8 o 9 anni, pagando le dovute tasse e ottemperando tutti i doveri di un comune cittadino, possa poter aspirare a partecipare attivamente alla vita politico-amministrativa del Comune di residenza. In questo modo passeremmo dal vedere gli immigrati non come parte del problema, ma bensì come parte della sua soluzione. Citando Kennedy, pensiamo che sia arrivato il momento di chiedere ai migranti che cosa possono fare per l’Italia e smettere di domandarci per un attimo cosa l’Italia possa, debba o non debba fare per loro. Valorizzando gli immigrati regolari lungo-soggiornanti, responsabilizzandoli, dando loro diritti e doveri, si potrebbero contenere ed isolare gli esempi negativi, che pur esistono. Spesso sentiamo dibattiti sull’orientamento politico degli immigrati, e su un presunto radicale ed immediato spostamento degli equilibri elettorali, qualora gli immigrati regolari lungo-soggiornanti potessero partecipare alla vita amministrativa politica del proprio Comune. Tuttavia, studi recenti hanno confermato quello che già era noto a tutti coloro che come noi lavorano a stretto contatto con le comunità di immigrati, ovvero che gli orientamenti sono molto variegati e non riconducibili alle intere comunità. Molti voterebbero PDL, a tanti piace Berlusconi, alcuni sono orientati a sinistra, molti sono già iscritti alla Lega Nord, e si potrebbe proseguire riscontrando orientamenti che coprono tutto l’arco costituzionale delle forze politiche: nessuno ha da temere immediati spostamenti elettorali decisamente favorevoli in un senso o sfavorevoli in un altro. Pertanto, risulta essere una priorità per questa classe politica quella di impegnarsi seriamente per risolvere alcuni nodi cruciali della questione immigrazione, senza cadere in tentazioni populiste dalla propaganda facile, che portano consenso soltanto nell’immediato. Impegnarsi a risolvere le questioni legate all’immigrazione, guidati dal buon senso e anche dall’esempio di altri Paesi europei, significa consegnare alla storia un’Italia più forte, dinamica e in grado di affrontare le sfide che la società globale pone.

Klodiana Cuka – già candidata PDL alle elezioni regionali 2010 in Puglia
Ismail Ademi – Responsabile immigrazione PD Arezzo

Lo fate girare?

Emergency

Firmate questo appello

La carta dei cento per il libero Wi-fi

Dopo Wi-fight! si moltiplicano le iniziative contro la proroga del decreto Pisanu. E così, mentre il viceministro delle Comunicazioni ammette candidamente di non essere a conoscenza del problema del wi-fi nel nostro paese, domani l’Espresso dedicherà uno speciale sul tema (sperando che una copia al ministero arrivi) a supporto della proposta di legge bipartisan Cassinelli-Concia. All’articolo è associato un appello con cento firmatari:

Il 31 dicembre 2009 sono in scadenza alcune disposizioni del cosiddetto Decreto Pisanu (”Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”) che assoggettano la concessione dell’accesso a Internet nei pubblici esercizi a una serie di obblighi quali la richiesta di una speciale licenza al questore.

Lo stesso Decreto, inoltre, obbliga i gestori di tutti gli esercizi pubblici che offrono accesso a Internet all’identificazione degli utenti tramite documento d’identità .

Queste norme furono introdotte per decreto pochi giorni dopo gli attentati terroristici di Londra del luglio 2005, senza alcuna analisi d’impatto economico-sociale e senza discussione pubblica. Doveva essere provvisoria, ed è infatti già scaduta due volte (fine 2007 e fine 2008) ma è stata due volte prorogata.

Si tratta di norme che non hanno alcun corrispettivo in nessun Paese democratico; nemmeno il Patriot Act USA, approvato dopo l’11 settembre 2001, prevede l’identificazione di chi si connette a Internet da una postazione pubblica.

Tra gli effetti di queste norme, ce n’è uno in particolare: il freno alla diffusione di Internet via Wi-Fi, cioè senza fili. Gli oneri causati dall’obbligo di identificare i fruitori del servizio sono infatti un gigantesco disincentivo a creare reti wireless aperte.

Non a caso l’Italia ha 4,806 accessi WiFi mentre in Francia ce ne sono cinque volte di più.

Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a Internet.

Nel mondo la Rete si apre sempre di più, grazie alle tecnologie wireless e ai tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici: in Italia invece abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, contrarie alla sua immediatezza ed efficacia e onerose anche da un punto di vista economico.

Questa politica rappresenta una limitazione nei fatti al diritto dei cittadini all’accesso alla Rete e un ostacolo per la crescita civile, democratica, scientifica ed economica del nostro Paese.

Per questo, in vista della nuova scadenza del 31 dicembre, chiediamo al governo e al parlamento di non prorogare l’efficacia delle disposizioni del Decreto Pisanu in scadenza e di abrogare la previsione relativa all’obbligo di identificazione degli utenti contribuendo così a promuovere la diffusione della Rete senza fili per tutti.

FIRMATARI Continua a leggere

No alla vendita dei beni confiscati

Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell ‘impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E’ facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati.

Si rafforzi, piuttosto, l’azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S’introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un’Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti “cosa nostra”

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele

Firma l’appello: Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra

Appello anti-omofobia

Riceviamo per mail da Gabriele Zamparini questa segnalazione:

omofobia

Salite in prima linea Fuoco sugli uomini che fanno sesso con gli uomini dal di dietro Sparate ai gay e alle lesbiche, la mia grossa pistola fa bang Bang Bang! [come in un colpo di pistola] i gay e le lesbiche vanno ammazzati Ai sodomiti e i batty boy, io dico: a morte! Non mi fido di Babilonia nemmeno per un secondo Io vado a sparare ai gay e alle lesbiche con le armi (Sizzla)

Leggi il comunicato stampa: L´OMOFOBO SIZZLA IN CONCERTO AL SOTTOTETTO. LA COMUNITA´ LGBT LANCIA IL BOICOTTAGGIO: “QUEL CONCERTO VA FERMATO: COMUNE, ASSOCIAZIONI E CITTADINI CI SOSTENGANO”

Il cantante jamaicano Sizzla (Miguel Collins) e’ notorio per la violenza dei testi delle sue “canzoni”, veri e propri inviti ad assassinare gay e lesbiche. La notorieta’ di Sizzla (e di molti altri “artisti” simili) varca anche le porte delle cancellerie e dei ministeri degli interni di molti paesi europei e non solo; il governo del Regno Unito per esempio gia’ nel 2004 ha impedito a Sizzla di entrare nel paese.

In seguito alla campagna contro l’omofobia del movimento lgbt internazionale, nel 2007 Sizzla – insieme a Beenie Man e Capleton (altri due dei molti “artisti” che propagano odio, violenza e omofobia) – ha firmato una dichiarazione in cui rinuncia all’omofobia e alla violenza. Nonostante questa dichiarazione, Sizzla non solo continua a propagare odio e violenza, ma ha anche mentito ripetutamente, dicendo di non aver mai firmato alcuna dichiarazione.

Si fa sempre una grandissima confusione sulla liberta’ di espressione. In un articolo dell’ANSA di ieri per esempio si leggeva:

Resta il fatto che da parte di un movimento che rivendica sovente il “diritto di esprimersi” appare un po’ stonata la richiesta di una sorta di “censura preventiva” sull’esibizione di un artista. Probabilmente ciò di cui c’è biosogno è semmai una maggiore “critica preventiva”, sotto forma di informazione chiara sullo stesso artista e sui contenuti della sue canzoni. A quel punto sarà il pubblico a decidere quanto e come prendere le distanze. Ed in ogni caso ciascuno potrà “filtrare” adeguatamente musica e parole, con i propri parametri etici e politici.

Ci piacerebbe conoscere il nome di questo maestro di liberalismo, ma l’autore non si firma; l’ANSA si assume quindi la responsabilita’ di queste idiozie. Perche’ idiozie sono, e pericolose! Avremmo letto sull’ANSA queste stesse idiozie se si fosse trattato di un “artista” antisemita in procinto di esibirsi in un concerto con liriche che invitano ad assassinare gli ebrei? Non abbiamo gia’ fin troppi omofobi in Italia, per consentirci il lusso di importarli da altri paesi e difendere il loro odio e la loro violenza adducendo la liberta’ d’espressione? Non ci basta di leggere sulla stampa, ormai quotidianamente, di attentati terroristici omofobi contro cittadini lgbt? Se i maître à penser del liberalismo all’amatriciana hanno voglia di ascoltare incitamenti all’odio e alla violenza in lingua straniera e con sottofondo musicale, prendano l’aereo; la Jamaica non e’ poi cosi’ lontana e ci dicono l’ANSA sia molto generosa con i viaggi “di lavoro”. Magari in quei viaggi, quei maître à penser potrebbero anche intervistare le vittime, i sopravvissuti e i parenti degli ammazzati dall’odio omofobo cantato in quei deliri che si cerca ancora di difendere, cosi’ vergognosamente.

Quanto a noi gente comune, che ancora cerchiamo di vivere senza infangare l’intelletto – per dirla con Orwell – diamoci da fare; ricordiamoci di quello che diceva Albert Einstein: “Il mondo è un posto pericoloso non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza dire nulla”. Questo blog invitia tutti i cittadini, di qualsiasi opinione politica, orientamento sessuale, etnia, colore, religione e nazionalita’, a scrivere al Ministro dell’Interno, Roberto Maroni affiche’ si adoperi per impedire lo svolgimento del concerto omofobo di Sizzla. Basta con l’odio! Basta con la violenza!

Qui sotto gli indirizzi e-mail e i numeri di telefono per contattare il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Invitiamo tutti a comunicare le proprie ragioni garbatamente, mantenendo un tono non aggressivo. Se volete, potete spedirci in Cc le vostre email, che pubblicheremo su questo blog.  Grazie.

Scrivi al Ministro dell’Interno, On. Roberto Maroni:

maroni_r@camera.it

Scrivi e/o telefona alla Segreteria del Ministro:

Capo Segreteria Dr. Giacomo Ciriello:

caposegreteria.ministro@interno.it

Tel. + 39 06.46533550
Fax + 39 06.46549832

Corrotti corruttori

Ricordate il processo Mills, quello da cui Berlusconi riuscì a uscire grazie al lodo Alfano, adesso bocciato costituzionalmente? Beh, siamo arrivati alla sentenza d’Appello.