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Il passato che non passa

Il mondo lo si cambia, lentamente, solo lavorando duro: non overnight. E cercando d’essere onesti, di trovare le ragioni che uniscono gli esseri umani, e ricordandosi ogni santo giorno che siamo tutti destinati a finire nello stesso posto.

Sono 65 anni che in questo paese non si fa altro che rimestare nel passato, contrapporsi politicamente su barricate ideologiche per difendere partiti ed idee politiche che non ci sono più, e che non torneranno. Milioni di individui vivono, lottano, parlano, sparlano, pontificano, insultano (e qualche volta passano a vie di fatto) e non si accorgono d’essere come gli ultimi giapponesi sperduti nella giungla a combattere una guerra finita da decenni.

Sarebbe troppo chiedere di voltare pagina, di smettere di battersi per affermare un -ismo contro l’altro, e di dedicarsi a costruire o a ricostruire il Paese, invece di perdere tempo, soldi, pazienza ed energie dietro all’archeologia politica? Ci sono così tante cose belle ed interessanti da fare, nella vita! Innumerevoli sono i mestieri e le professioni magnifici/che, gratificanti, onorevoli e preziosi/e, che permettono a chi li/e esercita di lasciare un mondo un pochino migliore di quello che si è trovato alla nascita.

Sprecare la vita per la politica, per questo tipo di politica, che usa questi metodi, e il linguaggio da caserma cui ormai siamo tutti assuefatti, è davvero una suprema idiozia.

Mario Giardini

Saltare sul carro davanti ai buoi (cambiare i proverbi)

da Ciwati

Il nostro segretario fa largo uso di proverbi e espressioni idiomatiche. Tipo: «cerino in mano», «carro davanti ai buoi», «pettinare le bambole», «qui casca l’asino». Per il bene della «ditta» (appunto), propongo coram populo che si intervenga sui proverbi per trasformarli in senso progressista. Alcuni esempi:

«Tanto va la banda larga…», per l’innovazione tecnologica.

«Non sono i migliori quelli che se ne vanno», contro la fuga dei cervelli.

«Una volta qui sarà tutta campagna», contro il consumo di suolo.

«Qui casca il porcellum», per la riforma della legge elettorale.

Provateci anche voi. Un’ultima precisazione: il carro, di questi tempi, va messo davanti ai buoi, perché senza un messaggio di qualche significato, temo che sul carro non salterà nessuno. Per dire.

Teoria e pratica del cambiamento

dal blog di Luca De Biase

La pratica del cambiamento è un’esperienza comune, specialmente in un periodo come il nostro. La teoria del cambiamento è questione molto più esoterica.

In generale le teorie del cambiamento sono passivamente orientate a interpretare i mutamenti storici avvenuti. E solo in qualche caso ne traggono indicazioni previsive o normative. La regola è contenuta nella famosa definizione della scienza economica proposta a suo tempo dall’Economist: “L’economia è la scienza che studia perché le sue previsioni non si sono avverate”.

Le teorie dei generatori di cambiamento tendono a qualificarsi attualmente come pensieri che accompagnano la pratica del cambiamento in modo da – teoricamente – indirizzarlo:
1. Stabilire una visione, uno strumento preciso per realizzarla, scegliere un obiettivo misurabile, formulare un programma a tappe
2. Nello scegliere una visione occorre avere qualcosa su cui scommettere con decisione. Spesso questo viene dall’identificazione di un cambiamento esponenziale colto all’inizio. E provoca la convinzione che si possa innescare un elemento incentivante che attivi o rimuova i freni a un cambiamento esponenziale dal quale trarre vantaggio.
3. In generale, nelle reti, vale la regola secondo la quale più persone sono coinvolte e più sono elevate le probabilità che il progetto funzioni. E’ dunque l’epoca del cambiamento collaborativo, nel quale i vantaggi e il lavoro sono condivisi.

L’era dell’Obama Bianco

Il gioco dell’Obama Bianco piace tanto ai giornalisti di Repubblica, un po’ meno alla direttrice dell’Unità. Dopo la delusione Serracchiani, qui da noi nel circolo si discute di Vendola senza entusiasmi eccessivi ma senza censure (non siamo mica il PdL). In fondo non c’è bisogno di cercare leader altrove, la gente lo sa:

Esistono due Pd. Più precisamente, i ‘due’ convivono. Quello che sta sulla difensiva e che sembra perennemente incerto e quello che spera nel cambiamento. Quello che si è impigrito in tanti, troppi anni di politique politicienne e quello che ancora vuole scommettere su se stesso e sulle cose da fare. Quello che continua a parlare di sé e quello che vorrebbe ospitare tutto il dibattito della parte progressista del Paese. Quello che si chiede dove è stato, in tutti questi anni, e quello che vorrebbe capire dove stare, nei prossimi.

Se il PD del cambiamento avrà il sopravvento, il leader arriverà di conseguenza (si spera).

Wired Italy

Se davvero vogliamo cambiare questo Paese dobbiamo fare un patto. Non fra di noi, fra quelli che pensano di sapere tutto e certo già sanno molto. Ma con gli altri. Perchè da soli non ce la faremo mai. Loro sono di più E i numeri contano. Se la banda larga vale meno del ponte di Messina, se le scuole invece dei computer per gli studenti hanno delle inutili lavagne multimediali spente nei corridoi, se gli incentivi per le cappe aspiranti battono quelli per Internet, è perchè i numeri contano. E quelli che chiedono di portare il Paese nel futuro sono pochi. Hanno mille volte ragione, magari possono sentirsi re per una notte quando si uniscono in diretta sul web, ma non sono abbastanza per cambiare le cose. Gli altri sono quelli che restano sgomenti davanti ai libretti di istruzioni del telefonino e temono che uno smartphone sia ancora più complicato; quelli che hanno comprato il computer solo per mandare la mail; quelli che si sono fatti convincere dalla grancassa che Internet è un posto pericoloso e malfrequentato. Quelli che a volte sfottiamo. Sbagliando. Una volta un parlamentare mi disse: “E’ vero, non so cos’è Creative Commons, ma la prego non mi prenda in giro, me lo racconti”. Aveva ragione lui. Se vuoi imparare, non è una colpa non sapere. Per questo se vogliamo davvero salvare questo paese dal declino quel patto dobbiamo farlo subito. La nuova tecnologia ci offre un’occasione unica: in questi mesi ho visto bambini di quattro anni usare l’iPhone senza che nessuno spiegasse loro nulla e sono sicuro che presto vedrò i loro nonni giocare felici con l’iPad. Attratti dalla facilità dei nuovi oggetti, milioni di persone si stanno avvicinando alla cultura digitale, e sta a noi far apprezzare loro i valori della rete: la passione per l’innovazione, la meritocrazia, la trasparenza. Il piacere dellla collaborazione. Tanti anni fa in Silicon Valley inventarono la figura dell’evangelist tecnologico: uno che andava a raccontare perché la tecnologia ci avrebbe migliorato la vita. Oggi tocca a noi. Non sarà un processo facile né breve, ma dobbiamo farlo. Con lo stesso impegno che serve a scrivere righe e righe di codice, con il rigore che mettiamo per un business plan. Con l’entusiasmo di una start up. Una start up chiamata Italia.

Riccardo Luna su Wired di Maggio

EntiTrasparENTI

Cara Democratica, Caro Democratico,

scorre molta voglia di cambiamento nelle vene del nostro partito, a tratti originale, a tratti pretestuosa; alcuni si inventano innovatori e “ricambisti” senza averne i requisiti minimi, altri ci provano sul serio. Sicuri di interpretare una diffusa, reale e sincera volontà di cambiare passo, proponiamo a te, al segretario provinciale e a tutto il partito di iniziare sin da subito realizzando un’azione concreta che possa effettivamente, veramente, dimostrare alla collettività che il Partito Democratico di Verona intende avviare una profonda fase di cambiamento.

A brevissimo, il partito sarà chiamato a rinnovare i suoi rappresentanti nei consigli di amministrazione di alcuni importanti enti partecipati. E’ noto, ed è una piaga su cui il Partito Democratico tutto dovrebbe assumere una posizione netta, che questo strumento è utilizzato dalla maggior parte delle forze politiche per radicare relazioni clientelari, che nulla hanno di sano e che sono ben distanti dagli interessi generali della collettività e dalla missione per cui quegli enti sono in essere. Riteniamo indispensabile affiancare ai discorsi sulla meritocrazia e al rifiuto dei manuali cencelli una pratica concreta ed effettiva fin dalle prossime scelte rendendo chiaro a tutti che le persone designate dal nostro partito sono state individuate in base alla loro competenza.

Siamo sicuri che anche tu vorrai personalmente impegnarti per evitare che l’appuntamento di oggi si trasformi per il Partito Democratico in un grande mercato dove le nomine si trasformino in moneta di scambio per addomesticare le sorti del congresso provinciale alle porte.

Pertanto avanziamo 4 proposte che siamo convinti tu, e chi come te dice di condividere la necessità di innovare, possa sottoscrivere:

  1. Immediata istituzione da parte del segretario provinciale di una commissione tecnica, a tempo determinato, sopra le parti e composta da un numero limitato di persone con le competenze necessarie, che provveda a raccogliere in due settimane le candidature di tutti coloro che ritengono avere i meriti e le competenze adeguate.

    Incaricare a tale commissione di (A) effettuare le necessarie valutazioni guidate dall’obiettivo primario di garantire un livello di competenza elevato ed adeguato alle nomine in discussione; (B) formulare una rosa di candidati da proporre al segretario provinciale che, accompagnandola alle proprie considerazioni, la sottoporrà per approvazione alla direzione provinciale appositamente convocata.

  2. Introduzione della logica attraverso la quale coloro che accettano un incarico a nomina siano interdetti per 360 giorni dallo scadere della stessa dal candidarsi a cariche
    pubbliche
    elettive. E’ necessario limitare la cattiva pratica di approfittare della propria posizione di vantaggio per elargire finanziamenti o favori atti alla costruzione di consenso individuale o di fazione.
  3. Assoluto impegno affinché tutto il processo sia reso pubblico e il più limpido possibile anche delineando per il futuro un codice di autoregolamentazione e costruendo una proposta per un quadro normativo ponendosi con ciò all’avanguardia in Veneto e in Italia.
  4. Richiesta alle persone individuate di rispondere e rendicontare puntualmente del loro lavoro, a testimonianza concreta di responsabilità e di politica come servizio per il bene
    comune.

Francesco MAGAGNINO, Maurizio CARBOGNIN, Michele FIORILLO, Carmelo FURNARI, Chiara CHIAPPA, Damiano FERMO, Antonino LEONE


Tutti coloro che si sentono di sottoscrivere queste proposte lo possono fare
(A) alla pagina http://tinyurl.com/EntiTrasparENTI (B) con sms 3381991486 o mail EntiTrasparENTI@gmail.com indicando nome, cognome ed email

C’è sempre una scusa per non cambiare le cose

1 – Se è giovane, non va bene perchè è troppo giovane;
2 – Se non è così giovane, non è davvero giovane;
3 – Se sta al suo posto, dovrebbe osare di più;
4 – Se osa di più, dimostra immaturità e impazienza;
5 – Se è parente di, “è parente di”;
6 – Se non è parente di, “ma chi è”;
7 – Se si esprime con proprietà tecnica, parla come i vecchi;
8 – Se usa un linguaggio meno ingessato, “ma come parla”;
9 – Se arriva dalla società, deve fare esperienza nel partito;
10 – Se arriva dal partito, è raccomandato.

Paolo Cosseddu

Change

Barack Obama ha nominato la transessuale Amanda Simpson consigliera del Dipartimento del Commercio.

Benché ‘l parlar sia indarno

di Pippo Civati

Che poi se uno ci pensa, siamo passati dall’autocritica all’autoassoluzione. Che negli ultimi vent’anni, la sinistra – nelle sue varie edizioni – ha perso quasi sempre (1994, 2001, 2008), vinto (1996) e pareggiato (2006) soltanto in una occasione. Che dopo la svolta della Bolognina, è nata la Cosa, poi abbiamo fatto l’Ulivo e presentato Prodi, poi abbiamo fatto la Cosa 2 e abbiamo mezzo smontato l’Ulivo, facendo cadere Prodi, poi abbiamo ri-fatto l’Ulivo (ma solo alla Camera, perché al Senato andavano bene i vecchi simboli), abbiamo quindi ri-presentato Prodi, poi l’abbiamo fatto ri-cadere. Nel frattempo, e in una paradossale ma evidentissima contraddizione proprio con il governo Prodi (che sarebbe di lì a poco esplosa), abbiamo fatto il Pd. Vent’anni di dibattito, di corsi e ricorsi, di andate e ritorni, di folgoranti fughe in avanti (poche) e mesti passi indietro (moltissimi). Nel frattempo il Paese si specchiava nel ritratto allucinato del nostro Dorian B, senza rendersi conto che stava terribilmente invecchiando (il Paese, non Dorian B). Ieri a Repubblica Tv, ci si chiedeva se non avessimo fatto troppo in fretta il Pd (giuro), ci si dichiarava contenti di noi stessi (giuro bis), si parlava di rivoluzione copernicana (Bellarmino, però, se la ride). La verità è che abbiamo perso. E dal punto di vista culturale ancora di più. E che il gruppo dirigente è cambiato pochissimo, nelle persone, nelle parole, nei riti. Mentre discutevamo di noi (altro che Copernico), il mondo intorno cambiava in modo vertiginoso. E noi non ce ne siamo accorti granché, tutti presi da appassionanti discussioni: tipo quella sul partito leggero. Oggi si chiamerebbe liquido. Già.

Senza fine

Il Congresso del Pd non finirà mai. Mancano altre tre settimane alla fine, e inizio a non reggere più alcuni argomenti. I più gettonati, sotto forma di ‘comandamento’: «Non litigare», detto da quelli che hanno sempre litigato, negli ultimi vent’anni. «Sostenere lealmente il prossimo segretario», ripetuto da quelli che non hanno sostenuto il precedente, che pure avevano votato nel 75% dei casi. «Fare in modo che il Pd sia così e così», detto da quelli che il Pd nemmeno lo volevano. «Ricambio!», rilanciato da quelli che non cambiano mai, e diventano solo un po’ più cinici, ogni anno, ogni legislatura che passa. «Parlare al Paese», come sostengono quelli che parlano in politichese arcaico. Possiamo evitare simili argomenti almeno fino al 25 ottobre? Grazie.

(Pippo Civati)