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Oltre Gomorra

GOMORRA di Roberto Saviano è stato un fondamentale punto di partenza, ma l’obiettivo assolutamente autonomo è diventare gruppo, confrontarci, condividere opinioni, scrivere, proporre argomenti di discussione e tutto quanto possa occorrere per incamminarci andando … oltre.

OLTREGOMORRA nasce dalla voglia di andare OLTRE, far si che “i germogli possano diventare radici profonde”. Uno spazio in continua evoluzione, con l’obiettivo di offrire al lettore una visione delle mafie differente da quella proposta dai tradizionali mezzi di comunicazione.

Il resto qui

Memento Moro

Il sindaco Vassallo è stato ucciso e, mentre ci si chiede il perché, Concita De Gregorio ci ricorda che siamo tutti sotto tiro.

Non per dividere

Mi ha molto spaventato essere confuso con quello che racconto; perché questo significa confondere me con quel che scrivo, ed è un modo per nascondere, ignorare, occultare la realtà di Gomorra, dell’illegalità. Ma la legalità non è né di destra né di sinistra, non è ideologica. Ci sono persone per bene che votano a sinistra, e persone per bene che votano a destra. E naturalmente esiste anche il contrario. Io voglio parlare a tutti, non agli elettori di questo o di quello; non si tratta di dividere il Paese, ma di parlare a tutte le persone per bene

Roberto Saviano

Colpiti dalla camorra, abbandonati dallo Stato

da il Post

Nel 1992, Luigi e Giuseppina Orsino erano due imprenditori a cui le cose andavano particolarmente bene. Cinque negozi — due di mobili e tre d’abbigliamento —, una casa in via San Sebastiano a Napoli, una villa a Diamante, un loft a Roccaraso e una barca di dieci metri. Di lì a poco, però, la camorra si sarebbe interessata ai loro affari e tra estorsioni e minacce li avrebbe portati dove sono ora, sul lastrico, costretti a “vivere letteralmente di carità”. Dopo essere stati abbandonati dallo Stato in seguito alla loro denuncia del racket, i due coniugi hanno deciso di scrivere una lettera ai giornali, minacciando di far esplodere la propria casa in caso un ufficiale giudiziario venga a chiederne lo sfratto.

Camorrista è meglio di culattone

Saviano e il caso Cosentino-Caldoro: un linguaggio che mette i brividi

da Barbablog

La ricostruzione di Roberto Saviano uscita sabato 17 luglio su Repubblica a proposito del dossier di Cosentino contro Caldoro è una bomba. Se non l’avete letta correte a farlo, la trovate in Rete, ma preparatevi: vi verrà la nausea. È nauseante quello che si legge dei colloqui tra Nicola Cosentino, coordinatore del Popolo della libertà in Campania, e Arcangelo Marino, un ex assessore socialista incaricato di preparare un falso dossier sull’allora candidato alle elezioni regionali Stefano Caldoro. Gli era piaciuto il caso Marrazzo, a Cosentino e ai suoi, e avevano deciso che quella sceneggiatura poteva funzionare per togliersi dai piedi un rivale. Cosentino, già accusato di connivenze con la camorra, voleva diventare presidente della Regione Campania a ogni costo: il suo gruppo, cosca, cricca, scegliete il termine voi, pensò che per delegittimare Caldoro, scelto dal Pdl per sostituirlo, non ci fosse niente di meglio che dare qualche imbeccata ai giornali per costruire il caso «Caldoro e il transessuale».
Non so che cosa faccia stare peggio in questa storia: vedere come certi politici trovino normale pensare di usare l’informazione per screditare gli avversari o l’idea – dalle intercettazioni sembra largamente condivisa – che frocio sia peggio che camorrista. Anzi, culattone: apprendiamo infatti dalla ricostruzione di Saviano che i gay ricchi, in quell’ambiente, vengono definiti «culattoni», e quelli poveri «ricchioni». Cosentino e il suo gruppo pensano, probabilmente a ragione, che il sospetto di essere gay pesi più che essere indagati per camorra. Mette i brividi il linguaggio che esce dalle intercettazioni e dal dossier: i giornalisti sono «guaglioni ’e barbiere», «garzoni del barbiere» che lavorano per la cricca, i testimoni sono chiamati «cantatori». È un linguaggio che racconta una mentalità profondamente corrotta, arrogante, che ha in spregio assoluto le leggi, lo Stato, le regole della democrazia e della civiltà.
Altro che Gomorra: è stato fin troppo prudente Saviano in Gomorra. Qui esce che la realtà è ancora peggio di come sospettiamo. E soprattutto che poggia e conta sulla mentalità più bieca e arretrata per perpetrare i propri affari: un mondo vecchio, corrotto e maschio. Neanche una donna compare in questa melma. Intanto, in Versilia, un bagnino cacciava due gay che si baciavano in spiaggia, perché non tutte le mamme sono «madri snaturate che accettano di far vedere queste cose ai loro bambini».
Mentre noi navighiamo in quest’arretratezza e in questo fango, la settimana scorsa persino l’Argentina legalizzava il matrimonio tra omosessuali.

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Intrecci fra criminalità e politica. Cesari, esiliati, veggenti, ingrati. Giornalisti complici e strategie assenti. Refusi, calzini bucati, voltagabbana di destra e di sinistra.

Alla fine Cosentino si è dimesso: chi sarà il prossimo?

A qualunque costo

Siamo abituati a pensare che le forze dell’ordine mettano sotto scorta solo determinate categorie di persone: magistrati, giudici, politici. Uomini d’affari, grandi imprenditori. Giornalisti, scrittori. Magari anche qualche piccolo imprenditore: di quelli che qualcuno definisce “pentiti” e che spesso sono semplicemente persone esasperate dalle angherie della criminalità organizzata, che a un certo punto non ce la fanno più e smettono di pagare il pizzo.

Il Corriere del Mezzogiorno di ieri raccontava una storia che non rientra in nessuna di queste definizioni o cliché. Enzo Amoroso è un imprenditore di San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli: è l’unico imprenditore di pompe funebri in Italia a cui sia stata assegnata una scorta 24 ore al giorno. E non è un cosiddetto “pentito”: è uno che ha rotto le scatole alla camorra da subito, diciamo.

Da un anno quattro carabinieri si alternano a coppie per garantire la sua sicurezza. Lo aspettano sotto casa, lo accompagnano in ufficio, assistono all’arrivo nell’azienda di San Giorgio a Cremano (pompe funebri «Amen») di parenti afflitti che chiedono la sepoltura di un loro caro. Con discrezione e grande professionalità seguono, insieme all’impresario, il corteo funebre. Esequie con la scorta, perché ad essere in pericolo di vita è il «becchino».

La colpa di Enzo Amoroso è avere raccontato ai magistrati della direzione distrettuale antimafia i dettagli del racket delle pompe funebri in Campania. Funziona così, in pratica: le ditte di pompe funebri vicine alla camorra si spartiscono il territorio e gli ospedali. Quando una persona muore in ospedale, gli infermieri indirizzano subito la famiglia verso una ditta ben precisa. Se il corteo funebre attraversa più paesi, si cambia ditta e carro funebre al casello.

«C’è corruzione a tutti i livelli. Le imprese pretendono l’esclusiva dei funerali che si svolgono nel loro Comune. Una volta dovevo trasportare una salma dal Cardarelli al cimitero di un paese vesuviano. La prassi prevedeva che avrei dovuto fermarmi in autostrada, attendere l’arrivo del carro funebre dell’impresa del paese e consegnare il feretro a loro. Sulle piazzole dell’autostrada la bara viene trasportata da un carro all’altro, senza alcun rispetto. Ovviamente la famiglia del morto paga il doppio, due imprese, due funerali. Io però ho denunciato tutto». Cos’altro accade? «Ci sono imprenditori che giocano sull’equivoco e impongono tariffe e balzelli assurdi. Ad esempio, un feretro viene trasportato da Torre del Greco a San Giorgio. Si fanno pagare una tassa per ogni comune attraversato dal carro funebre: Torre, Ercolano, Portici e San Giorgio. Così i costi lievitano. La legge invece parla chiaro: si pagano i diritti al Comune dove è avvenuto il decesso e a quello in cui si seppellisce il morto». E negli ospedali quando muore qualcuno… «Il sistema è collaudato. C’è il medico o l’infermiere che chiamano i familiari e consigliano la ditta. Persino i portantini di ambulanze girano con i bigliettini in tasca delle ditte da proporre. Chiedetevi perché nelle sale mortuarie degli ospedali trovate sempre le stesse imprese. Un cadavere segnalato alla ditta giusta vale 50 euro. Provate a fare un po’ di conti. È il sistema, chi sgarra ci rimette la vita. Ma tanto nessuno si ribella».

La collaborazione di Enzo Amoroso con le forze dell’ordine è stata determinante nei tentativi dello stato di ostacolare la camorra e le sue attività: i suoi minuziosi racconti, i nomi e i cognomi, i dettagli che ha raccontato hanno fatto arrestare trenta persone e hanno dato vita a due grandi processi.

Amoroso ha disvelato i collegamenti tra imprese e clan da Pomigliano a Casalnuovo, da Marano a Quarto, da Ercolano a Castellammare. E non si è fermato neppure davanti ai casalesi. Un anno fa osò organizzare il funerale di una donna che era morta in una clinica di Castelvolturno. Quelli di Casale non gradirono l’intrusione: «Lascia sta’, sei venuto a prenderti i nostri morti e i nostri soldi». Nemmeno allora ha rinunciato a lavorare. «Il funerale — racconta — l’abbiamo fatto scortati dai carabinieri del colonnello Burgio». I casalesi da allora gliel’hanno giurata. C’è un’intercettazione da brivido tra due esponenti del clan di Terra di lavoro: «A quello di San Giorgio ci dobbiamo pensare… subito…». Così il comitato per l’ordine e la sicurezza ha deciso che il testimone Enzo Amoroso andava protetto.

E quindi Enzo Amoroso è finito sotto scorta, e nonostante questo per due volte è sfuggito ai tentativi della camorra di farlo fuori. Si divide tra la sua impresa e le aule di tribunale, dove viene convocato con grande frequenza per rendere testimonianze e raccontare quello che sa.

«Giovedì scorso ho reso l’ultima testimonianza al tribunale di Nola in un processo a esponenti dei Foria di Pomigliano d’Arco. Cinque ore di controesame, mi hanno interrogato sette difensori di imputati. Hanno cercato di mettermi in difficoltà, fanno il loro lavoro. Io però non rinuncio al mio. E a guardare negli occhi mia moglie e i miei figli, a qualunque costo».

Senza rancore

Arrestato il figlio di “Sandokan”, Saviano gli scrive.

Contro Saviano rossi e rossoneri

Qualcuno aveva tentato, argomentando, di spiegare a Emilio Fede che Saviano non è comunista. Forse riuscirà a capirlo adesso, quando ad alimentare le polemiche si sono aggiunte le edizioni de Il Manifesto, pubblicando un j’accuse contro gli Eroi di carta ad opera di Alessandro Del Lago. Intanto l’autore di Gomorra ha dovuto però subire (per quanto questi abbia poi ritrattato) l’attacco di un altro dipendente del Presidente del Consiglio, che deve aver frainteso il proprio ruolo “offensivo”.

La terra dei cachi

riflessione notturna di Gianni Biondillo

In questi giorni di furibonde discussioni sulla legittimità o meno di credere che il senso di appartenenza ad uno schieramento politico-culturale sia obbligo morale o farragine del secolo scorso, in questo paese dove l’inciucio pare regnare supremo, dove “destra o sinistra sono tutti della stessa pasta”, del “Italia sì Italia no, se famo du spaghi”, del “volemose bbene”, de “la cultura non ha colore”, etc. etc., fortunatamente ci pensa la politica locale, quella di un consiglio comunale della grande metropoli padana, a rammentarmi, laddove l’avessi dimenticato, da che parte stare.
A Pieve Emanuele, periferia sud di Milano, l’alata discussione consiliare viaggia su livelli iperuranei. Per fare un esempio: a detta del capogruppo di Alleanza nazionale -PDL, “Saviano e Cavalli fanno business a spese nostre, visto che la scorta è pagata dai contribuenti”, anche per questo è giusto negare loro la cittadinanza onoraria.
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