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Iran: giovane blogger in sciopero della fame nel carcere di Evin

da Giornalettismo

Hossein Ronaqi ha iniziato a non nutrirsi in segno di protesta alle pressioni e alle torture subite in cella di isolamento nel supercarcere di Teheran.

Lo riferisce oggi il sito riformista Kaleme. Ronaqi si trova recluso in cella di isolamento dallo scorso dicembre e, secondo quanto avrebbe raccontato alla propria famiglia, sarebbe stato sottoposto a continue pressioni e torture da parte dei responsabili del carcere affinchè partecipi a un’intervista televisiva dove il blogger dovrebbe dichiarare il falso sulle proprie attività politiche e sul suo coinvolgimento in movimenti antigovernativi. La madre di Ronaqi, che sta cercando di ottenere il permesso di vederlo in carcere, ha detto: “Sono riuscita ad avere una conversazione telefonica con mio figlio che mi ha spiegato di essere stato sottoposto a diverse pressioni per rilasciare un’intervista televisiva. Sono molto preoccupata per la sua salute fisica e mentale. Hossein ha iniziato lo sciopero della fame perché non riesce a comprendere perché si trova, dopo più di otto mesi, ancora in cella di isolamento e perché deve essere sottoposto a così tante pressioni in carcere”.

OLTRAGGIO ALLA REPUBBLICA ISLAMICA - Ronaqi, blogger e attivista per i diritti umani, era stato arrestato lo scorso dicembre per aver pubblicato sul proprio blog articoli considerati offensivi e oltraggiosi nei confronti della Repubblica islamica. Questi è anche accusato di aver svolto attività antigovernative.

Les Miserables

Centri d’identidicazione ed espulsione, carceri (per chi sopravvive) o ospedali psichiatrici giudiziari, la situazione è ugualmente disastrosa. La pena di morte ancora ci manca, ma troviamo il modo di aggirare il problema.

Catch 22

Khadim, un senegalese 41enne, era a Fiumicino per tornare al suo paese. Dopo 8 anni non era ancora riuscito a ottenere il permesso di soggiorno ed era costretto al lavoro nero per sopravvivere. Aveva così preso la decisione di rimpatriare e, comprato il biglietto di tasca sua, si apprestava a farlo.

Ma non aveva fatto i conti con la legge italiana. Arrestato in aeroporto per il suo esser clandestino, è stato rinchiuso in carcere, dove passerà sette mesi in attesa del procedimento di espulsione.

Insomma, i contribuenti pagherano il costo della reclusione e un nuovo biglietto per una persona che stava già volontariamente espatriando, e questi passerà sette mesi della sua vita in galera pur non avendo commesso alcun reato.

Viene da chiedersi chi ci guadagna da una tale assurdità, ma la rispostà è semplice, e squisitamente elettorale.

La roulette russa delle carceri italiane

E con questo fanno settanta soltanto nel 2009, cioè più o meno uno ogni cinque giorni.

E’ una strage in piena regola che si consuma nell’indifferenza generale: come se il fatto che qualcuno abbia compiuto un reato, e quindi si sia meritato giustamente la galera, autorizzi a pensare che delle sue condizioni di vita ci si possa allegramente disinteressare, anche se sono così disumane da indurlo ad ammazzarsi.

Il che equivale a dire che in Italia c’è la pena di morte, in una forma ancora più grave (se possibile) di quanto avviene nei paesi in cui essa è formalmente in vigore, perché non viene comminata da un giudice sulla scorta della gravità del reato compiuto, ma tocca in sorte ai singoli individui a seconda della loro capacità di sopportare il degrado in cui sono costretti a vivere, a prescindere dal crimine di cui si sono macchiati.

In simili condizioni uno stato depressivo, un momento di debolezza, perfino un attimo di scoramento possono risultare fatali: una vera e propria roulette russa, che il boia rimane a guardare pasciuto e indifferente, limitandosi ad un’indolente conta dei caduti.

Senza nemmeno l’incombenza di affilare l’ascia.

(da Metilparaben)

Una cella in piazza

Oggi, a Napoli, Giornata per la Legalità della Pena.

Dalle ore 10, in Piazza dei Martiri: “DETENUTO PER UN MINUTO”, iniziativa che tende ad avvicinare l’opinione pubblica alle problematiche relative alla detenzione.

Una cella virtuale collocata in piazza, per sensibilizzare i cittadini sulla realtà carceraria. Verrà offerto un reale percorso detentivo, dall’ingresso in istituto alla cella, con personale della Polizia Penitenziaria, messo a disposizione dal Provveditorato della Campania dell’Amministrazione Penitenziaria. Verrà distribuito, a cura delle istituzioni e delle associazioni che interverranno alla manifestazione, materiale sulle attuali condizioni di vita all’interno del carcere.

Semplicemente agghiacciante

La tragica commedia del ministro Alfano

Il Guardasigilli, Angelino Alfano, alla Camera, mercoledì scorso, ha già fornito la versione del governo. “La visita al Regina Coeli – ha riferito Alfano – ha evidenziato la presenza di ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione e arti inferiori”. “Il medico del carcere – ha aggiunto il ministro – ha poi dato atto nel referto di quanto riferito dal detenuto: Stefano Cucchi ha detto di una caduta accidentale dalle scale“. [Fonte: La Repubblica]

Intanto, nel paese

A Bergamo il nome di Peppino Impastato continua a far discutere. Dopo la decisione del sindaco leghista di Ponteranica di togliere l’intitolazione della biblioteca al giovane siciliano ucciso dalla mafia, che ha suscitato proteste in tutta Italia, stavolta è stato il Comune di Bergamo a negargli l’intitolazione di una via. (Repubblica)

Morte sospetta in carcere. Dieci giorni fa Stefano Cucchi viene arrestato per possesso di un piccolo quantitativo di droga, entra nel carcere romano di Regina Coeli per non uscirne più: il corpo del 31enne è coperto di lividi, ha il volto tumefatto, i genitori sono sconvolti, non hanno avuto neppure la possibilità di vederlo nei giorni dell’agonia, quando era ricoverato nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini. (CNRMedia)

Cuffaro denuncia in massa i commentatori di un video di YouTube con uno spezzone di un vecchio Maurizio Costanzo Show in cui il senatore UDC, allora giovane democristiano, aggrediva verbalmente e accusava pesantemente Giovanni Falcone, poco tempo prima della sua morte. Il caso è finito su Boing Boing, uno dei blog più letti del pianeta, anche in virtù del fatto che l’IdV ha deciso di difendere gli accusati con una sorta di class action.

Neanche un secondino

Possibile che nei cinquanta giorni in cui una persona smette di mangiare, perde 21 chili, non si regge in piedi, inizia a vomitare acidi, non riesce nemmeno a tenere in mano una penna, eccetera, possibile che non passasse da lì nessun paladino dell’idratazione e dell’alimentazione forzata, nessun Quagliariello e nessun Letta, nessun cardinale e nessun vescovo?

Così Francesco Costa a proposito della morte di Mbarka Sami Ben Garci, che con lo sciopero della fame protestava in carcere rivendicando la propria innocenza.

La certezza della pena

Nella frenesia del “cattivismo” oggi divenuto il mantra della correttezza politica e degli schiamazzi per la “certezza della pena”, lo stato americano che per primo volle applicare la massima severità negli anni ‘70, togliendo ai giudici il potere discrezionale e alle carceri le possibilità di libertà condizionale o di riduzione delle pene per buona condotta – la California – scopre con orrore che non soltanto non ha risolto nulla, ma ha aggravato il problema della sicurezza pubblica. Per almeno quattro ragioni: 1) Ha tolto alle autorità penitenziali lo strumento del bastone e della carota, essendo comunque tutti, i disciplinati come i violenti, in galera per il periodo stabilito; 2) Ha sgangherato i sempre cigolanti conti pubblici, imponendo la costruzione di sempre nuovi istituti di pena, per accogliere detenuti condannati per tre volte, addirittura all’ergastolo anche per reati quali furti di mazze da gof, pizze e videocassette, ma tre reati sono tre reati (certezza della pena); 3) Ha aumentato la recidiva incallendo detenuti per reati minori, quasi sempre legati a droghe leggere, che, costretti a lunghe detenzioni accanto a criminali duri e senza possibilità di condoni (orrore!) si sono laureati in criminalità. Oggi la recidiva in California sta al 60%, la proporzione più alta in tutti gli Stati Uniti. 4) Ha reso ancora più difficile la vita alle guardie carcerarie, costrette a lavorare in galere sovraffollate (148% dell’abitabilità) , perchè lo stato non riesce mai a stare al passo con la catena di montaggio dei nuovi condannati. Chi volesse approfondire, prima di vomitare le solite bordate da blog, potrebbe sciropparsi questo studio condotto dalla Law School della Università di Stanford, ma sono certo che sarà più facile sparare opinioni piuttosto che documentarsi e riflettere.

Vittorio Zucconi