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Speciale PD

Per chi non avesse ancora deciso, Repubblica dedica un bello speciale alle primarie del nostro partito.

Saper perdere

Un iscritto al nostro circolo, Federico D’Ambrosio, ha scritto un interessante articolo su Eggs of War

In questo Paese si ha paura. Paura di rischiare, paura di perdere.
E così si procede a mettere toppe su un vestito sempre più sgualcito, rovinandolo e rendendolo ancora più fragile.
Nessuno vuole perdere, gli sconfitti sono marchiati a vita. E così si cerca di non essere uno di loro, limitandosi alla sopravvivenza, controllando come tira il vento e nascondendosi.
Per vivere nel ventunesimo secolo, un’azienda deve avere flessibilità (o assume flessibile o non assume, evitiamo il modello superfisso) ed invece di aggiustare la flessibilità (la famosa proposta di VW e la flexsecurity) si preferisce vivere nel ventesimo secolo (sia a sinistra sia a destra): meglio avere sempre un lavoro, che sia sempre lo stesso per l’amore di Dio. Nascondiamo la testa sotto la sabbia e facciamo finta sia il 1970, piuttosto che accettare un po’ di rischio in cambio di un enorme beneficio al tessuto aziendale. Qualcuno potrebbe perdere.
La scuola non funziona: è sostanzialmente basata sulla buona volontà, non premiata, dell’insegnante che lavora più ore di quelle per cui è pagato (contando anche quelle extracurricolari) per compensare i colleghi che stanno in classe giusto il tempo necessario, dedicando al massimo un’altra ora alla settimana (fra quelle pagate) alla correzione dei compiti.
Ma la valutazione dell’insegnante (possiamo discutere del quando e del come) è un tabù, protetto dalla sinistra e temuto dalla destra, capace di gettare in piazza milioni di persone “in difesa della scuola”. Perché qualcuno, chi sfrutta e rovina l’onore del lavoro dell’insegnante, potrebbe essere punito. Qualcuno potrebbe perdere.
Giusto per fare due esempi.
Vogliamo parlare della politica? E’ un ottimo specchio della società.
Il csx sta discutendo se buttare all’aria la migliore intuizione di VW: costruire un Partito Democratico che idei, proponga e porti avanti delle idee. Si punta e si rischia. Se si vince, le si mettono in atto.
Ma gli strateghi vogliono il partito indietro: tornare a considerare gli “esponenti” e i partiti come scatole di voti, che si possono spostare e comprare, per vincere. Ovvero per superare l’asticella della maggioranza alla Camera e al Senato.
E quindi si può non rispondere alle domande del paese, si può non anticipare le domande del paese (vero compito della politica) e si possono stringere accordi incomprensibili per il fine della vittoria.
E una volta vinto, la missione è completata. Ed infatti si governa così così, con trozkisti, udcini e commissari basettoni.
Ma d’altronde come si può aumentare l’elettorato se non si possono cambiare i valori e le idee? Bisogna difendere quello zoccolo duro e gli iscritti e militanti.
Peccato che siano sempre più vecchi e le persone vecchie abbiano la brutta tendenza a morire e i morti la brutta tendenza a non votare. Giovani pochi.
WV ha provato a fare le due cose: rifiutare l’idea di doversi perdere in tatticisimi e di dover fare le cose “di sinistra” per soddisfare il voto geografico (ovvero, io sono di sinistra, non voto quello perché non è abbastanza di sinistra, dove sinistra è un valore non definito e ricco di contraddizioni), cercando di rompere il tabù del sospetto per i lavori autonomi (evasori!) e imprenditori (sfruttatori!) e cosettine così.
Rischioso, si poteva perdere. Ha perso ma con una percentuale di voto significativamente alta, una base di partenza. Un’idea da affinare. (Infatti l’unica tattica da Grande Stratega, l’alleanza con Di Pietro, la stiamo pagando ancora).
D’altronde, veramente crediamo che verrà dall’altro dei cieli un Obama o un Gesù Cristo a salvare il PD o è più probabile fare qualcosa via trial and error? E come si può fare trial and error se non si può fare error?
O credete che improvvisamente il popolo capisca cos’è Berlusconi e si appassioni a D’Alema? O al populismo antiberlusconiano?
Ma WV ha perso. Quindi si è passato un anno a far di tutto per ridurre l’elettorato giusto per poterlo uccidere. Ed ora c’è il congresso.
Non potrei non votare: è l’unico partito in cui qualcuno oltre ai militanti (che sempre quelli sono) e i dirigenti (i Grandi Strateghi) ha una qualche, seppur minima voce, un’idea da affinare e potenzialmente dirompente.
Non posso votare Bersani: la sua paura di perdere è talmente alta che ha ritirato due volte la sua candidatura a segretario perché non era ancora pronto il momento e subito si è lanciato nella compravendita di grandi elettori, Bassolino incluso. Non posso votare chi vuole il ritorno degli strateghi, per evitare di rischiare di perdere.
Franceschini neppure, seppure con meno decisione. Non riesce ad esprimere chiaramente le sue idee, le sue proposte per evitare di correre il rischio di perdere.
Voterò, sosterrò e sarò candidato per Marino. Non ha fatto compravendita di grandi elettori. Ha espresso una serie di punti, di programma di governo chiaro e definito. Prende di petto i problemi del merito, del lavoro e della laicità. Si può non essere d’accordo ma, ehi, ha un’idea. Corre dichiaratamente ed espressamente un rischio, non su di una posizione identitaria o populista ma su di una proposta di programma per un Partito che voglia mettersi a guidare il Paese, non solo gestirlo.
E potrebbe perdere. In un paese in cui tutti sanno vincere e nessuno perdere, è un passo avanti.
P.s. la critica più grande che posso fare a Marino, è un errore fatto da tutti e tre, lo dice meglio di me Francesco Costa

In questo Paese si ha paura. Paura di rischiare, paura di perdere.

E così si procede a mettere toppe su un vestito sempre più sgualcito, rovinandolo e rendendolo ancora più fragile.

Nessuno vuole perdere, gli sconfitti sono marchiati a vita. E così si cerca di non essere uno di loro, limitandosi alla sopravvivenza, controllando come tira il vento e nascondendosi.

Per vivere nel ventunesimo secolo, un’azienda deve avere flessibilità (o assume flessibile o non assume, evitiamo il modello superfisso) ed invece di aggiustare la flessibilità (la famosa proposta di VW e la flexsecurity) si preferisce vivere nel ventesimo secolo (sia a sinistra sia a destra): meglio avere sempre un lavoro, che sia sempre lo stesso per l’amore di Dio. Nascondiamo la testa sotto la sabbia e facciamo finta sia il 1970, piuttosto che accettare un po’ di rischio in cambio di un enorme beneficio al tessuto aziendale. Qualcuno potrebbe perdere.

La scuola non funziona: è sostanzialmente basata sulla buona volontà, non premiata, dell’insegnante che lavora più ore di quelle per cui è pagato (contando anche quelle extracurricolari) per compensare i colleghi che stanno in classe giusto il tempo necessario, dedicando al massimo un’altra ora alla settimana (fra quelle pagate) alla correzione dei compiti.

Ma la valutazione dell’insegnante (possiamo discutere del quando e del come) è un tabù, protetto dalla sinistra e temuto dalla destra, capace di gettare in piazza milioni di persone “in difesa della scuola”. Perché qualcuno, chi sfrutta e rovina l’onore del lavoro dell’insegnante, potrebbe essere punito. Qualcuno potrebbe perdere.

Giusto per fare due esempi.

Vogliamo parlare della politica? E’ un ottimo specchio della società.

Il csx sta discutendo se buttare all’aria la migliore intuizione di VW: costruire un Partito Democratico che proponga e porti avanti delle idee. Si punta e si rischia. Se si vince, le si mettono in atto.

Ma gli strateghi vogliono il partito indietro: tornare a considerare gli “esponenti” e i partiti come scatole di voti, che si possono spostare e comprare, per vincere. Ovvero per superare l’asticella della maggioranza alla Camera e al Senato.

E quindi si può non rispondere alle domande del paese, si può non anticipare le domande del paese (vero compito della politica) e si possono stringere accordi incomprensibili per il fine della vittoria.

E una volta vinto, la missione è completata. Ed infatti si governa così così, con trozkisti, udcini e commissari basettoni.

Ma d’altronde come si può aumentare l’elettorato se non si possono cambiare i valori e le idee? Bisogna difendere quello zoccolo duro e gli iscritti e militanti.

Peccato che siano sempre più vecchi e le persone vecchie abbiano la brutta tendenza a morire e i morti la brutta tendenza a non votare. Giovani pochi.

WV ha provato a fare le due cose: rifiutare l’idea di doversi perdere in tatticisimi e di dover fare le cose “di sinistra” per soddisfare il voto geografico (ovvero, io sono di sinistra, non voto quello perché non è abbastanza di sinistra, dove sinistra è un valore non definito e ricco di contraddizioni), cercando di rompere il tabù del sospetto per i lavori autonomi (evasori!) e imprenditori (sfruttatori!) e cosettine così.

Rischioso, si poteva perdere. Ha perso ma con una percentuale di voto significativamente alta, una base di partenza. Un’idea da affinare. (Infatti l’unica tattica da Grande Stratega, l’alleanza con Di Pietro, la stiamo pagando ancora).

D’altronde, veramente crediamo che verrà dall’altro dei cieli un Obama o un Gesù Cristo a salvare il PD o è più probabile fare qualcosa via trial and error? E come si può fare trial and error se non si può fare error?

O credete che improvvisamente il popolo capisca cos’è Berlusconi e si appassioni a D’Alema? O al populismo antiberlusconiano?

Ma WV ha perso. Quindi si è passato un anno a far di tutto per ridurre l’elettorato giusto per poterlo uccidere. Ed ora c’è il congresso.

Non potrei non votare: è l’unico partito in cui qualcuno oltre ai militanti (che sempre quelli sono) e i dirigenti (i Grandi Strateghi) ha una qualche, seppur minima voce, un’idea da affinare e potenzialmente dirompente.

Non posso votare Bersani: la sua paura di perdere è talmente alta che ha ritirato due volte la sua candidatura a segretario perché non era ancora pronto il momento e subito si è lanciato nella compravendita di grandi elettori, Bassolino incluso. Non posso votare chi vuole il ritorno degli strateghi, per evitare di rischiare di perdere.

Franceschini neppure, seppure con meno decisione. Non riesce ad esprimere chiaramente le sue idee, le sue proposte per evitare di correre il rischio di perdere.

Voterò, sosterrò e sarò candidato per Marino. Non ha fatto compravendita di grandi elettori. Ha espresso una serie di punti, di programma di governo chiaro e definito. Prende di petto i problemi del merito, del lavoro e della laicità. Si può non essere d’accordo ma, ehi, ha un’idea. Corre dichiaratamente ed espressamente un rischio, non su di una posizione identitaria o populista ma su di una proposta di programma per un Partito che voglia mettersi a guidare il Paese, non solo gestirlo.

E potrebbe perdere. In un paese in cui tutti sanno vincere e nessuno perdere, è un passo avanti.

P.s. la critica più grande che posso fare a Marino, è un errore fatto da tutti e tre, lo dice meglio di me Francesco Costa

L’ortodosso, il liberale, il tradizionalista

La Stampa ha sottoposto un questionario ai candidati alla segreteria del PD, aspettandosi ben poche differenze fra le proposte di Bersani, Franceschini e Marino. La sorpesa invece è che le risposte dei tre hanno smentito le aspettative. Riportiamo un estratto del commento di Luca Ricolfi:

Differenze politiche, innanzitutto. Solo Marino è a favore dell’abolizione del valore legale della laurea e punta su una sensibile riduzione delle tasse. E ancora solo Marino ha una posizione netta sul testamento biologico, rigorosamente imperniata sulla volontà del malato. Solo Franceschini dice in modo chiaro ed esplicito che punterebbe su un aumento dei posti in carcere. Solo Marino vorrebbe il salario minimo fissato per legge e uguale su tutto il territorio nazionale, Bersani e Franceschini non lo vorrebbero per legge ma «per via di contratto». Solo Bersani e Franceschini dicono chiaramente che sono contrari alle adozioni da parte di coppie omosessuali, e ancora solo Bersani e Franceschini dicono esplicitamente che le intercettazioni non sono troppe.

Le differenze sono così tante che viene da chiedersi: ma c’è anche qualcosa su cui i tre candidati alla segreteria del Pd sono d’accordo ? Sì, ma non è moltissimo. Su 12 domande, sono solo due quelle che hanno ricevuto la medesima risposta: sì al voto agli immigrati, no alla separazione delle carriere dei magistrati. Ce ne sono poi altre due, sulle pensioni e sul nucleare, in cui Marino e Franceschini sono d’accordo (sì all’aumento dell’età pensionabile, no assoluto al nucleare), mentre Bersani preferisce aggirare la domanda. Su tutto il resto le opinioni divergono, come il lettore può constatare confrontando le risposte riportate qui accanto. Se avessi a disposizione una sola parola per segnalare le differenze fra i tre candidati li definirei l’ortodosso (Bersani), il liberale (Marino), il tradizionalista (Franceschini).

Ma la scoperta più interessante, almeno per me, non è stata di contenuto, bensì di stile. I tempi di attesa, per cominciare: Marino ha mandato le sue risposte per primo, poi è arrivato Franceschini, infine – giusto in tempo – sono arrivate le risposte di Bersani.

il Confronto!

Dopo mesi di richieste da parte di Marino e attesa di noi militanti, finalmente è in corso il famigerato confronto.

Orizzonti ce lo racconta in diretta.

Confronti a distanza 2/3: Fermi in un dibattito eterno

Il Politico pubblica la seconda intervista del suo confronto a distanza fra le mozioni: questa volta tocca a Civati.

L’immagine della ditta

Franceschini: “Batteremo chi ha frenato Prodi e Veltroni… Dovremo battere nostalgie e istinti di conservazione. Ci sono sempre forze che resistono ai cambiamento”
Bersani: “Basta polemiche, si rispettino gli iscritti che hanno votato. Questo e’ il momento di chiudere le polemiche. E’ il momento che tutti quanti noi candidati mettiamo un punto fermo. Sono girate cose che non vanno bene e non vorrei che per picconare il mio risultato ci picconassimo tutti da soli, si picconasse la ditta”.
E intanto la ditta si piccona da sola: sembra stia saltando il confronto.
Il tutto si può leggere in un articolo di Repubblica, che ancora una volta ignora Marino.

Nuovi confronti

Il politichese è l’anti-letteratura per antonomasia. Dunque non saprei veramente spiegare per quale assurda forma di masochismo mi sia venuto in mente di leggere le tre mozioni e di arrivare persino a scriverne. Forse era meglio lasciarle dove stavano, a coprirsi di polvere fino a diventare documenti d’archivio, oppure a infilarsi nei pertugi senza fondo della cosiddetta letteratura grigia. Ma il dado è tratto ed ecco il risultato del divertissement. Leggere quei documenti politici come fossero strana narrativa di consumo forse non è servito a produrre chissà quali acute analisi, ma a fronte del gran dibattito sulla scelta del prossimo candidato per il maggior partito dell’opposizione, non ho resistito a comportarmi da lettore esigente, dopo aver scaricato i testi delle mozioni con cui Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini, Ignazio Marino si sono candidati alla guida del PD.

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Le tre mozioni alla prova della laicità

di Corrado Del Bò, Ricercatore di Filosofia del diritto, Università di Milano

Al di là delle valutazioni che ognuno ritiene di dover dare sull’argomento, è un fatto che in Italia il dibattito pubblico odierno è caratterizzato da uno spiccato revanchismo religioso e (conseguentemente) da un marcato interesse per la cosiddetta laicità e per le questioni che a essa, a ragione o a torto, vengono collegate.

Per ragioni storiche e politiche, è il Partito democratico a trovarsi oggi sul crinale più  difficile del dissidio tra cattolici e laici (per usare un’abusata, ma finta, dicotomia): le questioni della laicità sembrano operare carsicamente per dividere tale partito e, a seconda dei luoghi e delle situazioni, configurarlo come prono ai desiderata vaticani o vittima delle frange “laiciste”.

Da questo punto di vista, dunque, anche la corsa alla poltrona da segretario non può rimanere estranea a questo tema e non è pertanto un caso che tutte le mozioni, seppure con accenti e modalità diverse, parlino di laicità, cercando tutte quante di offrire un punto di sintesi che possa trovare un consenso più o meno ampio.

Prima di passare a esaminare le singole mozioni, va tuttavia fatta una premessa. Lo Stato italiano è laico, poiché questo afferma la Costituzione all’articolo 7. E benché la Carta non faccia uso del termine “laicità”, la Corte costituzionale, con la nota sentenza 203 del 1989, ha catalogato la laicità tra i “principi supremi dell’ordinamento”. Il Concordato del 1984, sia qui detto come chiosa aggiuntiva, abolisce anche il privilegio storico della Chiesa cattolica, che smette di essere religione di Stato, ruolo che invece fino a venticinque anni fa le riconoscevano i Patti Lateranensi.

Laicità, più che identificare un problema di carattere istituzionale in senso stretto, sembra allora individuare un problema di sociologia politica: se, quanto e come dare spazio nella sfera pubblica alla religione, e segnatamente – perlomeno nel contingente – alla religione che più ha contribuito a definire storicamente, socialmente e culturalmente l’Italia, vale a dire la religione cattolica.

La mozione Bersani afferma: “Il principio di laicità è la nostra bussola, la via maestra di una convivenza plurale. La laicità si nutre di rispetto reciproco e di neutralità – che non significa indifferenza – della Repubblica di fronte alle diverse culture, convinzioni ideali, filosofiche, morali e religiose. È anche impegno per la loro salvaguardia, promozione del dialogo interculturale e interreligioso, mutuo apprendimento: purché, naturalmente, tutti accettino un comune spazio pubblico di confronto e incontro nel quale gli unici principi non negoziabili siano quelli della Costituzione italiana e della Carta dei diritti dell’Uomo”.

Benché sufficientemente vaga da potersi prestare a molte interpretazioni, questa affermazione contiene due difficoltà. La prima è che la laicità non “si nutre” di neutralità, ma è essa stessa neutralità: lo Stato e le sue agenzie sono neutrali rispetto alle diverse posizioni religiose (ateismo e agnosticismo compresi), nel senso che non si schierano per – né favoriscono – alcuna di esse. Proprio come fa la Svizzera quando ci sono Stati in guerra tra di loro, se è consentita la banalizzazione.

La seconda difficoltà  riguarda invece l’interpretazione della neutralità, “che non è indifferenza”. Non è molto chiaro che cosa la mozione Bersani intenda per “indifferenza” e dunque quel che le viene contrapposto, la neutralità appunto, tanto più se si considera che, stando alla mozione, la Repubblica non dovrebbe essere indifferente “alle diverse culture, convizioni ideali, filosofiche, morali e religiose”. Significa che vanno considerate tutte degne di eguale rispetto (come l’idea di neutralità sembra suggerire) o che ce ne sono alcune migliori di altre (come invece pare prefigurare la non indifferenza)? E se alcune sono degne di maggiore rispetto, secondo quali criteri ciò deve accadere? L’impressione qui è che una formulazione infelice abbia messo assieme cose diverse: se infatti si può argomentare con qualche plausibilità che non si può rimanere indifferenti, per esempio, rispetto alle diverse convinzioni filosofiche o alle diverse convinzioni ideali o addirittura alle diverse convinzioni morali, è dubbio che la non indifferenza possa essere applicata alle diverse convinzioni religiose, come se al potere politico fosse concesso di discernere tra le varie opzioni religiose senza correre il rischio di cadere in una qualche forma di velato confessionalismo.

La mozione Marino invece asserisce: “La laicità è un metodo: significa affrontare ogni questione con rigore e con la massima obiettività possibile, nell’interesse generale e non di una parte sola. Significa non porsi nel dibattito pensando di possedere la verità o di avere ragione a priori. Significa saper ascoltare le ragioni altrui e avere l’umiltà e l’intelligenza di confrontarsi anche con chi la pensa nella maniera opposta. Significa lasciarsi sempre prendere dal dubbio che l’altro può avere ragione. Infine laicità significa che quando si considera chiuso il dibattito, e si è presa una decisione nell’interesse di tutti, si accetta quella decisione sentendosi vincolati e sostenendola con onestà”.

In questo modo la mozione Marino assume una prospettiva che ultimamente va per la maggiore anche nel dibattito accademico e specialistico, e che è stata efficamente esposta in un volume collettaneo curato qualche anno fa da Giovanni Boniolo, Laicità. In verità, a me pare che questa via abbia i pregi dell’ecumenismo, ma il difetto, evidentemente non piccolo, della fuorvianza, poiché espunge di fatto dal dibattito il nocciolo del disaccordo: lo spazio e il ruolo da attribuire alla religione nelle scelte legislative. Il “metodo” di cui parla la mozione Marino ricorda molto l’onestà intellettuale e la disponibilità al dialogo; elementi che spesso vanno di pari passo con la laicità, ma che non ne costituiscono il tratto qualificante, che consiste piuttosto nell’indifferenza istituzionale e legislativa rispetto alle credenze religiose.

La mozione Franceschini opera infine “per rimando”: non dice infatti che cosa sia la neutralità, ma fa riferimento alla Costituzione, alla sentenza della Corte costituzionale del 1989 cui si faceva riferimento sopra e alla cosiddetta “Lettera dei 60” dell’8 febbraio 2007. Ciò significa che, secondo la mozione Franceschini, “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” (Costituzione); che la laicità è “principio supremo dell’ordinamento” (Corte Costituzionale); che occorre evitare che “si metta in dubbio la laicità delle istituzioni, e la nostra responsabilità di legislatori cui tocca il compito di legiferare per tutti” (Lettera dei sessanta).

Questo rimando pare andare al cuore del concetto di laicità meglio delle altre due mozioni. A differenza dell’arzigogolata formulazione della mozione Bersani e dell’ecumenica enunciazione della mozione Marino, la mozione Franceschini pare infatti sollevare in maniera più radicale la questione di quale spazio attribuire alla religione nelle scelte pubbliche, suggerendo anche la risposta corretta, se laici si deve essere: lo Stato e le sue agenzie devono agire etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse.

Se dunque le votazioni per la poltrona da segretario del Pd dovessero seguire le simpatie scientifiche sul tema specifico della laicità, la mozione Franceschini sarebbe probabilmente la scelta più appropriata. I dubbi, casomai, sono politici: come è possibile che alcuni sostenitori di Franceschini, e dunque di questa impostazione, possano difendere il credito formativo dell’ora di religione e perciò criticare la sentenza del Tar del Lazio del 17 luglio 2009 che, proprio sulla base del dettato costituzionale e della sentenza della Corte del 1989, aveva giudicato tale credito illegittimo?


Iowa dreaming

Marino propone primarie lunghe un anno, come in USA.

Bravi

Bel servizio de l’Espresso che confronta 10 diverse posizioni sul PD.