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W&Max. Via

Quando tu pensi del PD che peggio di così non possa fare, lui silenziosamente ti ascolta e, nel chiuso della sua cameretta, si inventa qualcosa di inedito in grado di farti cambiare idea.

Veltroni.

D’Alema.

Veltroni.

D’Alema.

Veltroni.

Contro.

Insieme.

“Giovani” dalemiani dal linguaggio moderno.

Supercorrenti veltroniane dal terribile tempismo.

Basta.

Nulla di personale, ma non ce l’avete fatta.

Ve ne andate o no?

Siamo tutti stanchi e delusi da un partito che si comporta peggio dell’orchestra del Titanic. Quelli almeno mentre la nave affondava suonavano bene. I nostri orchestrali invece si lanciano addosso gli strumenti l’uno con l’altro e tirano gli spartiti al Direttore. E strumenti e spartiti glieli abbiamo comprati noi.

“Giovanotto, più cautela”

da Piovonorane

D’Alema reagisce alle critiche di Matteo Renzi senza alcuna risposta nel merito (l’ipotesi che nel Pd sia urgente un ricambio generazionale): ma con un lessico che prova, da solo, quanto nel Pd sia urgente un ricambio (anche) generazionale.

Domanda del giorno

D’Alema era presente quando, solo pochi mesi fa, è stato approvato questo?

Non si illuda

Vendola potrà anche aver vinto in Puglia e puntare all’Italia ma Sorrentino, dopo Andreotti, il prossimo film lo farà D’Alema.

Statistiche impietose

Italia: un paese che esce dal G20 nell’indice della prosperità mondiale, con un debito a orologeria e in cui le famiglie tirano ulteriormente la cinghia mentre il 10% della popolazione detiene la metà della ricchezza nazionale. Un paese all’ultimo posto in Europa occidentale per connettività alla rete e in cui la banda larga mobile, nonostante la scarsa diffusione, è già satura. In una situazione del genere, se voi foste un importante esponente del maggior partito di opposizione, ad esempio un D’Alema, ma anche semplicemente un giornalista de Il Foglio… su cosa pensereste che sia importante investire? Ma su gli armamenti militari, che domande!

(PS: non fatevi ingannare dalle argomentazioni del Camillo di turno… Internet non è nato nelle caserme, ma nelle Università. Il dipartimento della Difesa ci aveva solo messo i soldi, perché anche loro avevano capito che la Guerra Fredda si sarebbe vinta più sul piano dell’innovazione che con le bombe)

Chi è ricco di suo non ha bisogno di rubare

da Champ’s Version

D’Alema ha ragione. So che iniziare un post così può essere controproducente, visti i tempi, ma che volete che vi dica: se ha ragione, ha ragione. Sembra proprio di essere tornati ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica.

Emerge intorno al potere berlusconiano una rete di interessi, una rete affaristica che appare come un vero e proprio sistema di potere non si tratta di casi singoli come dice il premier ma di qualcosa che assomiglia alla rete degli anni ’90.

Quello che D’Alema si dimentica di dire è il motivo di tutto questo: l’immunità.

Troppo criptico? Vado a spiegare. Berlusconi – si sa – è il primo che crede alle cose che racconta agli elettori per conquistarne il consenso. E la madre di tutte queste verità addomesticate è quella che più ha resistito nell’immaginario collettivo; una delle poche che ti senti dire ancora al Bar dello Sport. Nel momento della sua “discesa in campo” il leitmotiv era “i politici rubano” (tutti alla stessa maniera, ma era solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera; ma questo è un altro post). Così ci ha spiegato candidamente che lui no, lui non ne aveva bisogno perché era già ricco di suo. Ed essere ricchi ti dà l’immunità, pare.

Quando ha capito che funzionava, si deve essere chiesto “come faccio a dare l’immunità anche ai miei più stretti collaboratori?”. Ma è facile, si deve essere risposto: permettendo che si arricchiscano con enormi sacrifici.

Così poi non avranno bisogno di rubare.

Una splendida giornata

Cucù! Il latin lover rivela che per cambiare l’Italia ha bisogno di altri 75 anni di governo. Anche a destra lo credevano più bravo.

Ma mentre dall’estero si spiegano come funziona da loro la legislazione sulle intercettazioni (Legge Amintore Bavaglio) e da noi D’Alema riesce a farsi sanzionare dall’Ordine dei Giornalisti, la cena per farli conoscere (il menu sarà polpo o piovra?) contina a tener banco: Rutelli (non invitato, così come i cattolici PD) è confuso da Casini, che non capisce da che parte sedersi.

Farà meglio a decidersi, perché il PD siciliano sta per rubargli i posti di destra, mentre quello marchigano li ruba anche all’ala più estrema del PdL.

In questo scambio di poltrone capita che chi promette meno tasse poi le aumenti o che chi inveisce contro Roma ladrona sia scoperto a rubare, così come un pensionato con la social card si ritrovi a sua insaputa proprietario di uno yacht.

Non è un caso, forse, che la speranza qui ha il colore del lutto. Sempre che non la massacrino di botte, prima.

D’Alema in Europa spaventa il Pd

da Cerazade

Domani Massimo D’Alema sarà eletto alla presidenza della più importante delle fondazioni politiche europee, la Feps. La questione ha scatenato un bel dibattito, soprattutto sul Foglio. La scorsa settimana, Andrea Peruzy (segretario generale della fondazione Italianieuropei di cui D’Alema è presidente) ha presentato la piattaforma programmatica dell’eurodalemismo. Peruzy propone di ispirarsi alla migliore tradizione socialdemocratica per costruire una new left. Come potrete immaginare, i cattolici del Pd si sono incazzati. Prima Mauro Ceruti. Poi Giorgio Tonini. Infine Gianluca Susta, europarlamentare del Pd, e vicepresidente dell’Asde. Sentite cosa ci ha detto quest’ultimo e soprattuto cosa ci ha detto Ceruti

“La prossima elezione di D’Alema alla presidenza della Feps va salutata con soddisfazione, ma se il senso di questa nomina è quello spiegato sul Foglio da Andrea Peruzy proprio non ci siamo. Un anno fa avevamo dato vita al gruppo dei Socialisti & Democratici all’Europarlamento non certo per riformare dall’interno un socialismo europeo ormai asfittico. Altre erano per noi le ‘regole d’ingaggio’: creare una moderna forza riformista, oltre il socialismo, insieme con altre famiglie politiche, sul modello del Pd. Quell’obiettivo non è stato raggiunto. Anzi non abbiamo neanche più quel Pd! Forse è vero che la socialdemocrazia sopravvive a se stessa, ma è anche vero che il modello sociale europeo e la crisi delle finanze pubbliche esigono forze politiche europeiste capaci di favorire il regolato liberarsi delle energie inespresse della società europea e non il ritorno allo statalismo socialista. Non ci basta, quindi, una nuova socialdemocrazia e non basta neanche al Pd se vuole tornare a essere percepito come una innovatrice, europeista e democratica alternativa alla destra”.
Gianluca Susta

Il Pd è nato per promuovere l’incontro di culture politiche riformiste e riformatrici con radici diverse, in passato anche in conflitto fra loro. La prospettiva di Peruzy (e di D’Alema?) sembra prospettare il contrario: riproporre in Europa l’autosufficienza del modello socialdemocratico per rigenerarla in Italia. Ma ciò vuol dire dichiarare la fine al progetto del Pd. Basta la logica, non c’è neppure bisogno della politica.
Ho avuto l’onore di partecipare alla fase “costituente” di questo partito, come relatore della Commissione incaricata di elaborarne il Manifesto dei valori. Particolarmente appassionante fu il dibattito generato proprio dall’incontro di sensibilità e di culture politiche diverse, in particolare la tradizione della sinistra riformista, la tradizione riformatrice del cattolicesimo democratico, le culture politiche liberali e le più recenti culture politiche dell’ambientalismo e della differenza di genere.

Mauro Ceruti


Un arresto coi baffi

LECCE – L’ex sindaco di Gallipoli ed ex assessore provinciale ai lavori pubblici Flavio Fasano, avvocato 51enne, del Pd e l’imprenditore Luigi Siciliano, di 68 anni, di Salve sono stati arrestati stamattina dai carabinieri del Ros, in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Lecce. Sono accusati, a vario titolo, di concorso in turbativa degli incanti e violazione del segreto d’ufficio, falso, induzione in errore, determinato dall’altrui inganno e corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio. Al centro dell’inchiesta ci sono presunti illeciti nella gestione di appalti pubblici e nella nomina di dirigenti di enti locali. [...]

Flavio Fasano si era dimesso dal Pd nel novembre del 2009 e aveva rinunciato a una candidatura alle scorse elezioni regionali. Da anni «referente» di Massimo D’Alema nel collegio camerale ioni­co, l’ex primo cittadino aveva lasciato il partito in seguito alla pubblicazioni di alcune intercettazioni imbarazzanti in cui il politico e avvocato parlava con il suo assistito, Rosario Padovano, tre giorni dopo l’omicidio di suo fratello Salvatore Padovano, capo dell’omonimo clan e della cui esecuzione, secondo gli inquirenti, sarebbe mandante proprio suo fratello Rosario.

Retroscena

Carlo Debenedetti è stato intervistato da Paolo Guzzanti, e non ha risparmiato critiche verso quelli che, a dir suo, “stanno distruggendo il PD”. Sul banco degli imputati c’è al solito il signor “Vada a farsi fottere”, difeso dal d’alemiano di ferro Sallusti, che rincara la dose contro Veltroni e lo spirito del Lingotto. Ma ancor più curioso è che  a tener banco non sia l’accusa sull’incapacità di leadership di Bersani, quanto la domanda sul se sia vero o meno che il segretario del PD telefoni ai direttori dei giornali. Claudio Cerasa risponde spiegando la prassi consolidata: i leader di partito non telefonano mai direttamente, ma si fanno “accidentalmente” passare il telefono. Viene il dubbio, però, che il racconto di questo caos, al Foglio, serva solo a sponsorizzare alcuni “nuovi” volti del PD, dai metodi più smaliziati e dalle idee economiche più vicine a quelle del quotidiano di Ferrara.