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Dilettanti allo sbavaglio

Forse non siamo “furbissimi“, ma oggi non stiamo in silenzio. Vi riportiamo invece, nuovamente, il pensiero (palesemente incostituzionale) del “coraggioso” B:

C’è una regola aurea della democrazia che vale per tutti: in un partito ci si confronta e si discute, ma nel momento delle decisioni vince il principio della maggioranza. Chi dovesse dissentire dovrebbe prendere atto di non essere più in sintonia con i nostri elettori.

Web Democracy Week

La settimana passata è stata ricca di eventi sui rapporti fra rete e democrazia, dal Personal Democracy Forum di New York al Frontiers of Interaction a Roma fino ai dibattiti all’interno del Words, World, Web di Firenze e quelli del Festival dell’Economia di Trento. Ad essi si è aggiunto ieri il Mobile Content & Internet organizzato dal Politecnico di Milano, in cui il vice-ministro delle comunicazioni Paolo Romani si è lavato le mani dall’orrore del decreto Pisanu scaricando le colpe della proroga sulla polizia(!).  E così, mentre si inasprisce il dibattito su Google, il Foglio (facendo sue le parole di Steve Jobs) continua a prendersela con i blog, Luca Nicotra li difende e Zambardino chiede una utile sinergia fra rete e mezzi di informazione tradizionali in difesa della libertà, qualcuno prova ad uscire dai soliti schemi per vedere le cose da un punto di vista diverso:

Tutto questo mentre da Mountain View lanciano il loro kit del candidato per le elezioni di midterm americane e un servizio a supporto delle organizzazioni  no profit. Il futuro è già cominciato.

Legge bavaglio: Fini dov’è?

da piovonorane

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Ricevo sempre la newsletter di FareFuturo e ne leggo spesso gli articoli: quasi tutti pieni di buon senso e spirito liberale, attenzione al nuovo e pulsione all’osmosi, insomma condivisibili al punto che quando chiudo la pagina mi chiedo se in fondo non sono un po’ di destra anch’io.

Ecco.

Ora, come ognuno sa FareFuturo è roba di Fini, è la punta più avanzata della dissidenza nel Pdl, il laboratorio di quella destra postberlusconiana e civile che vuole proporsi per guidare il paese quando sarà finita l’ipnosi collettiva del gran fabulatore.

Quindi, sempre con il massimo rispetto, ora io vorrei tanto chiedere al bravo Filippo Rossi, all’ottima Flavia Perina, al pacato Alessandro Campi, ma anche agli onorevoli Italo Bocchino e Fabio Granata, a tutti i fondatori di Generazione Italia tipo Carmelo Briguglio e Benedetto Della Vedova, Andrea Ronchi o Roberto Menia, e così via:
ma una parola contro questa legge bavaglio sulla stampa, no?

Ma davvero la fate passare così, con i vostri voti decisivi alle Camere?

E con quale faccia vi ripresenterete il giorno dopo a parlarci di liberalismo e destra moderna e a fare la fronda al Cav.?

Scusate, ma questa mi pare un po’ una prova del nove, per vedere se pensate davvero le cose che dite o giocate solo a fare gli adolescenti ribelli, di quelli che però all’ora di cena tornano sempre a casa.

Fateci sapere.

Democrazia

Non sono d’accordo con te, ma darei la vita per consentirti di esprimere le tue idee

Voltaire

Questo Circolo esprime la sua solidarietà alla sua iscritta Paola Concia, a seguito dell’aggressione subita.

Internet pulita

E se non ci si adegua, c’è sempre Feltri

da Piovonorane

«Chiunque la pensi in un certo modo dentro un partito democratico si discute e si arriva a una decisione all’unanimità. Se si arriva a una decisione in cui c’è una maggioranza e una minoranza, la minoranza si deve adeguare nel suo comportamento alla decisione della maggioranza.»

(Silvio Berlusconi spiega arditamente il suo concetto di democrazia interna)

Il vero problema dell’Idv

da Piovonorane

«Ero d’accordo con Di Pietro che prima, durante o dopo il Congresso mi sarei iscritto al’Idv ricoprendo un ruolo che si confacesse al mio profilo politico e che sarebbe avvenuto attraverso un evento pubblico significativo. Ad oggi non è accaduto. La domanda “perché non mi sono iscritto” andrebbe girata a Di Pietro»

(Luigi De Magistris al Fatto)

Sono il solito ingenuo: io credevo che prima ci si iscrivesse ai partiti, poi – volendo – si provasse a diventarne dirigenti, facendosi eleggere.

Adesso invece si fa che prima uno diventa dirigente per cooptazione del leader, magari con una bella festa, poi si iscrive.

Il concetto di carica elettiva e di democrazia interna, evidentemente, è superato.

Indipendenti pubblici

Signor Premier, lei ha appena affermato che «non si può governare attaccati da pubblici dipendenti quali sono i giudici». Ora, non starò a scomodare il Montesquieu, famigerato comunista francese del Settecento, e nemmeno la Costituzione, smilzo best-seller del dopoguerra poi caduto nel dimenticatoio. Però vorrei rivelarle un segreto che apparirà bizzarro a chi, come lei, è un po’ litico e un po’ no: lo Stato e il governo non sono la stessa cosa. Sul serio: si può essere dipendenti dello Stato senza dipendere dal governo e dal suo capo.

Nell’imprenditoria privata, da cui lei proviene, sarebbe inimmaginabile. Nessuno può lavorare in un’azienda privata perseguendo interessi diversi da quelli del manager scelto dall’azionista. Nelle aziende pubbliche invece succede. E sa perché? Perché gli azionisti di uno Stato sono i cittadini. I quali scelgono il manager, cioè il premier, cioè lei, tramite libere elezioni. Ma nell’ingaggiarlo non gli delegano ogni potere. Soprattutto non gli riconoscono quello di considerare alle proprie dipendenze chiunque riceva uno stipendio pubblico. Per dire: i prefetti sono assistenti del manager e devono obbedirgli. I giudici no. I cittadini azionisti li pagano per applicare la legge a chiunque, anche al manager che gli stessi cittadini hanno assunto. E al fine di garantire la massima indipendenza a questi dipendenti molto particolari, rinunciano persino a nominarli direttamente. Follia pura, lo so. Si chiama democrazia. Il peggiore dei regimi, esclusi tutti gli altri: lo sosteneva già Churchill, un comunistaccio che le raccomando.

Massimo Gramellini

Fondamentale

Mai come in questo periodo l’informazione è stata libera e globale. E l’accesso libero all’informazione è fondamentale per la democrazia.

Hillary Rodham Clinton

Assemblea: commento a freddo

di Popolino

E’ da una settimana che mi affanno a trovare il lato umoristico della mia gita romana dello scorso weekend, quella all’assemblea del Partito Democratico, quella che ha ratificato la nomina a segretario di Pierluigi Bersani e con lui tutto un ensemble di sottogoverno. Lo cerco, il lato buffo, ma fatico a trovarlo.
Eppure gli spunti non mancherebbero: quando arrivi a Fiumicino, aeroporto che nelle mie pur frequenti peregrinazioni lavorative non tocco quasi mai, per raggiungere la stazione ferroviaria, unico collegamento a buon mercato con il centro della capitale (si fa per dire: 11 euro di biglietto) bisogna percorrere un labirintico e chilometrico dedalo di tunnel che neanche un livello di Doom. Con un solo sportello aperto in biglietteria e il treno quasi in partenza, utenti che bestemmiano e addetti che rispondono da dietro ai vetri, sillabando “nun me rompete li cojoni” si entra subito nel clima, diciamo così. Un’ora a Roma, e anche il più bendisposto inizia a dare ragione alla Lega.
Dalla stazione Termini a Montecitorio (che ho scoperto essere Monte Citorio, in realtà), nella cui piazza, sala Capranichetta, mi attendeva la riunione tra Ignazio Marino e gli eletti alla sua mozione, a sentire gli autoctoni ci si può andare a piedi: sono due chilometri, non troppi, a meno che si sappia con certezza in che direzione andare, e non piova. Ovviamente pioveva, ed è curioso che la prima prova romana nel mio nuovo ruolo di eletto all’assemblea nazionale del Pd sia stata quella di maledire il nuovo segretario, Bersani, per come non era riuscito a riformare il servizio taxi nel nostro Paese. Provate a trovarne uno in una giornata piovosa e trafficata, e mi darete ragione anche se siete bersaniani incalliti.
Lo ammetto, avevo certe aspettative sui taxisti romani, o quantomeno mi ero posto il problema. Se ne avessi trovato uno distinto, professionale e distaccato ne avrei preso atto con un po’ di delusione. Invece sono finito sul cab di Claudio, che mi ha subito chiesto “che stai in politica te? Stai ner piddì, co’ Bbersani. Ammazza, ma ‘sto Marazzo, eh? Che fijo de ‘na mignotta”. Mi è talmente piaciuta, la compagnia di Claudio, che mi sono fatto lasciare il numero di telefono e l’ho richiamato in serata, per farmi portare in hotel.
Aggiungerei che ho mangiato pessimamente, nei due giorni romani, se non fosse che trattandosi di un appuntamento politico e non di una gita il primo aspetto rischierebbe di sparire rispetto al secondo. Però è così, sull’aspetto più importante c’è in realtà poco da dire. Si va in assemblea a ratificare più o meno automaticamente una lenzuolata – termine non casuale – di nomine decise altrove. Dove, posso solo immaginarlo. Quello per il segretario è un voto ovvio: ha vinto, l’assemblea lo ufficializza, e buon lavoro. Poi c’è la direzone nazionale: saranno cento nomi, non saprei. Alcuni vengono fuori dagli accordi tra le tre mozioni: sessanta a me, trenta a te, il resto a quell’altro. Altri sono membri di diritto, altri ancora sono scelti personalmente dal segretario. Il presidente dell’assemblea – Rosy Bindi – legge semplicemente l’elenco, e alla fine chiede di votare a favore o contro, alzando il badge. O astenendosi.
Io, per dire, stavo chiacchierando, e non mi sono fatto un grande problema di alzarlo quando era il momento, neppure per astenermi. In ogni caso non ero certo del senso di cosa avrei votato. Ma nessuno ha sentito la mancanza del mio parere sulla cosa. Per spiegarla in termini semplici, la direzione e l’assemblea stanno al Pd come il governo e il parlamento stanno all’Italia. Più o meno. Così come oggi il nostro parlamento è quasi del tutto esautorato dal suo compito legislativo, stabilito dalla costituzione, limitandosi ad approvare a colpi di voti di fiducia quanto deciso dal governo, allo stesso modo l’assemblea del Pd ha il solo scopo di approvare decisioni che sono sate prese altrove. Magari il nuovo presidente Rosy Bindi – e il suo vice Scalfarotto, l’unica vera buona notizia ricevuta sabato scorso – saprà dare all’assemblea un ruolo diverso. Ma al momento funziona così.
Può sembrare la classica montagna che partorisce il topolino: quattro mesi di lavoro – lavoro folle, garantisco – per poi non potersi esprimere su nulla, se non su gochi già fatti. Vero: è il problema della democrazia, esercizio illusorio e difficile. La sua difficoltà non deve essere però il pretesto per farne a meno, come suggerisce qualcuno – spesso proveniendo da formazioni che la democrazia non l’hanno mai praticata – ironizzando sui limiti che le primarie e il partito hanno in questo momento.
Anzi, tutto il contrario: è più di una sfida, è un lavoro a tempo pieno.