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Lessico e bufale: Beppe Grillo colpisce ancora

da Champ’s Version

Sono molto d’accordo con questa osservazione di Leonardo: esiste una questione “lessico”. E come ho detto anche in altre occasioni  questo scadimento del linguaggio è probabilmente la conseguenza più deteriore e – temo – più duratura negli anni a venire della “berlusconizzazione” di certa sinistra (che io non considero tale, ma questo è un altro post).

La seconda conseguenza – in ordine di gravità – è analoga, ma non identica e attiene alla veridicità delle affermazioni: spesso infatti si propagandano dei luoghi comuni come verità. E alcuni sono maestri in questo: Berlusconi, ad esempio, ma non solo. Il post citato da Leonardo (immagino non vi stupirete, io non mi sono stupito) ne contiene almeno una di queste verità che verità non sono. A qualche pentastellato potrà sembrare un pelo nell’uovo, ma come ho detto è una questione di principio: Berlusconi lo si combatte anche lottando contro i suoi epigoni. Ma anche fosse, Grillo è così bravo a trovare peli nelle uova degli altri che non si offenderà se faccio notare la cosa. la frase è questa:

Il Parlamento è un pensionificio e i parlamentari lo sanno bene. Infatti, il Parlamento si scioglie SOLO dopo aver maturato la pensione e quindi dopo due anni e mezzo.

Quel “SOLO” è in maiuscolo nel testo originale. Peccato però che nella cosiddetta Seconda Repubblica (anche facendola cominciare da Tangentopoli, XI Legislatura) tutte (anzi, come scriverebbe un noto comico prestato al qualunquismo, TUTTE) le legislature interrotte anticipatamente (XI, XII e XV) sono durate meno (MENO) di due anni e mezzo.

Non per dividere

Mi ha molto spaventato essere confuso con quello che racconto; perché questo significa confondere me con quel che scrivo, ed è un modo per nascondere, ignorare, occultare la realtà di Gomorra, dell’illegalità. Ma la legalità non è né di destra né di sinistra, non è ideologica. Ci sono persone per bene che votano a sinistra, e persone per bene che votano a destra. E naturalmente esiste anche il contrario. Io voglio parlare a tutti, non agli elettori di questo o di quello; non si tratta di dividere il Paese, ma di parlare a tutte le persone per bene

Roberto Saviano

Tra ricchezza è indifferenza

Non resta che prendere atto di una diversa realtà, quella vera. E cioè che in Italia l’evasione fiscale, per la sua mole, la sua capillarità e la sua continuità nel tempo, è qualcosa di ben altro, e che va ben oltre una pur grave dimensione economica. Essa evoca piuttosto una fondamentale questione nazionale. Vale a dire qualcosa che rimanda immediatamente all’esistenza e alla consistenza stessa delle basi dello Stato nazionale, del nostro stare insieme. Infatti, se in una misura che non ha eguali in alcun altro Paese civilizzato la ricchezza, i ricchi, si sottraggono all’imposta, ciò vuol dire che di fatto, e nei fatti, essi mostrano di non riconoscersi in un’ appartenenza comune. Che una parte della popolazione— e proprio quella più produttiva — non intende sottostare a quel vincolo sociale che è tale appunto perché obbliga a comportamenti che non corrispondono al proprio personale e immediato interesse.

Tra questo interesse e quello generale la stragrande maggioranza degli italiani ricchi invece non ha dubbi: sceglie senza esitare il primo e manda al diavolo il secondo. Questa indomabile asocialità dei ricchi ha almeno due gravi conseguenze oltre quelle ovvie di carattere economico. La prima è la grandissima difficoltà che ha incontrato e che incontra da sempre in Italia la formazione di una vera classe dirigente. Infatti quell’asocialità non può che dare luogo anche ad una tendenziale astatualità, cioè ad una sostanziale indifferenza per le sorti dello Stato. Come si vede benissimo nel fondo di grottesco anarchismo protestatario che si annida così spesso nei ricchi italiani, e che fa sì che essi, quindi, possano identificarsi assai difficilmente con gli interessi collettivi del Paese come invece dovrebbe fare una classe dirigente.

La seconda conseguenza è di ordine politico. Come accade normalmente in tutti i Paesi anche da noi, in linea di massima, la ricchezza preferisce, non da oggi, farsi rappresentare politicamente dalla destra. Non c’è niente di male. Se non fosse però che una ricchezza asociale e antistatuale, come quella descritta, ha finito inevitabilmente per trasmettere questi suoi caratteri alla parte politica verso cui perlopiù convoglia il suo voto, condizionandone pesantemente il profilo ideologico e i comportamenti. Per non perdere tale voto, infatti, la destra politica italiana è stata spinta, lo volesse o no, ad assecondare regolarmente le pulsioni antisociali ed antistatali di quella parte così importante del proprio elettorato di riferimento. Ed è questo elemento che insieme ad altri ha impedito e impedisce alla destra italiana di incarnare il senso delle istituzioni e dello Stato così come di dare voce alta e forte alla dimensione degli interessi nazionali, secondo quanto avviene, invece, quasi dovunque altrove.

Esiste insomma oggi, in Italia, un grande problema politico della ricchezza, della gestione e della rappresentanza politica dei ceti abbienti, tra l’altro cresciuti quantitativamente negli ultimi anni a spese del lavoro dipendente. Tale problema riguarda principalmente la destra. La quale si è accontentata finora di seguirne pedissequamente i desiderata, senza neppure cercare di dare loro una prospettiva diversa da quella egoistica da essi naturalmente espressa. Con ciò però condannandosi ad una funzione politicamente subalterna e troppo spesso, se è permesso dirlo, eticamente alquanto penosa.

Ernesto Galli Della Loggia

Trova le differenze

Fra noi e la destra sui diritti LGBT le differenze ci sono. Cristiana prova a farle notare. Però, bisogna riconoscerlo, loro sono coerenti, e non si limitano ad attaccare il pride e giustificare le aggressioni, ritenendo provocatorio un bacio gay. I baci li vietano anche agli etero. Dovremmo esser altrettanto coerenti noi, nel combattere le discriminazioni. Tutte.

Un mondiale de sinistra

Claudio Cerasa fa notare che su 16 nazioni qualificate agli ottavi di finale di questi mondiali, 13 sono più o meno di sinistra.

Tra l’altro, delle 3 rimaste, una è stata già eliminata ieri. E non l’ha presa bene.

La giustizia calcistica è anche più lenta di quella nostrana, e ci ha messo 44 anni a restituire ai tedeschi quanto gli inglesi gli avevano rubato nel lontano ’66. Stavolta è bastato un errore arbitrale uguale e contrario ad opera, ironia della sorte, di un giudice di gara italiano. Sarà per questo che Capezzone si agita biscardianamente gridando al gomblotto?

L’insulto di fine regime

da Piovonorane

L’ultras berlusconiano Giorgio Stracquadanio, in una sola pagina web, riesce a definire “radical chic” Filippo Rossi e “destra chic” Flavia Perina.

L’epiteto di “destra chic” è stato varato meno di un anno fa, dedicato dal Giornale appunto a Fini e ai suoi. Ma nel gioco a massacro contro Saviano hanno anche inventato la parola “Gomorrachic”. E se guardate i giornali e siti di destra, la parola “chic” è una delle più usate contro ogni tipo di avversario, dalla Dandini all’inevitabile Gad Lerner.

Nel degrado italiano ormai basta aggiungere il suffisso chic a qualsiasi obiettivo polemico per screditarlo, senza dire assolutamente niente ma muovendo nella mente di molti delle leve prerazionali: l’avversario, in quanto chic, è infatti lontano dal popolo, è casta, ha la puzza sotto il naso.

Ragionare e pensare, informarsi e riflettere, tentare di migliorare se stessi, sono ormai attività gabellate come “chic”. E’ la riduzione estrema del pensiero, l’esaltazione del non coltivare se stessi, la semplificazione e la banalizzazione erette a rudi valori del popolo contro i rischi eristici della ragione.

Chi mi conosce sa che sono abbastanza lontano – per abbinamenti agghiaccianti del vestiario, maniere drammaticamente approssimative a tavola, lunga frequentazione del secondo anello di San Siro e diverse gare di rutti con mio figlio – dal rischio di essere definito chic. E temo quindi di avere le carte in regola per dire che chiamare chic l’avversario per screditarlo è un uso incivile e vigliacco, che andrebbe sradicato dal linguaggio politico a colpi di machete.

Anche perché, se ci si pensa un po’, fa venire in mente quelli che in Cambogia, nel 1979, venivano portati ai lavori forzati in campagna perché portavano gli occhiali, quindi erano intellettuali, quindi nemici del popolo.

Stracquadanio li avrebbe senz’altro definiti “cambo-chic”.

La nuova destra nascerà a Londra?

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da MyTube

Le “public schools” sono le scuole private britanniche. Da noi in Italia, nelle scuole private, in genere ci vanno o ci andavano i somari, gli alunni le cui famiglie sono disposte a pagare in cambio della certezza, o quasi, che i figli saranno promossi. In Gran Bretagna le scuole private costano care, intorno ai 30 mila euro di retta l’anno, ma sono le migliori del regno. Da secoli forgiano la classe dirigente di un paese che è stato, fino alla seconda guerra mondiale, l’ultimo grande impero della terra, e che dunque aveva bisogno di una classe dirigente coi fiocchi, capace di governare non soltanto la propria nazione ma il mondo. Il liceale uscito da una public school si riconosce quasi subito, per la suprema fiducia in se stesso che emana, per la disinvoltura con cui tratta argomenti e interlocutori più diversi, per la compostezza del carattere e la brillantezza dell’ingegno, per l’ironia e l’autoironia.

David Cameron e Nick Clegg sono entrambi usciti da public schools. Di Cameron si sa, è uscito da Eton, la scuola dei re e dei primi ministri (lui è il diciottesimo proveniente da lì). Ma anche quella di Clegg non scherza: Westminster si piazza, nelle graduatorie annuali del Times, puntualmente al secondo o terzo posto. E’ da lì che bisogna partire per capire l’armonica intesa, ribattezzata “love story” dalla stampa londinese, fra il premier e il vicepremier del nuovo governo britannico. Un governo di coalizione, in cui convivono il partito conservatore guidato da Cameron e quello liberaldemocratico guidato da Clegg. Il loro duetto nella conferenza stampa congiunta con cui hanno presentato il governo, mercoledì, ha colpito l’immaginazione dei media e dell’opinione pubblica, non soltanto inglese: sembravano due innamorati, scherzano i giornali, due fratelli, no due gemelli, anzi due cloni, ha scritto il Guardian, entrambi giovani (stessa età – 43 anni), aitanti, di bell’aspetto, spiritosi, entrambi con mogli belle e indipendenti, con nidiate di figli, entrambi prodotti dalle public school e poi dalle migliori università (Oxford per Cameron, Cambridge per Clegg - la loro alleanza è una Oxbridge al governo). Per forza che due così non fanno fatica ad andare d’accordo: parlano la stessa lingua, un linguaggio o meglio uno slang colto appreso sui banchi di scuola da quando avevano 14 anni. Niente di strano che la loro conferenza stampa sembrasse lo show di due veterani del cabaret, come quando un giornalista ha chiesto a Cameron se ripeterebbe quello che disse di Clegg in campagna elettorale, cioè che Clegg era un “joke”, una barzelletta, un pagliaccio. “Did you say that?”, ha chiesto Clegg, fingendo di arrabbiarsi. “I’m afraid I did”, ha risposto Cameron, fingendo di imbarazzarsi. Non ha risposto “oopps” e neanche “sorry”. Ha risposto: “Temo di sì”. Elegante anche nel fare una battuta.

Ma a Londra ci si chiede se, dietro questo accordo, non ci sia qualcosa di più delle public school e delle somiglianze anagrafiche. Philip Stephens, uno dei più autorevoli – e meglio informati – columnist del Financial Times, scrive oggi che forse, in fondo in fondo, Cameron ha preferito fin dall’inizio essere costretto a formare un governo di coalizione, anzichè farne uno da solo, sostenuto soltanto dai conservatori. Certo, non lo avrà fatto apposta, a vincere meno seggi di quelli necessari a dare ai Tories la maggioranza assoluta. Ma può darsi che il risultato deludente non gli sia poi così dispiaciuto, perchè l’alleanza con i liberaldemocratici di Clegg, con un partito di centro, che è di centro-destra su alcune questioni (economiche) e di centro-sinistra su altre (sociali, morali), può servire al suo piano.

Cameron aveva già spostato i Tories su posizioni di centro, prendendo le distanze da quelle delle Thatcher. Aveva già sotterrato vari tabù, dando il suo appoggio al ruolo dello stato nella sanità e nel welfare, pur rivendicando una responsabilizzazione individuale dei cittadini (la “Big Society”, la chiama lui, riecheggiando Kennedy). Del resto le posizioni di Tories, lib-dem e Labour, in campo economico, sono più vicine di quanto volessero far sembrare i loro slogan elettorali. Ma, secondo Stephens e altri osservatori, adesso Cameron sogna ancora di più e i lib-dem sono lo strumento che lo aiuta a sospingere il suo sogno. Non a caso chiama l’ alleanza con Clegg un governo “liberal-conservatore”, anzichè conservatore-liberale, come sarebbe giusto tenendo conto che il suo partito, i Tories, è molto più forte elettoralmente del lib-dem.

La sua idea, scrive il columnist del Financial Times, è “il più grande riallineamento mai intrapreso dal partito conservatore”: assai più di un matrimonio di convenienza con i liberali, bensì una fusione di valori e di intenti, per creare non soltanto una “nuova politica”, come lui e Clegg stanno ripetendo all’unisono, ma un partito nuovo. Una nuova destra o più esattamente un grande centro, in grado di presidiare il cuore dell’elettorato con la stessa forza esercitata a lungo dal blairismo, che fece l’operazione analoga, trasformandosi in modo da conservare l’idea di fondo – quella di aiutare i meno fortunati – ma con mezzi e programmi in grado di conquistare il consenso di tutti, o quasi tutti.

E’ troppo presto per capire se l’intuizione di Stephens è giusta. E’ prestissimo per prevedere cosa succederà al governo britannico: di certo ci saranno resistenze all’alleanza, da parte dell’estrema destra dei Tories e dell’estrema sinistra (o della maggioranza) dei lib-dem. Ma più della Merkel in Germania e di Sarkozy in Francia, certo più del partito repubblicano in America, sicuramente in modo diverso dal Pdl berlusconiano-leghista in Italia, David Cameron e il suo clone Nick Clegg potrebbero avere messo in moto un rinnovamento politico altrettanto interessante di quello avviato da Tony Blair e Bill Clinton sulle sponde opposte dell’Atlantico a metà anni Novanta. Il centro-destra europeo, e anche il centro-sinistra, faranno bene a seguirli con attenzione.

Opposti fascismi

A destra e a sinistra, oggi

Orienteering

Luca Sofri e Flavia Perina si trovano d’accordo nella difficoltà di trovare differenze… e se fosse semplicemente che il posizionamento politico, oggi, non è più monodimensionale?

[UPDATE: eppure, parole a parte, nei fatti le differenze permangono, eccome]

Italia si, Italia no, Italia boom?

Le riflessioni di Carlo, all’interno del circolo:

Lega Padrona

La cappa di piombo dell’asse Lega Nord-Berlusconi ha imprigionato l’Italia per soffocarla. Silvio Berlusconi è un cadavere politico che rimane in piedi e cammina sorretto dalle guardie della mummia padana Umberto Bossi.
Re Papi parla con lingua leghista che rischia di cancellare dal vocabolario la parola italiana. Sta consegnando il Nord Italia ai padanisti, venduto in cambio di un posto al Quirinale.

Fronte del Nord

Dopo la rottura di Tangentopoli sono 20 anni che governano i Signori del Nord e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Siamo messi peggio di prima.
Forza Italia ha creato la sua corte di lecchini, consiglieri ben pagati, e mignotte a buon mercato. Allo stesso tavolo si spartiscono favori e risorse. Avanti clienti e claque, via i meritevoli e gli spiriti liberi.
Roma ladrona piace ai parlamentari leghisti che non hanno mosso un dito per toccare privilegi e prebende. Sotto il comando della Lega Padana aumentano le diseguaglianze e si ripresenta come un tempo la corruzione. Ma alla canea vociante ego-xenofoba, al popolino bavoso pronto a sbranare bisogna dare in pasto il prossimo extra-comunitario.
I nuovi ricchi al potere hanno imbarbarito e impoverito il paese lasciando irrisolti i problemi di fondo della Repubblica. Prodi e l’Ulivo non hanno fatto di meglio e la loro azione è stata irrilevante.

La Crisi

E’ la crisi ad aver consumato la leadership via etere di Berlusconi e a rimettere in pista il corpo solido del partito leghista. La storia ha cambiato canale ma nello switch-off nazionale le trasmissioni sono rimaste sintonizzate sui vecchi programmi.
Nel cuore del sistema economico mondiale l’ometto nero alla guida di sinceri democratici ha sfidato potenti lobby assicurative e finanziarie per dare maggiore protezione ai più deboli (senza potere) e garantire ai cittadini un avvenire più giusto e pulito.
Ci sono tempi in cui il riformismo deve essere rivoluzionario perché non può avanzare se non scardina assetti consolidati e non ribalta lo stato di cose presente. La crisi produce una radicalizzazione.

Destra, centro-destra

La questione della soggettività politica non riguarda soltanto la regione politica del centro-sinistra/sinistra. Anche nel fronte avverso è in atto un processo di trasformazione politica. Dopo l’esplosione del sistema politico della Prima Repubblica a DC, PLI, PRI sono subentrati Forza Italia, Lega Nord, CCD e Alleanza Nazionale. In seguito Forza Italia con AN ha costituito il Popolo delle Libertà e vari pezzi dell’arcipelago ex-democristiano hanno formato l’UDC. Grosso modo questi sono gli attori politici fondamentali sebbene il panorama politico sia, visto da vicino, maggiormente articolato e frammentato.
Le caratteristiche della rappresentanza politica dell’universo di centro-destra/destra non sono le stesse che in passato. Il passaggio di mano nella conduzione non è avvenuto senza soluzione di continuità della soggettività politica. In questo senso, l’area intorno a Fini pone una questione di qualità della rappresentanza dentro le fila del centro-destra/destra. Essere passati dalla DC a Forza Italia-Lega Padana non è un problema da poco e ciò interessa eccome le forze del centro-sinistra/sinistra. Lo scontro in questo campo sarà e dovrà essere a tinte forti perché ne va del futuro del paese. In certi momenti della storia le carte si sparigliano. Quanto poteva sembrare innaturale in un contesto europeo una alleanza tra DC e PSI-PSDI? Tanto sarebbe una convergenza, in condizioni di attacco alla costituzione e di crisi della nazione, fra PD-IDV-Sinistra e Libertà, Area Finiana e UDC?

Patto repubblicano, costituzionale e italiano

Dopo Casini, Fini. E’ lo spostamento politico di Silvio Berlusconi, la sua connessione sempre più profonda col leghismo ad aver determinato una prima ed una seconda rottura nello schieramento di centro-destra.
Il registro della crisi è complesso e non consente semplificazioni. Ma la situazione critica ridisegna la geografia delle forze in campo rendendo più chiaro il carattere del confronto o del conflitto politico.
Il blocco sociale della destra perde consistenza e si assottiglia, ristrutturandosi diventa sempre più a guida leghista. Perciò comincia a cambiare la natura di questa parte politica.
Questo sommovimento, le cui caratteristiche composite vanno ricostruite, riconsegna alla discussione il tema della difesa dell’unità nazionale. La “secessione dolce” in tempi mobili e ruvidi fa in fretta a trasformarsi in separazione hard.
Il sommario della crisi dice indivisibilità della nazione, costituzione e lavoro.
Su tutti e tre i piani i segni di crepe e rotture sono evidenti. Quali e quanti devono essere i soggetti per rimettere a posto tutti i danni causati?
Quale potrebbe essere un percorso di riorganizzazione politica per dare un punto di riferimento stabile, forte e indicare una meta, un orizzonte al paese? Gli Stati generali dell’opposizione costituzionale?