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In cauda venenum

Di Ivan Scalfarotto

Con Paola Concia e altri delegati avevamo presentato un Ordine del Giorno all’Assemblea sulle unioni civili per le coppie gay, che impegnasse il Partito a sostenere le proposte di legge presenti in Parlamento firmate da deputati e senatori del PD. Tutto questo in considerazione della sentenza della Corte Costituzionale dello scorso aprile che invita il Parlamento a legiferare sulle unioni omosessuali, sentenza alla quale il Partito non ha ancora dato un seguito specificando la propria posizione. Altri OdG erano stati presentati – su proposta dei delegati della mozione Marino e non solo – sul testamento biologico e sul nucleare. Alla fine ci è stato chiesto di ritirarli per evitare di spaccare il partito su temi difficili senza una previa discussione. Così ci siamo accordati che Bersani avrebbe citato tutti questi punti nella sua replica e che avremmo rimandato la discussione alla prossima assemblea di dicembre a Napoli. Il problema è stato che Bersani ha dimenticato (sarei tentato da usare delle virgolette, ma lascio stare) di citare la cosa, riparando poi con un confuso richiamo a discorso concluso mentre già i fotografi si affollavano sotto il palco e i delegati applaudivano.

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In nessun paese

Se non ci pensa lo stato, c’è Google

Google, il colosso di Mountain View, non finisce di smentire la sua posizione di appoggio agli omosessuali. Da questo mese infatti le buste paga dei dipendenti gay o lesbiche statunitensi della società saranno più pesanti.

Da luglio i dipendenti omosessuali del colosso informatico americano potranno godere di un aumento di stipendio. L’aumento non sarà concesso ai dipendenti eterosessuali sposati poiché questi possono godere, col matrimonio, di maggiori sgravi fiscali.

L’extra, scrivono i giornali d’oltreoceano, controbilancerà le maggiori imposte sul reddito che gli omosessuali sono costretti a pagare per coprire le spese dell’assicurazione sanitaria dei loro partner e ammonterà a circa 1000 dollari ciascuno in più al mese. Cynthia Yeung, membro del team di sviluppo strategico di Google, avvisa che gli omosessuali potranno anche beneficiare dello stesso numero di ore di permesso concesso ai dipendenti eterosessuali per ragioni mediche o familiari.

Da sempre Google è stata impegnata nella difesa dei diritti delle persone omosessuali. La camera internazionale di commercio gay e lesbica internazionale (IGLCC) ha indicato Google come una delle 5 multinazionali più “gay friendly” del mondo. “Noi rispettiamo le convinzioni forti delle persone – ha dichiarato Sergey Brin, co-fondatore assieme a Larry Page nel ’98 del popolare motore di ricerca, – ma riteniamo che questa sia una battaglia per l’uguaglianza. Non dovremmo mai eliminare il diritto di ciascuno a sposare la persona che ama”.

CNRmedia

Troppo grandi per fallire, troppo piccoli per essere aiutati

Il Rapporto sui diritti globali 2010 è impietoso

Storie della domenica

In un paese in cui la polizia picchia un innocente, ma in pochi si chiedono se il problema non sia la sua innocenza ma il fatto che anche se fosse stato colpevole il manganello non è il modo con cui si amministra la giustizia…

In un paese dove il partito di governo chiama “culattoni” gli omosessuali, calpesta i diritti civili e mette in guardia gli oppositori con articoli minatori.

In un paese dove i datori di lavoro possono minacciare i dipendenti per futili motivi e arrivare a prenderli a frustate

In un paese così, l’arma disarmante diventa quella del perdono:

La settimana scorsa, la maestra napoletana Maria Marcello si era tuffata in una zuffa di bambini per separarli ed era stata colpita da un calcio che le aveva fracassato la milza. Al risveglio dall’operazione, le sue prime parole erano state irrituali: voleva rivedere il piccolo che l’aveva mandata all’ospedale e perdonarlo. Ieri il bambino le ha spedito una lettera di scuse, un mazzo di fiori e il vangelo della sua prima comunione. Libro Cuore? Può darsi.

Per me quella maestra è una rivoluzionaria e ha raccolto il frutto di un gesto non buonista, ma anticonformista. Esiste oggi qualcosa di più banale che vendicarsi delle offese subìte? Pare sia rimasta l’unica regola morale accettata da tutti: ogni torto va riequilibrato con un’offesa di segno uguale e contrario. Centinaia di film gialli e di curve ultrà non fanno che ripetercelo di continuo: l’onore, la giustizia e il rispetto si ottengono soltanto con la ritorsione. Un bambino ti spacca la milza? Che sia cacciato dal consesso urbano, umiliato lui e la sua famiglia. Così il bimbo crescerà avvelenato contro il mondo, in preda a un astio vittimista che i familiari non mancheranno di alimentare. Poi arriva una maestra da 1100 euro al mese che dice: «Ti perdono». E lo scenario di colpo si ribalta. Perché come fai a sentirti ancora vittima della società, quando la «tua» vittima ti chiede di stringerle la mano?
Il perdono è l’arma disarmante. Non puoi farci nulla: ti vince, ti conquista, ti redime. Ed è una medicina che alleggerisce il cuore di chi lo riceve, ma ancor più quello di chi lo offre.

Un paese civile

Dedicato a quelli che “Obama è come Bush”

Cose di sinistra

A Firenze il sindaco Renzi vara una misura per sostenere le giovani coppie in difficoltà con le rate del mutuo, mettendo a disposizione un fondo di garanzia di 250 mila euro. Quali coppie? Tutte, ovviamente: sposate e non sposate, eterosessuali e omosessuali, basta che abbiano meno di 35 anni. L’arcivescovo Betori è partito all’attacco. Si attendono i commenti di quelli che Renzi è un rutelliano ruiniano schiavo del Vaticano.

(Francesco Costa)

Diritti precari

Riceviamo da Gaspare Serra e pubblichiamo:

PRECARIETA’ E “FLEX SECURITY”: QUALE NUOVO MODELLO SOCIALE?

I termini “lavoro” e “precarietà” sempre più spesso sono impiegati in Italia come sostanziali “sinonimi”.
Le riforme del lavoro susseguitesi nell’ultimo decennio (dalla riforma Treu del centrosinistra a quella Biagi del centrodestra) si sono, infatti, caratterizzate per un tratto comune:
a-      l’introduzione di una notevole “flessibilizzazione del lavoro” (di nuove forme contrattuali a termine), da un lato;
b-      e la mancata previsione di “garanzie e tutele” specifiche per i lavoratori a termine (o la mancata estensione, in alternativa, delle tutele già previste per il lavoro a tempo indeterminato anche ai precari), dall’altro lato.

La normativa del lavoro vigente in Italia, dunque:
a-      se, da una parte, incentiva i datori di lavoro ad assumere “a tempo determinato” (essendo tali rapporti di lavoro sottoposti a trattamenti fiscali di favore e/o esenti dalle più stringenti maglie di protezione che proteggono il lavoro a tempo indeterminato);
b-      dall’altra parte, non incentiva affatto i datori di lavoro a valorizzare le professionalità dei precari stabilizzandoli nel tempo (dopo una sia pur opportuna fase iniziale di verifica della professionalità e del rendimento del lavoratore).

Il risultato combinato di tali politiche del lavoro d’impronta marcatamente “neo-liberista” è stato una incontrollata “precarizzazione” dei rapporti di lavoro in tutti i settori (soprattutto privati, ma spesso anche pubblici!).
Le logiche reali di funzionamento del mercato del lavoro sono divenute inequivocabili:
I-      le aziende ed imprese assumono sempre più nuovo personale (specie più giovane e con minori vincoli familiari possibili) ricorrendo a contratti a tempo determinato (di regola, della durata di tre o sei mesi)
II-     dopodiché le stesse, alla scadenza dei contratti, non si fanno molti scrupoli nel rinnovare all’infinito gli stessi contratti a termine oppure nel non rinnovarli affatto (preferendo assumere diverso personale o ridurre lo stesso!).
Il “mancato rinnovo” di un contratto a termine non è giuridicamente qualificabile come un licenziamento: l’effetto reale, però, è difficilmente distinguibile da un “licenziamento a tutti gli effetti”!

Questo “perverso” meccanismo pone le basi per una moderna forma di “schiavitù” del lavoro: il “precariato” appunto, un “limbo” senza regole in cui molti lavoratori sono costretti a rifugiarsi per mancanza di alcuna valida alternativa!
La precarietà del lavoro diviene così una forma legalizzata di “sfruttamento” del lavoratore, che comporta per quest’ultimo diverse conseguenze:
1-      una perdurante “incertezza nella percezione del reddito” (mancando uno stipendio fisso e garantito nel tempo);
2-      l’impossibilità di disporre di una formazione professionale continua (vista la “frammentazione del lavoro”);
3-      la “disparità dei diritti” tra i lavoratori precari ed i loro colleghi stabilizzati (essendo i primi, rispetto ai secondi, spesso privi persino dei più elementari diritti, come quelli alla malattia, alla maternità o alle ferie!);
4-      una totale e continua “soggezione al proprio datore di lavoro”, disponendo quest’ultimo di un potere contrattuale incomparabile (eccessive rivendicazioni da parte del lavoratore -come la pretesa del pagamento degli straordinari, delle ferie o dei periodi di malattia- generalmente condannano lo stesso al mancato rinnovo del proprio contratto di lavoro!);
5-      ed uno stato di stress psico-fisico dovuto all’“impossibilità di programmare la propria vita” con serenità (sposarsi, fare un figlio, acquistare una auto, chiedere un prestito…).

La flessibilità -sia chiaro- è un elemento del nuovo mercato del lavoro “insopprimibile”. Ciò non vuol dire, però, che non sia sottoponibile a regole e limitazioni volte a renderla un’opportunità per il lavoratore (piuttosto che un handicap!), una fase intermedia della propria vita lavorativa indispensabile (ma “temporanea”!).
Una “flessibilità spinta” (priva delle regole necessarie per riequilibrare i rapporti di forza tra le parti) è destinata a generare “iniquità e diseguaglianze” (tra lavoratori “protetti” ed i loro colleghi “precari”!).
Una “flessibilità sana” (o “socialmente sostenibile” o “flex security”), invece, dovrebbe rappresentare qualcosa di radicalmente diverso dal modello di “precarietà” oggi predominante! Raggiungere tale obiettivo, in ultima analisi, vuol dire bilanciare tutti gli interessi in campo (sia del datore di lavoro che del lavoratore).

A tal fine sarebbe opportuno:
1-      limitare le possibilità di “reiterazione continua” dei contratti a termine (sia con lo stesso lavoratore che con lavoratori diversi nel corso di un relativo arco di tempo);
2-      introdurre un sistema di “vincoli ed incentivi” per promuovere la stabilizzazione dei precari entro termini ragionevoli;
3-      rendere la “formazione continua” dei lavoratori (volta ad aumentare il loro valore professionale, valorizzandone meriti e talenti) sia un obbligo per le imprese che un diritto per i lavoratori;
4-      attuare “politiche per l’occupazione” (in specie in favore delle aree più depresse del Mezzogiorno), come sistemi di incentivi/agevolazioni ad assumere per le imprese e la riduzione del costo del lavoro (a partire dalla riduzione del cuneo fiscale);
5-      agevolare il lavoro autonomo e l’attività d’impresa “liberalizzando” le attività professionali (in primis, riformando gli ordini di categoria) e commerciali (semplificando le procedure amministrative richieste per l’apertura di una nuova attività);
6-      riformare il sistema degli “ammortizzatori sociali” (uniformando il più possibile le tutele dei lavoratori precari ed a tempo indeterminato);
7-      introdurre un “salario minimo garantito” per tutti coloro che perdono il lavoro (dalla durata ed entità stabilita in rapporto alla natura ed alla durata del contratto di lavoro);
8-      aumentare i controlli e le sanzioni in materia di “lavoro nero” (ogni lavoratore irregolare è, di fatto, un soggetto privato dei suoi diritti!);
9-      ed aumentare i controlli e le sanzioni in materia di “sicurezza sul lavoro” (per prevenire le “morti bianche”).

Per un nuovo anno d’amore

La roulette russa delle carceri italiane

E con questo fanno settanta soltanto nel 2009, cioè più o meno uno ogni cinque giorni.

E’ una strage in piena regola che si consuma nell’indifferenza generale: come se il fatto che qualcuno abbia compiuto un reato, e quindi si sia meritato giustamente la galera, autorizzi a pensare che delle sue condizioni di vita ci si possa allegramente disinteressare, anche se sono così disumane da indurlo ad ammazzarsi.

Il che equivale a dire che in Italia c’è la pena di morte, in una forma ancora più grave (se possibile) di quanto avviene nei paesi in cui essa è formalmente in vigore, perché non viene comminata da un giudice sulla scorta della gravità del reato compiuto, ma tocca in sorte ai singoli individui a seconda della loro capacità di sopportare il degrado in cui sono costretti a vivere, a prescindere dal crimine di cui si sono macchiati.

In simili condizioni uno stato depressivo, un momento di debolezza, perfino un attimo di scoramento possono risultare fatali: una vera e propria roulette russa, che il boia rimane a guardare pasciuto e indifferente, limitandosi ad un’indolente conta dei caduti.

Senza nemmeno l’incombenza di affilare l’ascia.

(da Metilparaben)