Ci fosse anche una sola buona ragione per sperare in un anno nuovo diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto ci sarebbe da rallegrarsi non poco nel celebrare le esequie di un “esercizio”, l’ennesimo, che chiude in perdita. Magari poteva andare peggio, come sosterranno gli ultras della maggioranza, o addirittura peggio di così non sarebbe potuto essere, libera traduzione dei cori intonati dalla curva ospite.
Nel mezzo ancora e sempre Lui, l’uomo che negli ultimi 15 anni è stato il metro col quale si è misurata ogni cosa, dal tacco massimo concesso nei meeting internazionali allo stato di salute di una democrazia. Colpa sua, dice chi lo mal sopporta da sempre, facendo finta di non sapere che il vuoto pneumatico di idee e che una certa tendenza a considerarsi più furbo degli altri non sono scoperte del diavolo della Brianza. Chiunque abbia non tanto un minimo di cervello, ma almeno un briciolo di memoria, può serenamente convenire che il niente di oggi è lo stesso niente di cui si parlava prima della grande epurazione che mise la parola fine alla poco gloriosa storia della prima Repubblica e che tutto il resto è inciso nell’elica del DNA dell’intero Paese.
Ma non è questo il punto. La ragione per cui c’è poco da sperare nell’anno che bussa alla porta sta nel fatto che passeremo altri 365 inutili giorni a contarci, o a contare gli altri, tra pro e anti Silvio fottendocene allegramente dell’unica cosa che conta, cioè dei fatti. Perché ormai è stabilito che di questi sia assolutamente inopportuno occuparsi. O meglio, volendosene occupare, occorre rassegnarsi all’idea che chiunque sollevi critiche si ritroverà arruolato tra le schiere dei nemici giurati di Berlusconi e che chiunque, fa niente se è lo stesso di prima, oserà mostrare segni di approvazione, finirà per vedersi consegnare una tessera onoraria del PdL.
(da Giornalettismo)