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Che cosa siamo se non europei?

dal blog di Luca De Biase

Jean-Claude Juncker, primo ministro del Lussemburgo ha detto, tempo fa: “Sappiamo esattamente quali politiche adottare per rilanciare l’Europa. Ma non sappiamo come farci rieleggere quando le avessimo adottate”.

La citazione viene da un bel pezzo sull’Europa dell’Economist che propone una visione dotata di un sano ottimismo della ragione…

La strada non socialdemocratica

di Sandro Gozi

Le numerose sconfitte subite in Europa da socialisti e socialdemocratici, soprattutto negli ultimi due anni, il successo delle forze liberali di sinistra e ecologiste – come nel Regno Unito, in Olanda o in Francia – ci obbligano ad alzare la testa, guardare un po’ più in là e interrogarci sulle vere questioni politiche di fondo per il futuro del centrosinistra italiano ed europeo. Quando la maggioranza dei governi in Europa e Stati Uniti erano progressisti, non é stato veramente elaborato un pensiero politico alternativo al neo-capitalismo liberista di Reagan e Thatcher.

Ed è forse quella la ragione per cui anche di fronte al crollo di quel modello, che ha ispirato gran parte delle destre europee, oggi le forze socialiste non appaiono come un’alternativa credibile. Questo è il problema. Quali sono la cause principali del fallimento della socialdemocrazia e di cosa ha bisogno un nuovo progressismo oggi? Una delle cause principali è quella di aver accettato crescenti disparità di reddito. Siamo passati da una disparità di reddito di 1 a 10, considerato accettabile ai tempi del boom economico degli anni ’60 ad un rapporto di 1 a 400 e oltre…Registriamo delle punte in cui un mese intero di lavoro di un operaio è minore ad 1 ora di retribuzione del manager di quell’impresa! Perché i riformisti quando erano al governo non hanno avviato un movimento verso un sistema più equilibrato? Cosa hanno fatto per evitare questa deriva finanziaria del capitalismo globale? Si sono accorti della radicale perversione del modello neocapitalista? Sembra proprio di no. Il dibattito sul riformismo sinora non ci ha portato molto lontano. Anzi, ci ha lasciato – in Europa – privi di munizioni nel momento in cui le destre al potere, dopo essersi adoperate per quindi anni a buttare fuori lo stato dall’economia, hanno riscoperto le virtù dell’economia sociale di mercato. La lotta di Obama per un nuovo sistema sanitario, il braccio di ferro contro Wall Street sono delle svolte epocali. Ma noi progressisti europei l’abbiamo veramente capito? Il progressismo europeo deve allora indicare una nuova via liberandosi di schemi e riflessi che risalgono a prima del crollo del muro di Berlino. In Italia, il Partito democratico non può servire a rileggere la nostra storia, per relativizzare ad esempio gli errori storici che il Pci ha compiuto, dall’opposizione al mercato comune nel 1957 al no al sistema monetario europeo del 1979. L’europeismo di de Gasperi e La Malfa e l’eurocomunismo di Berlinguer non sono state la stessa cosa né possono essere messe oggi sullo stesso piano. Ma vivere il XXI secolo vuol dire andare oltre anche a questo.

Il rischio che corriamo, infatti, è di inseguire perennemente il nostro passato politico, dimenticando che la sfida è fuori, è nel rapporto con la profonda trasformazione che attraversa la società. Il punto allora non è collocarsi nella tradizionale e logora toponomastica – sinistra, centro, destra con tutte le sue sintesi e variabili – ma riuscire a rappresentare una società sempre più complessa attraverso una nuova azione politica. Il vuoto ideologico nel quale ci troviamo richiede una revisione profonda capace di superare la tradizionale inerzia del socialismo europeo e di riconoscere gli errori della “terza via”. Ciò significa innanzitutto affermare il primato della politica e lottare contro le crescenti disparità di reddito e le derive finanziarie dell’economia. Il centrosinistra europeo oggi deve rivolgersi all’intera società (anche perché la sinistra non ha più il “suo” popolo), riaffermare in modo radicale la promozione di diritti civili e superare, nei fatti, logiche e categorie mentali del ’900. Le istanze di lavoratori, artigiani, piccole imprese, ad esempio, non sono diverse tra loro, di fronte alle enormi concentrazioni di potere e di denaro, alle nuove oligarchie finanziarie nazionali e globali. Non si tratta peraltro di salvare il capitalismo – si salva da solo – né di rifondarlo, ma di collocare al centro il lavoro e la produzione reale. E dobbiamo «globalizzare» la politica. Le ragioni sono note: i mercati globali, la mobilità dei capitali, l’evoluzione tecnologica hanno indebolito i poteri di intervento dello stato; sotto la spinta dei nuovi populismi nazionalisti e a causa della timidezza e delle esitazioni delle forze europeiste, una logica miope e intergovernativa è prevalsa in Europa.

Occorre allora proporre un nuovo modello basato sulla europeizzazione dei partiti politici nazionali, la creazione di un vero spazio politico europeo e la piena realizzazione di quella vita democratica enunciata nello stesso trattato di Lisbona. Per farlo, la via non può essere quella di rifondare la socialdemocrazia. Né il dibattito nel Pd può limitarsi al rapporto col Pse – nostro alleato nel parlamento europeo – che potrà essere un nostro partner molto stretto, ma non il nostro partito europeo. Occorre infatti superare le tradizionali divisioni politiche, novecentesche, tra le diverse forze di centrosinistra: socialisti, liberali di sinistra, democratici, verdi. Non per replicare su scala europea l’esperienza italiana ma per costruire una nuova proposta europea, nuove alleanze politiche tra forze e partiti riformisti di cui il Pd potrà essere protagonista credibile proprio in quanto libero da appartenenze alle famiglie politiche oggi esistenti in Europa. Su questo però, a giudicare dai dibattiti in Italia (e in Europa), c’è ancora molto lavoro e molto ricambio da fare.

Uno spettro si aggira per l’Europa

di Aldo Bonomi

C’è un nuovo fantasma che si aggira per l’Europaad agitare i sonni delle élite e delle opinioni pubbliche liberali:
il populismo. Dai crescenti successi di partiti apertamente xenofobi ed antieuropei come l’ungherese Jobbik, l’olandese Pvv o l’italiana Lega Nord, fino alle piazze della Grecia in fiamme, populismo è diventata etichetta politica di cui si fa uso con sempre maggiore frequenza nei circuiti massmediali, nei dibattiti, nelle accademie.

La storia del secolo appena trascorso ci insegna quanto il populismo sia concetto da maneggiare con cura. In particolare due sono le fenomenologie con cui l’Europa oggi deve fare i conti: da un lato, l’emergere di un comunitarismo del rinserramento e dell’esclusione teso a rifondare un “noi” puro ed esente da fratture e contraddizioni da contrapporre “all’altro” straniero; dall’altro lato, il crescere di una tendenza livellatrice antielitaria e antiestablishment insita storicamente nella democrazia, espressione di una società civile che chiede alla politica di rispettare il dogma dell’uguaglianza, sviluppando una critica corrosiva e iconoclasta dei fondamenti stessi della rappresentanza politica. Una duplice identità che rappresenta anche la cifra per leggere il caso italiano, per molti versi laboratorio europeo del moderno populismo. Rinserramento nel locale, vitalismo economico e radicalismo democratico rappresentano il cocktail esplosivo che attraversa la storia politica dell’Italia degli ultimi venti anni e che è alla base dell’affermarsi come attori determinanti di tre culture populiste: in primo luogo, il populismo leghista a base etno-territoriale, partito dalle vallate alpine, radicatosi nelle piattaforme produttive pedemontane e oggi dilagato oltre la linea del Po; quindi, dalla metà degli anni Novanta, l’emersione del populismo carismatico del tycoon Berlusconi, capace di coagulare in un nuovo blocco storico leghismo, postfascismo e individualismo proprietario dei nuovi ceti d’impresa; infine, il populismo mediatico e progressista, incarnato prima dalle piazze virtuali degli anni Novanta e dal primato della rappresentazione di una società civile dai gusti postmaterialisti, passato poi per il radicalismo pseudoazionista dei “girotondi” e oggi interpretato dal giustizialismo radicale dell’Italia dei Valori e del “grillismo”.

Tuttavia, se l’Italia rappresenta uno degli epicentri del fenomeno, sempre più è l’intera Europa, vecchia e nuova, a essere costellata di focolai del nuovo incendio. La crisi globale ha certamente dato nuova linfa a un fenomeno che da sempre trova nelle crisi economiche e sociali l’humus ideale.
Da qui l’identificazione del nemico nel big business, nella grande finanza come negli immigrati, nei media come nella classe politica. Con la tentazione di rimettere indietro le lancette dell’orologio della postmodernità e della globalizzazione. Una tentazione che oggi non percorre più soltanto strati sociali deprivati o sottoproletari, spezzoni di classe operaia naufraghi di un fordismo della grande fabbrica ormai quasi scomparso dalla scena europea. Sotto i morsi di una crisi che mette in discussione le certezze di status di vaste fasce di ceti medi vecchi e nuovi, le basi sociali del populismo oggi tendono ad allargarsi agli strati inferiori di quei ceti d’impresa e intellettuali che fino alla crisi si erano illusi di poter cavalcare la tigre della globalizzazione finanziaria.
Questo assemblaggio di un blocco sociale populista europeo assume forme diverse a seconda dei modelli di capitalismo in cui si radica.
Dunque, ne emerge un quadro europeo molto variegato, soprattutto dal punto di vista delle basi sociali del fenomeno populista in cui comprendere almeno: l’Italia del capitalismo di territorio e più in generale le nazioni dell’arco alpino in cui il fenomeno populista si radica soprattutto in una dimensione localista e territoriale, partendo dai ceti di piccola impresa e sancendo una divisione tra culture e ceti delle metropoli terziarie e del contado manifatturiero; il modello francese fondato sulla forza dello Stato centrale che produce un populismo sarkoziano e lepeniano imperniato su una coalizione tra ex classe operaia e borghesia repubblicana solida e tradizionale; il modello anglosassone diviso tra un populismo xenofobo e di estrema destra, come quello del British National Party, e un plebiscitarismo blairiano progressista e metropolitano che, a partire dalla specializzazione finanziaria e terziaria del suo capitalismo, ha prodotto una coalizione tra zoccolo duro della working class, porzioni di borghesia liberista globalizzata e componente postmaterialista dei ceti terziari metropolitani; poi il populismo antislamico, antitasse e contrario allo Stato sociale sviluppatosi in Paesi come Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia, caratterizzati da un capitalismo anseatico fondato su alti tassi di innovazione tecnologica e un forte welfare state; infine il populismo più apertamente xenofobo, anti Ue e apertamente legato a nostalgie nazionalistiche, sviluppatosi nella destrutturazione dei legami sociali ed economici che caratterizza il modello delle società dell’Est europeo postcomunista.
La generalità del fenomeno populista e la velocità della a differenza del vecchio poujadismo ruralista francese degli anni Cinquanta, oggi il populismo è espressione delle trasformazioni epocali che nell’arco dell’ultimo trentennio hanno mutato il volto economico, sociale e politico dell’Europa. Esso è oggi elemento costituente di una fase storica dominata dalle passioni tristi di un’Europa che sembra aver smarrito il senso del suo futuro comune. Passioni tristi perché prive dell’armatura ideologica progressista e quindi poco capaci di mangiare futuro e guardare in avanti. Passioni caratterizzate più dalla dissolvenza che dalla forza delle due radici identitarie al centro della cultura europea, l’etnos e il demos, l’etnia e il popolo sovrano. Entrambi messi in discussione e logorati dalla dimensione dei flussi globali, ma la cui reinvenzione è alla base dei populismi moderni nelle due versioni del “populismo protestatario”, nostalgico della sovranità radicale del demos e dei suoi diritti e del “populismo identitario”, centrato sulla comunità originaria, indicata dalle retoriche populiste come spazio della salvezza per quei popoli e ceti per i quali l’affermarsi della società liquida ha rappresentato un trauma. Non è un caso, infatti, che il moderno populismo inizi la sua lunga marcia proprio a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, quando iniziano a incrinarsi gli equilibri sociali e politici dei “trenta gloriosi anni” di sviluppo fordista-keynesiano e le prime liste di protesta fiscale e antiburocratica, con i loro improvvisi successi elettorali, scuotono lo statico panorama dei sistemi partitici europei. Da allora, tra alti e bassi, la tendenza alla crescita dei consensi non si è più fermata, arrivando a superare alle elezioni europee del 2009 la media complessiva del 10% dei voti, ma raggiungendo la punta del 15% in Ungheria, di oltre il 16% in Austria (sommando Fpo e Bzo), 17% in Olanda con il Pvv, fino al 22,9% del Partito del progresso della tranquilla Norvegia o il 28,9% raggiunto dalla svizzera Udc (VEDI TABELLA IN BASSO).
Ma è soprattutto il rigetto per la costruzione europea il leitmotiv che, accanto alle propensioni xenofobe, fa da propulsore alla crescita del fenomeno populista in un’Europa chiusa nella retorica finanziaria dell’euro e in difficoltà nell’essere motore di nuova coesione sociale in grado di attenuare le spinte alla chiusura identitaria. Gli stessi imprevedibili esiti della crisi greca sono probabilmente destinati a far esplodere questa contraddizione, sia nel caso di successo del salvataggio dall’alto del Paese ellenico (esasperando il volto tecnocratico e finanziario dell’Ue), sia nel caso di un avvitamento della crisi, con un effetto domino sull’intera costruzione europea. D’altronde è proprio la sua natura tecnocratica, insieme all’affermarsi di istituzioni regolative e poteri sovranazionali sempre più esterni ai circuiti della rappresentanza, ma sempre più cruciali quanto a beni e tematiche ricomprese nella propria sfera di influenza,
che potrebbe favorire (anche sulla spinta della crisi) una saldatura tra i due populismi, quello protestatario e quello comunitarista e xenofobo.
Una saldatur pericolosa, per evitare la quale proprio la ripresa dell’Europa come spazio del fare società e di un nuovo cosmopolitismo “caldo” rappresenta il più difficile, ma anche l’unico antidoto.

Ricchi e poveri

Berlusconi ha dichiarato in sede europea “Siamo i più ricchi in Europa”. E’ vero. Si riferiva però alla sua famiglia: i Berlusconi sono i più ricchi in Europa, o giù di lì. Obiettivo centrato.

Le tasse locali aumentano, ma mentre la giunta di destra alla provincia di Bari spreca soldi nell’ennesimo auto-aumentarsi gli stipendi e il comune di Palermo è sommerso dai rifiuti, il sindaco di Cassinetta, oasi di centrosinistra nella “padania” leghista e pidiellina, mostra la strada da seguire, con una gestione oculata del territorio che lo rende amatissimo dai cittadini e ne fa esempio per tutti i comuni italiani.

Sempre restando alle amministrazioni locali, la Consulta ha bocciato il ricorso del Governo contro la regione Toscana, che offre trattamento sanitario gratuito agli immigrati, anche se privi del permesso di soggiorno. Ma mentre la lega lamenta “razzismo contro i toscani” il governatore Rossi rilancia: ora al lavoro per diritti di cittadinanza e politici.

La crisi, intanto, colpisce anche Don Verzé, costretto a elemosinare fondi per il San Raffaele alla neolaureata Berlusconi, in sede di proclamazione e in presenza del padre.

Ma dalla povertà c’è chi esce con la cultura e l’innovazione: in India il 3% del bilancio annuale viene investito per l’educazione, e per le scuole indiane sono appena riusciti a creare un computer da 35 dollari.

Il governatore rilancia: ora al lavoro per i diritti di cittadinanza e quelli politici

D’Alema in Europa spaventa il Pd

da Cerazade

Domani Massimo D’Alema sarà eletto alla presidenza della più importante delle fondazioni politiche europee, la Feps. La questione ha scatenato un bel dibattito, soprattutto sul Foglio. La scorsa settimana, Andrea Peruzy (segretario generale della fondazione Italianieuropei di cui D’Alema è presidente) ha presentato la piattaforma programmatica dell’eurodalemismo. Peruzy propone di ispirarsi alla migliore tradizione socialdemocratica per costruire una new left. Come potrete immaginare, i cattolici del Pd si sono incazzati. Prima Mauro Ceruti. Poi Giorgio Tonini. Infine Gianluca Susta, europarlamentare del Pd, e vicepresidente dell’Asde. Sentite cosa ci ha detto quest’ultimo e soprattuto cosa ci ha detto Ceruti

“La prossima elezione di D’Alema alla presidenza della Feps va salutata con soddisfazione, ma se il senso di questa nomina è quello spiegato sul Foglio da Andrea Peruzy proprio non ci siamo. Un anno fa avevamo dato vita al gruppo dei Socialisti & Democratici all’Europarlamento non certo per riformare dall’interno un socialismo europeo ormai asfittico. Altre erano per noi le ‘regole d’ingaggio’: creare una moderna forza riformista, oltre il socialismo, insieme con altre famiglie politiche, sul modello del Pd. Quell’obiettivo non è stato raggiunto. Anzi non abbiamo neanche più quel Pd! Forse è vero che la socialdemocrazia sopravvive a se stessa, ma è anche vero che il modello sociale europeo e la crisi delle finanze pubbliche esigono forze politiche europeiste capaci di favorire il regolato liberarsi delle energie inespresse della società europea e non il ritorno allo statalismo socialista. Non ci basta, quindi, una nuova socialdemocrazia e non basta neanche al Pd se vuole tornare a essere percepito come una innovatrice, europeista e democratica alternativa alla destra”.
Gianluca Susta

Il Pd è nato per promuovere l’incontro di culture politiche riformiste e riformatrici con radici diverse, in passato anche in conflitto fra loro. La prospettiva di Peruzy (e di D’Alema?) sembra prospettare il contrario: riproporre in Europa l’autosufficienza del modello socialdemocratico per rigenerarla in Italia. Ma ciò vuol dire dichiarare la fine al progetto del Pd. Basta la logica, non c’è neppure bisogno della politica.
Ho avuto l’onore di partecipare alla fase “costituente” di questo partito, come relatore della Commissione incaricata di elaborarne il Manifesto dei valori. Particolarmente appassionante fu il dibattito generato proprio dall’incontro di sensibilità e di culture politiche diverse, in particolare la tradizione della sinistra riformista, la tradizione riformatrice del cattolicesimo democratico, le culture politiche liberali e le più recenti culture politiche dell’ambientalismo e della differenza di genere.

Mauro Ceruti


Salvatore d’Europa

Dal comunicato stampa del Governo italiano relativo alla “positiva conclusione del Vertice di Bruxelles a sostegno dell’euro.” (via .mau.).

Un impulso fondamentale allo sblocco dei serrati negoziati sul piano di salvataggio dell’euro ieri all’Ecofin l’ha dato il Presidente Berlusconi quando, poco prima dell’1 di notte, ha chiamato al telefono il Cancelliere Merkel [...]

La lotta contro il tempo per arrivare ad un risultato utile prima dell’apertura dei mercati asiatici si faceva, quindi, sempre più serrata. In questo contesto si moltiplicavano i contatti tra le cancellerie e i relativi sherpa, impegnati a trovare una soluzione che potesse soddisfare le rispettive esigenze. [...]

A complicare ulteriormente lo scenario stava contribuendo purtroppo l’improvvisa indisposizione del ministro delle Finanze tedesco.

Non sono le bugie a fare il male, ma sono coloro che le prendono per verità.

“L’Unione europea è malata di catastrofismo”

Da una persona che misura il riscaldamento globale sul suo raffreddore, vi aspettavate qualcosa di diverso?

Le bouffon de l’Europe

Secondo L’Express, l’articolo qui

I segreti indicibili della sindacalista

da Europa

Benvenuti nella nuova politica.
Vi ci porta una campionessa della società civile accolta con entusiasmo bipartisan. Appena qualcuno (Libero, non Europa che ha aperto il caso e non mollerà l’osso) ha rivolto a Renata Polverini una domanda che a Ballarò non le hanno mai fatto («È vero che il tesseramento dell’Ugl è gonfiato?»), lei ha risposto come mai s’era sentito fare né da un candidato nuovista né da un sindacalista: «Non intendo rispondere a queste domande nell’interesse dei lavoratori italiani, dovrei dire cose che non posso rivelare».
Alla faccia della trasparenza, ci si nasconde perfino dietro l’interesse dei lavoratori per giustificare una pratica che immaginiamo quali frutti darebbe, se applicata alla Regione Lazio.
La risposta della Polverini ci ha preoccupato, anche perché arrivava nello stesso giorno di una amichevole intervista di Epifani all’Unità, piena di carinerie verso la collega scesa in politica. Vuoi vedere che «le cose indicibili» della Polverini riguardano un malcostume che coinvolge tutto il mondo sindacale, anche per questo solidale con la collega? Per fortuna non è così. Per esempio la puntata di oggi dell’inchiesta di Europa si basa proprio sulla denuncia di altre confederazioni – comprese Cisl e Uil – rispetto al tesseramento Ugl. L’abbiamo chiamata «soluzione dieci per cento»: dieci iscritti veri diventano cento negli elenchi del sindacato “modernizzato” dalla Polverini. E così si spalancano, a danno di altri più rappresentativi, le porte dei consigli d’amministrazione di Cnel, Inps, Inpdap…
Si potrebbe dire: cose del passato. Non è molto rassicurante neanche il presente, però.
Per esempio ha il nome di Claudio Fazzone, forzista recordman delle preferenze nel Lazio, ras di Latina e in particolare di Fondi, l’uomo che è riuscito a difendere anche contro il Viminale quel consiglio comunale infiltrato dalla camorra. Con la Polverini diventerebbe assessore alla sanità: il lupo a guardia delle pecore. È la società civile d’ultima generazione.

L’identità degli esclusi

Quando un musulmano va in Occidente, e in particolare in Europa, gli viene detto che è musulmano: non europeo. E questo rinforza la sua idea di identità musulmana. Vi faccio l’esempio del Pakistan, dove sono ora: qui il 97% della popolazione è di religione islamica e la definizione di musulmano non ha senso. A parte la professione di fede e il Corano, sono pochi i punti su cui ci si mette d’accordo. Ma in Europa, qualunque sia la tua opinione sull’Islam, tu sei un musulmano. Così vieni etichettato. Questo perché l’Europa sta cercando di darsi un’identità e in mancanza di meglio si riconosce come non-musulmana: del resto, cosa hanno in comune un siciliano e un finlandese? La conseguenza però è che molti musulmani che prima non si erano mai pensati come tali, ora lo fanno: è in Europa che si crea l’identità degli esclusi.

Mohsin Hamid