In Italia di diritti del lavoro ne esistono due: quello che è scritto sulla carta, quello dello Statuto dei Lavoratori, e quello che invece tocca ai milioni di persone che sono entrate nel mondo del lavoro con un contratto atipico e che non hanno in molti casi nessuna garanzia e nessun diritto.
Parlo di quelli che hanno contratti a progetto per anni, che ti viene da chiedere se il progetto sia per caso il canale di Panama o forse la diga di Assuan. Quelli con la partita IVA che fanno i correttori di bozze nei giornali. Quelli con contratti a termine intermittenti come il singhiozzo, per poter aggirare i limiti di legge. I giovani avvocati che fanno praticantati pluriennali lavorando, gratis come schiavi, per i titolari degli studi. Insomma, i milioni di italiani che lo Statuto dei Lavoratori, nella migliore delle occasioni, l’hanno studiato sui libri e che hanno le stesse possibilità di avvistarlo che avrebbe un turista di veder spuntare un lucertolone dalle acque melmose del Loch Ness.
Fino a oggi il PD su questo tema cruciale non è riuscito a trovare una posizione univoca, ma si era dato per accertato che su un punto ci fosse un accordo sostanziale: i quattro progetti di legge depositati in Parlamento (primi firmatari Nerozzi, Ichino, Bobba e Madia) hanno tutti, con diverse modalità, l’obiettivo di ridurre ad unità il diritto applicabile a coloro che abbiano un lavoro subordinato regolare a tempo indeterminato. Un obiettivo importantissimo, da raggiungersi attraverso un contratto di lavoro unico, come per esempio indicato nella proposta di legge Nerozzi (che ha recepito la proposta Boeri-Garibaldi): tre anni di contratto durante il quale si può essere licenziati per motivi organizzativi con il pagamento di un’indennità che cresce con l’anzianità, e poi la conversione a tempo indeterminato.
Attenzione a un punto importantissimo: con il contratto unico i nuovi assunti sarebbero coperti immediatamente dalla protezione di cui all’articolo 18 per tutti i casi di licenziamento disciplinare, “contra legem” e discriminatorio e avrebbero naturalmente tutti i diritti propri di un lavoratore dipendente: ferie, malattie, maternità, formazione professionale, tutte quelle cose insomma che si pensa siano conquiste garantite dai tempi della rivoluzione industriale e di cui invece un enorme numero di lavoratori italiani (essenzialmente giovani) oggi non usufruiscono.
Nei primi tre anni di impiego, dunque, i diritti dei nuovi assunti sarebbero di molto allargati, non compressi: non si avrebbe diritto alla possibilità di essere reintegrati nel posto – diritto di cui nessun precario oggi gode – ma si recupererebbe pienamente la dignità del proprio lavoro. Naturalmente nessuno dei quattro progetti di legge tocca poi in nessun modo i diritti acquisiti da chi oggi ha un contratto a tempo indeterminato: le proposte avrebbero ovviamente effetto solo per i nuovi ingressi nel mondo del lavoro.
Se qualcuno a bruciapelo mi chiedesse per quale motivo perdiamo e per quale motivo le persone che incontro mi chiedono del Partito come se mi chiedessero di un comune parente malato di cui vogliono notizie, direi che il problema sta tutto nel fatto che l’Italia di cui sento parlare nelle riunioni a Roma (nei circoli in giro per l’Italia è tutta un’altra storia) io non la vedo più da tanto tempo.
Questo pensavo in un’importante incontro cui ho partecipato la settimana scorsa e che doveva proprio servire a trovare un punto d’accordo sui temi del lavoro. La discussione ha preso subito una piega completamente diversa da quella che ci si sarebbe aspettati dopo la lettura dei nostri progetti di legge e del dibattito sui giornali. Il precariato, ha in sostanza detto il responsabile economia del partito Stefano Fassina, non nasce da una richiesta di flessibilità delle aziende ma da una mera convenienza economica, sennò non si spiegherebbe perché molte aziende piccole (dove l’articolo 18 non si applica) pure offrono contratti flessibili: aumentato dunque il costo dei contratti atipici vedrete che le imprese offriranno a tutti contratti a tempo indeterminato.
Insomma, siamo usciti di là rendendoci conto che una parte numericamente e politicamente importante del partito pensa realisticamente di poter promettere ai giovani italiani un contratto regolamentato dallo Statuto dei lavoratori di quaranta anni fa, dimenticando quali fossero i tassi di disoccupazione prima dell’introduzione delle prime forme di flessibilità e pensando che la nostra economia, con la globalizzazione e l’euro, possa permettersi oggi di offrire a tutti contratti con le medesime garanzie che oggi hanno coloro che hanno vent’anni di carriera alle spalle nelle imprese medio-grandi e nel settore pubblico.
Peggio ancora, non rendendosi conto che nel paese esistono 2 milioni di contratti a termine, 1 milione di contratti a progetto, centinaia di migliaia di false partite IVA che non crederanno alla possibilità che questa promessa si avveri perché, come ha ben detto Pietro Ichino nel suo intervento in Direzione nazionale sabato scorso, alla fine “alla rigida stabilità di una metà dei rapporti di lavoro dipendente il sistema risponde necessariamente collocando tutta la flessibilità sull’altra metà”.
Mi sono occupato professionalmente di lavoro per anni, mettendoci dentro le mani, e l’ho fatto seguendo queste tematiche in Italia e in molti altri paesi dal Sud Africa al Kazakhstan. Ho visto la più grande varietà di cose, ma mi sono convinto che c’è una regola che vale ad ogni latitudine: non c’è miglior garanzia per un lavoratore che lavorare in un’azienda prospera e non c’è miglior opportunità per un’azienda che avere una forza lavoro motivata e leale. In un’economia sana le relazioni industriali non sono per forza conflittuali e non c’è bisogno di dire per legge all’imprenditore quali sono le cose giuste da fare per sviluppare il capitale umano della sua impresa. Poi, certo, esistono datori di lavoro che sono degli sfruttatori e lavoratori non particolarmente motivati, ed esistono momenti nei quali gli interessi dell’azienda divergono da quelli dei lavoratori: per questo esiste il diritto del lavoro. Peccato che in Italia continuino a esisterne due, che per qualcuno significa nessuno.