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PD: l’incapacità principale è nella sua comunicazione

da Anellidifumo

Sono incappato in un meraviglioso articolo scritto da Claudio Cerasa per Il Foglio, che spiega in modo veramente cristallino quale sia il principale problema del Partito Democratico: la sua incapacità comunicativa e linguistica. Nel mio piccolo, con Anellidifumo prima e con Anellidifum0 adesso, ho sempre sostenuto questa teoria. La comunicazione politica è uno dei campi che mi affascinano e nei miei studi sul Senatore McCarthy, uno dei massimi maghi della comunicazione politica del Novecento (ma attenzione: non della comunicazione televisiva, che fu proprio l’handicap che lo fece tramontare), ho più volte ribadito ciò che in fondo tutti noi sappiamo: se vuoi candidarti a guidare il Paese, occorre che la gente – tutta, soprattutto la meno scolarizzata – ti capisca e ti percepisca come emotivamente vicino.

Essere chiari. Non usare, per un politico italiano, il latino o l’inglese o altre lingue in campagna elettorale.

Ripetere: ripetere pochi concetti, poche frasi, poche idee ben precise. Tornare a ripeterle e ricordare al pubblico di averlo detto. Che poi è un elemento base dei manuali di propaganda (non solo politica) dai tempi dell’invenzione della radio, eh, non è che sia roba nuoverrima.

Parlare a tutti, non avendo paura di dire ciò in cui credi. Vuoi dare l’asilo nido a tutti quelli che hanno figli, e soprattutto a chi ne ha di più e ai più poveri? Il tuo slogan sia: “Un asilo per tutti i figli”. Che, implicitamente, contiene elementi difficili da far accettare ai più intolleranti e meno scolarizzati, tipo “anche per i figli degli zingari e degli immigrati e dei miliardari in euro” ma non c’è bisogno di starlo a sottolineare. Il messaggio che passa è quello semplice. Tu ripetilo mille volte ovunque tu vada, e sarai ricordato “come quello degli asili a tutti”. Parlare a tutti significa lasciar entrare un pochino di populismo, non c’è dubbio. Può far storcere il naso agli alto borghesi il quid di populismo, ma le elezioni politiche sono l’eccellenza del popolare e del populistico. Guardate all’oratoria dei grandi capi politici italiani di oggi: forse che manchi un quid di populismo in Berlusconi, Bossi, Fini, Casini, Grillo, Di Pietro, Vendola? Chi più, chi meno, certo. Ma c’è in tutti, e poi sta a te saper non eccedere. Continua a leggere

La tag cloud del discorso di Obama

da Il Post

L’immagine qui sotto è la rappresentazione visiva del discorso alla nazione del presidente statunitense sul ritiro delle truppe dall’Iraq. La “tag cloud” comprende le parole più utilizzate da Obama e citate almeno tre volte durante il proprio discorso. Le parole “Iraq” e “guerra” sono inevitabilmente preponderanti e superano di gran lunga la parola “pace”. Obama ha orientato il proprio discorso verso il futuro e la sicurezza del paese invaso nel 2003. Da notare l’utilizzo dei verbi “abbiamo” e “dobbiamo”, dunque in prima persona plurale per coinvolgere maggiormente i cittadini statunitensi.

Dalla FGCI alla FIGC, ma anche no

Il Post propone Walter Veltroni a presidente della Federcalcio:

Un uomo che si è detto deluso dal calcio italiano dopo gli scandali è la persona giusta per ricostruirlo. La competenza c’è, e anche la bibliografia, a forza di figurine. È l’unico dirigente in Italia che in questi anni ha saputo costruire un progetto che andasse di ampio respiro: ha fallito sul breve, ma la frequenza quadriennale dei mondiali potrebbe essere il campo adatto per riprovarci. E si troverebbe in un contesto in cui far giocare il primo portiere ma anche il secondo non gli sarebbe consentito, limitando così la sua maggiore debolezza. Purtroppo si è già perso i mondiali in Sudafrica, che sarebbero stati i suoi.

Consigli per la lettura

Nel mare ci sono i coccodrilli

Perché ci serve uno shock generazionale

di Ivan Scalfarotto per “Il Post”

La proposta del PD, approvata dall’Assemblea nazionale la scorsa settimana, di dare uno “shock generazionale” all’università anticipando la data di pensionamento obbligatorio dai 72 ai 65 anni ha sollevato un vespaio di polemiche, a dimostrazione che il ricambio generazionale è molto più facile a dirsi che a farsi. Devo dire subito che, non foss’altro che per esserne vittima, in linea di massima detesto le generalizzazioni e gli stereotipi, e trovo che tutte le discriminazioni siano odiose, incluse quelle basate sull’età. Se potessi scegliere il paese dove vivere, me ne andrei in un posto dove ciascuno viene valutato secondo le sue capacità e dove ogni posto di lavoro viene assegnato a chi lo merita di più, che sia uomo o donna, bianco o nero, giovane o vecchio. L’assenza di discriminazioni, infatti, è possibile soltanto in un mondo rigidamente meritocratico, dove a ciascuno vengono attribuite responsabilità soltanto sulla base del proprio valore individuale e dove nessuno viene aprioristicamente considerato idoneo o non idoneo ad ottenere un lavoro, esercitare un diritto o svolgere una funzione sulla base delle caratteristiche che il senso comune gli attribuisce in quanto appartenente a una categoria. Un mondo senza stereotipi, dove non è vero che le donne sono tutte sensibili e gli uomini tutti competitivi, gli svizzeri tutti precisi e gli spagnoli tutti appassionati, gli anziani tutti equilibrati e maturi e i giovani… beh, i giovani loro-sì-che-ci-sanno-fare-col-computer.
Ma l’Italia non è questo posto: è un posto dove i giovani, più di tutti, sono aprioristicamente discriminati ed esclusi. Basti pensare a quanti lavoratori oggi sotto i trentacinque anni hanno la realistica attesa di una pensione o possono acquistare una macchina a rate senza farsi firmare una fidejussione dei genitori. O basti pensare che a 45 anni gente come Maria Chiara Carrozza, la presidente del Forum del PD sull’Università (una “nuova leva”, secondo la definizione di Mario Pirani), figli grandi e una brillante carriera alle spalle, deve lottare per quello che io chiamo scherzosamente il “diritto alla mezz’età”, che poi è semplicemente il diritto al rispetto che si deve a chi in ogni parte del mondo sarebbe considerato nel pieno della maturità, magari in grado di formare e guidare un governo come accade a Londra, a Washington o a Madrid.
L’Italia, e non solo la sua università, ha disperatamente bisogno di uno shock generazionale. Che non vuol dire “rottamare” gli anziani, al contrario. L’esperienza è una risorsa rara e preziosa che può essere utilizzata in mille modi o maniere. Ma un paese che si rispetti ha il dovere di investire sul proprio futuro e di consentire un fisiologico ricambio nell’esercizio delle responsabilità. Ciascuno è figlio del proprio tempo: se sei cresciuto e ti sei formato quando le mogli erano assoggettate ai mariti per legge, puoi decidere di elaborare il concetto della parità dei generi o puoi decidere di farne a meno e tenerti i tuoi punti di riferimento. Il rischio che si corre avendo un premier di 74 anni è che capiti di essere governati da uno che quello sforzo possa aver ben deciso di non farlo, e si vede qual è il ruolo delle donne in questo paese: quest’anno siamo al 72° posto nel Gender Gap Index del World Economic Forum, saldamente dopo il Botswana (39°) e l’Uzbekistan (58°). Complimenti.
Per lo stesso motivo non è pensabile che il sapere in questo paese sia trasmesso quasi esclusivamente da persone che si sono formate prima dell’invenzione della telescrivente. Andare in pensione a 65 anni è un destino normale per ogni lavoratore (establishment a parte, si intende) e comunque, se vivessimo in un sistema davvero basato sul merito individuale, non sarebbe difficile identificare quei talenti straordinari che a 65 anni meritassero di restare in servizio per continuare a servire didattica e ricerca: Rita Levi Montalcini esempio tra tutti. In un sistema sano e che tiene in qualche modo in conto il proprio futuro si dovrebbe poter fare affidamento su un contratto a tempo indeterminato a 30 anni e, eventualmente, godere di un contratto di consulenza a 70: l’Italia è il luogo dove accade incredibilmente il contrario. Bisogna invertire questa tendenza, non c’è altra scelta.

La pensione è un dovere

Mentre si discute di pre-pensionare i “baroni” universitari, può tornare utile rileggere l’opinione che il “nostro” Marco Simoni ha scritto per Il Post:

Tra le fandonie più intollerabili che il discorso pubblico italiano ci ha propinato negli ultimi anni c’è la vulgata secondo cui “i giovani devono farsi valere e conquistarsi le loro posizioni”, seguita a ruota da “non vedo tutti questi giovani” (dove per giovani si intende normalmente parlare di uomini e donne attempati). Chi sostiene questa fesseria cerca solo di ergere a legge universale il proprio comportamento che, al contrario, è frutto di una scelta consapevole e colpevole: quella di chi non va in pensione, ma rimane a fare male e con disonore – e nel disprezzo crescente di chi lo circonda – qualcosa che una volta aveva fatto ottimamente, svendendo sull’altare della incapacità di crescere a nuove tappe esistenziali la stima di cui si era stati circondati, accontentandosi del servilismo dei clientes.

La fesseria in questione viene generalmente corredata da auto-agiografie in cui politici o docenti universitari o giornalisti (non mi risulta una categoria sociale in Italia immune da questa malattia generazionale, con eccezioni naturalmente) tendono a paragonarsi con sprezzo del ridicolo a personaggi di successo, spesso richiamando eroici episodi di gioventù. Naturalmente si tratta di politici, professori o giornalisti il cui tasso di coraggio e anticonformismo è pari a quello del famoso coniglio bianco su sfondo bianco, e la cui prepotenza e arroganza è direttamente proporzionale alla povertà di risultati accademici, politici, letterari, da rivendicare. In ordine temporale le ultime esilaranti performance di uomini a cui evidentemente manca qualcuno accanto che, consigliandoli meglio, abbia a cuore quel residuo di stima che il resto del mondo ha per loro sono D’Alema che si paragona a Sarkozy e Veltroni che si paragona a Cameron, seguendo il patetico copione del provincialismo italiano in cerca di modelli stranieri. Non volendo essere da meno in quanto a provincialismo, oggi sull’Unità ho suggerito non certo un paragone (non esageriamo!) ma l’osservazione sincrona tra i recenti fatti inglesi la discussione italiana, senza farmi mancare naturalmente un episodio – non eroico, a tanto ancora non sono arrivato – di gioventù.

Pausa tricolore

Nel giorno del centenario della prima partita della Nazionale italiana di calcio, vinta contro la Francia, e mentre la stessa Francia vince oggi i mondiali di Gaza

In un giorno come questo possiamo accettare la deriva pallonara ed appoggiare il Post con le sue 10 ragioni a favore dello scudetto alla Roma:

1 - Il Paese ha bisogno di maggiore umiltà, non di una squadra invincibile che quattro anni fa “pretese” lo scudetto e lo ottiene da allora

2 - La rivalità tra interisti e juventini è l’ennesima contrapposizione in un paese diviso: è il momento di allentare, della terza forza (astenersi Nick Clegg)

3 - Tutti abbiamo almeno un interista a cui vogliamo bene, e sappiamo cosa lo aiuti a crescere: una occasionale delusione

4 - La vittoria degli sfavoriti è sempre – evangelicamente – più promettente (e appassionante)

5 - I lettori di Gad Lerner non ne possono più

6 - La Juve se lo merita, Claudio Ranieri che vince lo scudetto

7 - Solo una nuova canzone sulla Roma può riscuotere Antonello Venditti

8 - Di Ranieri abbiamo detto: poi ci sono Pizarro e Burdisso scartati dall’Inter, Brighi scartato dalla Juve, Toni scartato dal Bayern, Riise scartato dal Liverpool, Baptista scartato da mezza Europa, eccetera. E Julio Sergio, ex terzo portiere diventato fenomeno. La Roma che vince è la riscossa degli emarginati

9 - La prima donna presidente che vince uno scudetto

10 - Il Post è a Milano, e la mattina ci alziamo presto

La scuola quadri della lega

da Il Post

A mezzanotte la vicina del piano di sopra non ne può più. Il 22 aprile 2010 il secondo appuntamento “federalista” organizzato dalla sezione Milano ovest della Lega nord si chiude con qualche sonoro pugno sul portone di ferro della sede. I partecipanti, circa un centinaio, vogliono continuare. Ma il moderatore li manda a casa.

Internazionale di questa settimana pubblica la traduzione dell’articolo di Philippe Ridet di le Monde di cui si era parlato in rete nei giorni scorsi, dedicato all’iniziativa della Lega Nord italiana di creare una propria scuola di formazione per dirigenti politici. Ridet è andato a uno degli appuntamenti.

I partecipanti prendono appunti davanti a tre oratori: l’eurodeputato Francesco Speroni, Fabio Ronchi, che si è laureato in scienze politiche con una tesi sulla Lega, e Stefano Bruno Galli, un “intellettuale organico” del partito. Lo scopo di questi appuntamenti è spiegare ai militanti la riforma del federalismo fiscale e radicare il partito in una tradizione storica che va da Alberto da Giussano, che nel dodicesimo secolo guidò la rivolta dei lombardi contro Federico I Barbarossa, a Umberto Bossi. “L’arrivo di nuovi simpatizzanti, anche da regioni a sud del Po, rende necessario questo approccio”, spiega Trevisan.

Secondo Ridet, il modello è quello delle “scuole quadri” del Partito Comunista.

Dopo gli ottimi risultati ottenuti alle elezioni regionali, la Lega vuole codiicare la ricetta del suo successo, puntando su una forte presenza sul territorio e sulla formazione dei quadri, come faceva il Partito comunista italiano. Donato Trevisan è l’ideatore dei corsi serali a Milano: “Dobbiamo spiegare alla base del partito che il federalismo è parte integrante della nostra storia. Le persone presenti questa sera sono come dei missionari: sono incaricati di riferire agli altri militanti quello è stato detto”

Il Post

Il nuovo nato del mondo dell’informazione italiana è da oggi online, diretto da Luca Sofri e con la firma, fra gli altri, del “nostro” Francesco Costa.

Auguri a tutti di buon lavoro.