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L’ora di educazione fisica

da Scene Digitali

Reduce da un paio di dibattiti sull’informazione “in generale” con esponenti della sinistra e della professione, resto convinto che nella loro consapevolezza la rete e il digitale siano ancora come l’ora di educazione fisica a scuola. Praticamente un orpello. Poi si chiedono se la profondità è morta. No, tranquilli, sono i vostri occhiali un po’ appannati.
p.s. e sarà per questo che trattano gli esperti della materia come guru o come “tecnici” che non capiscono di politica. Perché la “tecnica” nella visione prevalente è sorella minore della politica e della cultura. A meno che non sia predicazione messianica.

Come, cosa, coca?

Dato lo stato dell’informazione nel maggiore TG Nazionale, si diffonde in rete la richiesta di far assumere immediatamente Angelo Ruoppolo al TG1

Ecologia della credibilità

dal blog di Luca De Biase

A quanto pare la credibilità si guadagna con un lungo lavoro e si perde in un attimo. E quando si perde non si ricostruisce se non con un lavoro almeno altrettanto lungo.

In questo, evidentemente, assomiglia all’equilibrio ambientale. Un sistema ecologico ci mette milioni di anni a formarsi, ma si può distruggere in breve tempo.
Se resiste, quando resiste, è solo grazie alla biodiversità. Una monocultura come quella delle aragoste del Nordamerica, diceva Johan Rockström a Ted, sembra estremamente efficiente. Ma basta l’inserimento anche casuale di un organismo esterno per distruggerlo. L’equilibrio ecologico di lunga durata si forma attraverso la biodiversità.
La credibilità a sua volta resiste meglio se non è basata su un’unica caratteristica. Ma si attribuisce a una persona della quale si conoscono i caratteri distintivi, i valori, i fatti compiuti, le complessità e persino i difetti. La credibilità ottenuta per manipolazione di una o due caratteristiche della persona è fragile.
Un sistema dell’informazione è credibile se è dotato di infodiversità. Altrimenti è fragile. E prima o poi crolla.
(Ma anche le persone hanno bisogno di infodiversità: se si chiudono in un ghetto culturale finiscono per avere una visione del mondo fragile).

Gli scontri a Roma secondo il TG1

dal blog di Luca Sofri

La notizia è che i terremotati vogliono far sloggiare i disabile e non pagare le tasse.

Un centinaio di manifestanti tentano di forzare il blocco per raggiungere Montecitorio, già occupata da un corteo di disabili. Gli aquilani chiedono l’esenzione dal pagamento delle tasse.

Aggiornamento: non so se sia peggio la prosa serva o la prosa somara.

ROMA – Sono entrati in piazza Venezia e si sono diretti verso la Camera dei deputati attraverso via del Corso. Ma hanno trovato un blocco della Polizia e così sono scoppiati i primi tafferugli.
Quello che stamattina doveva essere un pacifico corteo indetto dal comitato “Sos L’Aquila” per protestare contro l’azione del governo nella ricostruzione del dopo-terremoto, si è subito trasformato in una rissa. Mentre il grosso dei manifestanti, qualche migliaio, occupava la piazza, un centinaio di persone hanno cercato di superare lo sbarramento ed è entrato in contatto con le forze di polizia. Tafferugli e spintoni ma nessuno è riuscito a superare la barriera delle forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa. Una ragazza ha lamentato di essere stata colpita accidentalmente al volto. A riportare la calma ha pensato il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, che è riuscito a convincere i più agitati a fare qualche passo indietro e a tornare a piazza Venezia. Le grida però di “L’Aquila, L’Aquila” sono continuate minacciose.

I manifestanti hanno iniziato a correre disordinatamente obbligando poliziotti, carabinieri e guardia di finanza a tentare di arginarli. Via del Corso era stata chiusa perché in piazza Montecitorio era già occupata da una manifestazione di disabili.

[UPDATE: pare che la violenza sia arrivata anche in Parlamento, solo che lì si picchiano i parlamentari IdV]

Non è possibile

da Miss K

Mi ha telefonato l’impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata. Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere. Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio. E mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio. Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l’i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo stato non versa ai cittadini senza casa ,che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.Che io pago ,in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un’appartamento in via Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz’anima. Senza neanche un giornalaio. O un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra. Lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore. E lei mi risponde, con la voce che le trema. ” Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo.”

Servizio pubblico (in ogni senso)

Non c’è il TG1?

“Io non riesco ad abituarmi al fatto che si debba apprendere ciò che accade in Italia e nel mondo solo attraverso internet”.

Giorgio Napolitano

Libertà per pochi, propaganda per tutti

In Cina il governo controlla i cinema, in Birmania la tv satellitare. Gilioli afferma:

Tutto questo ha a che fare anche con il nostro Paese. Dove a nessuno viene in mente di chiudere i giornali o siti Web d’opposizione, per carità. L’importante è che la “pancia del Paese” – il 90 per cento della popolazione – continui a farsi un’opinione basandosi sui media controllabili, Rai e Mediaset in testa.

Sia chiaro, a prevenzione delle facili contestazioni: non sto dicendo che siamo come in Cina o in Birmania. Sto dicendo che la censura ha sempre di più una nuova declinazione, diversa da quella che si usava in Italia durante il fascismo o nei paesi del socialismo reale. Non si chiude più un medium con la forza, ma si cerca di impedire che i media potenzialmente ostili si diffondano oltre un bacino minoritario.

In altre parole: non ci si occupa più di bloccare l’emissione di un messaggio scomodo, ci si occupa di limitarne al massimo la ricezione. L’obiettivo non è impedirti di parlare, è evitare che in tanti ti ascoltino.

O, parallelamente, fare in modo che ascoltino in tanti la versione governativa dei fatti, anche al di fuori dei propri confini: e così la TV di stato russa sbarca a Londra.

Effettivamente la “Perfida Albione” dev’essere un territorio molto preoccupante per dittatori ed aspiranti tali: da sempre all’avanguardia nelle battaglie di civiltà, l’Inghilterra sta spostando la formazione del consenso dai tradizionali media monodirezionali al web, con conservatori e laburisti a contendersi i voti sulla rete.

Il ruolo della rete

Più dell’80% degli italiani sceglie il web per leggere le news.
Questa percentuale batte di gran lunga chi invece preferisce la televisione (63%) e chi utilizza il telefonino e la radio.
I quotidiani non attirano neanche la metà dell’utenza, arrestandosi al 36%.

[da Codice Internet]

Pausa spot

Interrompiamo le notizie sul congresso per informare che Radio Radicale rischia di non aver rinnovata la convenzione per la trasmissione delle sedute del Parlamento, un servizio che ha assicurato con unanimi riconoscimenti di qualità e correttezza fin dal 1976. Chi vuole firmare per salvarla, può farlo qui.