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All’Italia serve un risorgimento digitale

di JUAN CARLOS DE MARTIN, docente del Politecnico di Torino,
su La Stampa

L’Italia sta affrontando in maniera clamorosamente inadeguata la più profonda trasformazione tecnologica e culturale dai tempi di Gutenberg, ovvero, la rivoluzione digitale. Su più livelli. I dati sono eloquenti (Istat e Eurostat, 2009): di venticinque Paesi dell’Unione Europea misurati dalle statistiche, l’Italia è ventiduesima per percentuale di famiglie con accesso a Internet da casa.

I primi della classe, ovvero il Nord Europa, hanno percentuali quasi doppie rispetto alle nostre (il 90% delle famiglie ha accesso Internet), ma anche Francia, Malta e Slovenia ci staccano nettamente. Peggio di noi solo Grecia, Portogallo, Romania e Bulgaria. Guardando al commercio, appena l’8% di italiani compra su Internet, contro il 45% di tedeschi e il 18% di polacchi. Uno stupefacente 41% di piemontesi non ha mai usato un computer – la stessa percentuale del distretto di Bucarest. E così via. Ma non sono solo le famiglie e i singoli ad essere indietro. L’Italia è anche ventesima (su 25) per spese in hardware, software e servizi relativamente al prodotto interno lordo; ciò significa che anche le imprese italiane adottano in media poche tecnologie digitali rispetto alle concorrenti europee, dato confermato anche da diversi altri indicatori relativi all’uso dei tali tecnologie nelle imprese. Infine la Pubblica Amministrazione: in questo ambito l’Italia si colloca sotto la media europea, anche se non di molto, ma con livelli medi di usabilità dei servizi e di monitoraggio della soddisfazione degli utenti molto bassi. Nelle scuole, poi, il numero medio di computer connessi a Internet per alunno è, secondo gli ultimi dati disponibili (2006), tra i più bassi dell’Unione Europea.

A questi dati, duri nella loro oggettività, si affianca qualcosa di più qualitativo, allo stesso tempo sia causa sia effetto dello scenario sopra tratteggiato, ovvero, uno scetticismo, se non una diffidenza, nei confronti di Internet molto più diffuso che in altri Paesi avanzati. Uno scetticismo generico e non ragionato, spesso condiviso da esponenti della classe dirigente, che produce un’evidenziazione sistematica degli aspetti negativi di Internet e un passare altrettanto sistematicamente sotto silenzio gli aspetti positivi, sia quelli già davanti ai nostri occhi sia quelli potenziali – i più sacrificati quando non si vogliano alzare gli occhi da terra.

Senza entrare in giudizi di merito, però, la rivoluzione Internet è tra noi – è un dato di fatto. E’ un cambiamento profondo che sta toccando – o si accinge a toccare – praticamente tutti gli aspetti della nostra vita, dal divertimento alla formazione, dalla comunicazione alla politica, dai diritti fondamentali delle persone alle prospettive economiche.

Possiamo snobisticamente ignorare questo dato di realtà, consolandoci – si fa per dire – con la straordinaria diffusione di telefoni cellulari o televisori nel nostro Paese, ma in tal caso è allora doveroso spiegare ai cittadini che così facendo la classe dirigente sta ipotecando un altro pezzo del nostro futuro. Saranno, infatti, altri i Paesi a godere appieno del vantaggio competitivo, economico e sociale, derivante da una rapida e ragionata adozione delle tecnologie digitali.

Oppure possiamo abbracciare il cambiamento e cercare di dargli la forma che più si adatta alle priorità e alle attitudini dell’Italia. In tal senso, si possono identificare tre principali pilastri per sostenere un potenziale risorgimento digitale italiano. Il primo pilastro è alzare il livello di scolarizzazione del Paese. E’ inutile, infatti, sperare di portare percentuali nord-europee di italiani su Internet in presenza di sacche di neo-analfabetismo che, come ricorda Tullio De Mauro, riguardano oltre un terzo della popolazione.

Il secondo pilastro è abbattere le barriere culturali ed economiche che privano di computer e di accesso a Internet una larga parte della popolazione, in particolare – come si evince dai dati Istat 2009 – le famiglie di lavoratori non qualificati e chi abita fuori dai centri urbani. Occorre, da una parte, far capire, con una sorta di «150 ore» del XXI secolo, quale risorsa possa rappresentare – per sé, per la propria attività e per i propri figli – un computer connesso a Internet in casa propria e, dall’altra, intervenire con incentivi economici efficaci per sostenere l’acquisto del computer e dell’accesso alla rete.

Il terzo pilastro è il superamento del cosiddetto «digital divide infrastrutturale», ovvero, gli ostacoli che trova chi vorrebbe connettersi alla rete, ma non può perché nel luogo in cui la persona (o l’azienda) si trova la rete semplicemente non c’è. Larga parte del territorio italiano, infatti, particolarmente quello al di fuori dei principali centri urbani, è connesso alla rete a banda larga poco o per niente. E’, quindi, urgente un serio programma di investimenti per portare la rete a tutti, possibilmente in fibra e altrimenti usando le frequenze lasciate libere dalla televisione analogica, potenziando nel contempo la diffusione dal basso delle reti Wi-Fi con l’abrogazione del cosiddetto decreto Pisanu.

Le tre azioni si dovrebbero mettere in campo simultaneamente. I risultati si vedrebbero nel giro di pochi anni, e permetterebbero all’Italia di uscire da un’arretratezza che pregiudica il nostro futuro, entrando nel gruppo di quei Paesi che l’onda del cambiamento la stanno imparando a cavalcare e a guidare.

Da “la Repubblica” a “La Stampa”: una ricorrenza e una conferma

da Champ’s Version

Oggi ricorrono sei mesi esatti dall’ultima volta che sono entrato in un’edicola e ho chiesto “la Repubbica, per favore”. Cambiare il quotidiano che si acquista ogni mattina è una delle cose più difficili. Soprattutto se lo si acquista da una ventina d’anni. Ogni quotidiano infatti non è solo una linea editoriale (quella cambia: lentamente magari, ma cambia), ma anche un modo di collocare gli articoli all’interno della pagina e le pagine all’interno del giornale; un modo di definire le priorità, un modo di raccontare i fatti. E poi ci sono gli editorialisti, sempre più importanti in un’epoca nella quale le notizie al momento in cui acquistiamo le sappiamo già da quindici-venti ore.

Altra cosa è affiancare un secondo giornale e per un po’ l’ho fatto con Il Riformista. C’era perfino la pagina milanese: Ambrogio, supplemento settimanale curato da due giornalisti che faranno strada: Marco Alfieri e Jacopo Tondelli. Poi Ambrogio ha chiuso, Marco è andato al Sole 24 Ore e Jacopo al Corriere della Sera. E io ho smesso di leggere un secondo giornale, continuando così a comprare solo la Repubblica.

Molte volte dopo un Domenicale scalfariano, un articolo sempre uguale a se stesso di Citati o Pirani o un intervento di Carlin Petrini mi sono detto: “Basta! Repubblica non è il mio giornale”. E ogni tanto leggevo altro per qualche giorno, ma poi non trovavo le notizie, mi mancava l’Amaca di Serra o lo Sport come solo Gianni Mura lo sa raccontare. Così tornavo all’ovile.

Ho provato per la prima volta a passare seriamente da “la Repubblica” a “La Stampa” nell’estate del 2008. All’epoca ci scriveva anche il mio ideologo di riferimento e mi sono detto: è estate, sarà più facile dimenticare il “vecchio amore”. Al ritorno da quella vacanza Andrea è passato a Il Riformista e ha cominciato a pubblicare i suoi articoli sul blog. E la ripresa del campionato di calcio ha fatto il resto: La Stampa aveva all’epoca una delle pagine sportive più provinciali (tutta Juve e Toro) che mi sia mai capitato di leggere e Gianni Mura continuava a scrivere per la Repubblica. E così ecco un altro ritorno all’ovile.

L’anno scorso Mario Calabresi diventa direttore de La Stampa. Mario Calabresi è un giornalista che stimo molto e quindi inizio a pensare seriamente di riprovarci. Questa volta però voglio fare le cose per bene: inizio a disintossicarmi poco a poco, all’inizio comprando La Stampa solo la domenica (“perdendo” così l’editoriale di Scalfari e guadagnandoci l’analisi di Barbara Spinelli: tanto per fare un esempio). Poi passo a due o tre volte a settimana per un po’ di tempo, salendo a quattro dopo qualche mese e così via. Parallelamente riduco la mia dose settimanale de la Repubblica e dall’otto gennaio 2010 in edicola compro solo La Stampa.

L’amaca di Serra me la leggo il giorno dopo on-line, ma in compenso in prima pagina mi gusto il Buongiorno di Gramellini. Lo Sport su quello che oggi posso definire il mio quotidiano si è molto sprovincializzato ed è di buona qualità, anche se non hanno un Gianni Mura in redazione (per ora, ma se Calabresi volesse provvedere…). Dal primo luglio ho perfino ritrovato Marco Alfieri, che è passato al quotidiano torinese guadagnandosi subito la prima pagina con una bella inchiesta sul “tessile cinese” a Prato. E gli editoriali li scrivono persone come Luca Ricolfi o Michele Ainis. A proposito di Ainis, ve lo immaginate un editorialista di Repubblica che scrive una cosa come questa?

Oggi fanno sei mesi dall’ultima volta che sono entrato in un’edicola e ho chiesto “la Repubbica, per favore”; la “ricorrenza” casualmente coincide con il giorno che precede lo sciopero dei giornalisti e dunque entrambi i quotidiani hanno dedicato il loro editoriale allo sciopero. L’editoriale di Calabresi mi ha confermato che sei mesi fa ho fatto la scelta giusta.

[...] Così abbiamo deciso di aderire a questo sciopero, ma non posso nascondere che lo abbiamo fatto a malincuore, dopo aver proposto e indicato per settimane possibili strade alternative secondo noi più efficaci e valide. [...] Siamo convinti che nel momento in cui si denuncia il tentativo di imbavagliare l’informazione, nel momento in cui il presidente del Consiglio invita i cittadini a scioperare contro i giornali lasciandoli invenduti in edicola, la scelta migliore da fare fosse quella di continuare a far sentire la propria voce (in modo sereno, pacato e credibile, come è nella tradizione di questo giornale), non quella di rinunciare ad arrivare nelle edicole e nelle case degli italiani e di condannarsi al silenzio. Nonostante la nostra contrarietà allo sciopero, abbiamo aderito per senso di responsabilità: per non aprire fronti polemici e per non creare fratture tra giornali e giornalisti in un momento così delicato, ma ci teniamo a sottolineare che pensare di ricorrere allo sciopero in modo rituale e quasi obbligato è qualcosa che non ci trova d’accordo. [...] Sabato torneremo in edicola, convinti di dover continuare a fare il nostro dovere, che non è quello di portare avanti battaglie ideologiche ma di raccontare ai nostri lettori tutto ciò che merita di essere conosciuto.

Mediocrità azzurra specchio del Paese

di Massimo Gramellini

Fra coloro che ieri davanti alla tv imputavano a Marcello Lippi di aver assemblato la sua mestissima Nazionale privilegiando i sudditi ai condottieri c’erano molti italiani che nella vita di tutti i giorni purtroppo si comportano allo stesso modo.

Dirigenti d’azienda, titolari di negozi e responsabili di «risorse umane» che sul lavoro privilegiano la fedeltà al talento, l’affidabilità all’estro e il passo del pedone alla mossa del cavallo. Intervistati, risponderebbero anche loro come Lippi: «Non abbiamo lasciato a casa nessun fenomeno». Ma è una bugia autoassolutoria che accomuna quasi tutti coloro che in Italia gestiscono uno spicchio di potere e lo usano per segare qualsiasi albero possa fargli ombra: è così rassicurante passeggiare splendidi e solitari in mezzo ai cespugli, lodandone l’ordine perfetto e la silente graziosità.

L’abbattimento di ogni personalità dissonante viene chiamato «spirito di squadra».Maè zerbinocrazia. Tutti proni al servizio del capo, è così che si vince. Eppure la storia insegna che il capo viene tradito dai mediocri, mai dai talenti. I quali sono più difficili da gestire, ma se motivati nel modo giusto, metteranno a disposizione del leader la propria energia. La Nazionale di Lippi assomiglia alla Nazione non perché è vecchia, ma perché privilegia, appunto, i mediocri. Averli avuti ieri in panchina, certi vecchi! Contro i goffi neozelandesi sarebbe servito più un quarto d’ora di Totti o di Del Piero che una vita intera di Iaquinta, Pepe e Di Natale, tre bravi figli che, con tutto il rispetto, se hanno giocato anni e anni nell’Udinese, una ragione ci dovrà pur essere. I pochi campioni veri, da Buffon a Pirlo, sono zoppi. Oppure vecchie glorie che si rifiutano di andare in pensione, come l’imbarazzante Cannavaro che ha più o meno l’età di Altafini e forse avrebbe fatto meglio a presentarsi in Sudafrica anche lui nelle vesti di commentatore.

C’è, naturalmente, anche la questione dei giovani. La follia antistorica di questa Nazionale e di questa Nazione non consiste tanto nel continuare a lasciar fuori i Cassano, ma i Balotelli. Non i talenti troppo a lungo incompresi o compresi solo a metà, ma quelli ancora acerbi che chiedono solo un’occasione per sfondare e, non ricevendola, spesso emigrano in cerca di fortuna. Balotelli è il loro simbolo e non solo per via del colore della pelle, che ne fa l’italiano di domani. Lo è perché a vent’anni ha già vinto Champions e scudetti, e ha un fisico e un talento che ne fanno un predestinato, imparagonabile agli smunti replicanti dell’attacco azzurro. Eppure per lui non si è trovato un posto neppure nel retrobottega. Mi rifiuto di credere che un capufficio dell’esperienza di Lippi non sappia riconoscere la differenza fra un fuoriclasse potenziale come Balotelli e i bravi mestieranti che si è portato appresso. Ma il successo rende sordi al buonsenso. Ci si illude di poter vincere meglio da soli, muovendo pedine inerti sulla scacchiera. Poi quelle pedine si rivelano di burro e alla fine ci si ritrova soli, con un po’ di unto fra le dita.

Il miliardario pop

Nella lontanissima Thailandia una massa di contadini poveri e arrabbiati ha invaso la metropoli Bangkok per riportare al potere un miliardario. Si tratta del presidente del partito Thai rak Thai: i Thai amano i Thai. I rivoltosi accusano i governativi di essere una cupola di algidi snob e di aver fatto fuori l’ex premier (il miliardario dell’amore) grazie a un ribaltone parlamentare propiziato dalla compiacenza dei poteri forti e dalle inchieste della magistratura. Il miliardario, in esilio dopo una condanna per corruzione, possiede un impero di telecomunicazioni, una squadra di calcio fra le più importanti d’Europa e una quantità imprecisata di villone. Eppure i poveri ribelli sostengono che lui è uno di loro e prendono a calci le auto di media cilindrata della borghesia intellettuale di Bangkok – impiegati, insegnanti, funzionari pubblici – che li disprezza e da cui si sentono disprezzati. Per rappresaglia il governo ha oscurato la tv del miliardario, il cui portavoce (un cantante) ha minacciato pesanti ritorsioni.

Ora, è evidente che quella è la Thailandia e certi fenomeni populisti non potrebbero mai attecchire qui da noi. Ma da osservatori, sia pure distaccati, ci poniamo egualmente un quesito: come è possibile che un povero contadino si senta rappresentato da un miliardario e accusi di snobismo e insensibilità sociale chi sta appena un po’ meglio di lui? Chissà se qualche thailandese si degnerà di risponderci.

Massimo Gramellini

Problemi

Berlusconi è un problema per il Paese, Fini è un problema per Berlusconi, Di Pietro è un problema per la sinistra, D’Alema è un problema

Jena

Inciucio stradale

Geniale Gramellini su La Stampa:

Alessandria ha intestato una via a Bettino Craxi, prima città del Nord a rendere omaggio allo statista condannato per tangenti, in anticipo persino sulla sua Milano. Per assicurarsi l’astensione del Pd, la maggioranza di centrodestra ha intitolato strade anche a Nilde Iotti e a Norberto Bobbio. La lottizzazione puntuale delle salme non ha tralasciato il partito radicale, che avrà via Adelaide Aglietta. Un componente della Commissione toponomastica, ex missino, è riuscito ad andare addirittura oltre l’«arco costituzionale» della Prima Repubblica, ottenendo un riconoscimento per Giorgio Almirante: gli verrà dedicata una rotonda. Siamo alla pacificazione nazionale, ottenuta attraverso quei morti che da vivi non poterono o non vollero realizzarla. Stupisce l’assenza di notabili democristiani, ma forse dipenderà dal fatto che quelli non ancora sistemati nello stradario godono di discreta salute.

Estasiati dalle doti di equilibrismo della Commissione alessandrina, vorremmo quasi augurarci che, dopo la risistemazione delle rotonde, le venisse affidata quella delle istituzioni nazionali. Chi riesce a far convivere Craxi, la Iotti e Almirante in una stessa delibera potrà ben trovare un accordo su questioni più semplici, come la riforma della magistratura. L’unico rischio è l’inevitabile irrigidimento dei socialisti, appena scopriranno che la via dedicata con un po’ di perfidia al loro Bettino è quella che conduce alla tangenziale.

DC o PCI?

Barenghi su La Stampa trova similitudini fra la nuova organizzazione del PD e quella storica della DC. Luca Telese su Il Fatto Quotidiano vede invece nella nuova dirigenza nient’altro che la stessa nomenklatura del PCI. Chiunque dei due abbia ragione, di certo c’è puzza di vecchio.

Ma il tappo non è Tremonti

Non si parla di altezza, nello sfortunato titolo dell’articolo di Luca Ricolfi, su La Stampa.

Buongiorno mediocrità

È il morbo della mediocrità e lo vediamo all’opera ogni giorno, in ogni consesso umano. Ne sono vittima quei capi che tendono a circondarsi di collaboratori poco dotati, privilegiando la fedeltà al talento, lo spirito di clan alla collaborazione competitiva. Tutti lo fanno e tutti lo pagano, amaramente. Eppure continuano a farlo. Ad Austerlitz, Napoleone fu salvato da un generale estroso che contravvenendo ai suoi ordini giunse sul campo di battaglia al momento sbagliato, cioè giusto, rovesciandone l’esito. Dopo la vittoria l’Imperatore lo rimpiazzò con uno yesman. E fu Waterloo. «Ma Ben, quello è un cretino!», disse Arpinati a Mussolini, che lo aveva appena destituito da segretario del fascio per metterci l’atletico Starace. «Lo so» rispose il Duce, «ma un cretino obbediente». E finì a piazzale Loreto. È che a un certo punto anche chi si ritiene un fenomeno perde la voglia di misurarsi con chi è bravo come lui e, per paura di essere sorpassato, preferisce lasciarsi portare alla rovina dalla bava dei servi che saranno poi i primi a tradirlo.

Gramellini

Cantare e portare la croce

Il decisionismo minaccioso di La Russa, qui sopra, col suo “possono morire tutti” vorrebbe chiudere la discussione (e ci riesce, con Sposini, facendosi dare ragione), ma a dibattito in corso è opportuno osservare anche altre posizioni.

E così, mentre vediamo Travaglio schierarsi a favore del crocifisso nelle scuole, i cattolici di Noi siamo Chiesa (coscienti che la Fede si testimonia con le opere) non sono affatto sconcertati dalla sentenza europea, ma (come immaginavamo qualche post fa) dall’atteggiamento degli atei devoti che difendono il crocifisso come simbolo (improprio) dell’identità e della cultura nazionale.

Intanto Michele Ainis su La Stampa aggiunge con estrema chiarezza altri elementi da un punto di vista storico e legislativo:

Nessuna legge della Repubblica italiana impone il crocifisso nelle scuole.
Né, d’altronde, nei tribunali, negli ospedali, nei seggi elettorali, nei vari uffici pubblici. Quest’obbligo si conserva viceversa in regolamenti e circolari risalenti agli Anni Venti, quando l’Italia vestiva la camicia nera. Fu introdotto insomma dal Regime, ed è sopravvissuto al crollo del Regime. Non è, neppure questo, un caso solitario: basta pensare ai reati di vilipendio, agli ordini professionali, alle molte scorie normative del fascismo che impreziosiscono tutt’oggi il nostro ordinamento. Ma quantomeno in relazione al crocifisso, la scelta normativa del Regime deve considerarsi in sintonia con la Costituzione all’epoca vigente. E infatti lo Statuto albertino, fin dal suo primo articolo, dichiarava che «la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato». Da qui figli e figliastri, come sempre succede quando lo Stato indossa una tonaca in luogo degli abiti civili.
Ma adesso no, non è più questa la nostra divisa collettiva. L’art. 8 della Carta stabilisce l’eguale libertà delle confessioni religiose, e stabilisce dunque la laicità del nostro Stato.

Sulla stessa linea d’onda Augias, ricordando che la Cassazione aveva già indicato la presenza del crocifisso nelle aule come incostituzionale e un altro precedente tedesco ha giudicato blasfemo negare il collegamento della croce al relativo credo, sminuendolo a ricordo di una tradizione culturale.

Ma forse, in questa lotta fra adulti, pur importante per l’affermazione di principi, ha ragione Sofri: di avere o non avere il crocifisso in aula i bambini se ne fregano.