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Voglio una donna (per il PD Lazio)

È l’unica mossa politica giusta. Per la “nostra” Cristiana i motivi sono questo, questo e quest’altro. Noi aggiungiamo questi altri ancora.

La grande, ehmm, prova di forza di Polverini

da Cerazade

Qualche tempo fa Casini aveva detto che nel Lazio il problema era politico, non di assessorato, e se l’Udc non entrava in giunta non era perché non gli venivano dati assessori, ma era perché c’era un problema di fondo. “Noi abbiamo stipulato dei patti che, come spesso accade, non sono stati rispettati – ha spiegato – non è che siamo degli accattoni che ci tengono buoni con un assessorato”. Oggi è successo quanto segue.

(ASCA) – Roma, 21 giu – Nuova squadra di governo per Renata Polverini. La presidente della Regione Lazio, ha presentato oggi, in tarda mattinata, la sua giunta da oggi ”al completo”, nella quale sono entrati due esponenti dell’Udc.Al segretario regionale Luciano Ciocchetti sono state assegnate le deleghe all’Urbanistica e la vicepresidenza.

Aplomb

Sapevatelo

Cristiana Alicata, Gianluca Galletto e Marta Meo, tre iscritti al nostro circolo, son candidati alle prossime regionali, rispettivamente in Lazio, Puglia e Veneto. Ricordatevelo, al momento del voto.

Renata Polverini. Con te … forse

dal blog di Luca Nicotra

[ndb quello a cui pare la Polverini ed Alemanno si apprestino a svendere ACEA, l’azienda comunale romana della luce e dell’acqua]

Ma anche Olimpia

di Giulia Innocenzi, perché Renata non è solo romanista maanche laziale:

Una domanda sorge spontanea: chi sono i candidati della lista civica della Polverini, quelli che si prenderanno tutti i voti mancati del Pdl?
Ecco a voi Olimpia Tarzia, candidata nella lista civica di Renata Polverini, appunto, e dotata di un curriculum mica da ridere:

Tra i fondatori del movimento per la vita italiano;
VicePresidente nazionale della Confederazione Italiana Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana;
Presidente nazionale del Comitato per la Famiglia, sorto in occasione della preparazione del Family Day;
Capolista in diverse Regioni per le elezioni al Senato 2008 nella Lista con Giuliano Ferrara “Aborto? No, grazie”;
Cantautrice, oltre de “Una vita mancata” che potete sentire sopra, anche di “Sì alla vita“, che recita: “Troveremo insieme la via d’uscita a questa lucida follia/che vuole la vita e le sue leggi schiave di un’ideologia”.

Cotanta donna, oltre a portare il suo valore aggiunto alla candidatura della Polverini, ha già provveduto a portare più “vita” alla città di Roma, e soprattutto ai suoi muri, come potete vedere nella foto qui sotto, scorgendo la sua chioma bionda oltre i manifesti che allertano i cittadini dei soldi spesi per le buche (se anziché sprecarli per i manifesti, li avessero spesi per coprire qualche buca in più, magari i cittadini se ne sarebbero accorti da soli, dell’intervento salva-buche):

E la Polverini, con popò di candidati, sarebbe quella a favore delle coppie di fatto?
A me la Polverini, ogni giorno che passa, mi ricorda sempre più il maanchismo veltroniano. Francamente, non ne sentivamo proprio la mancanza.

Curve pericolose

Ricattata dai tifosi laziali, la destra romana ha convinto l’allenatore della squadra alle dimissioni. Poi però l’accusa per la Polverini è stata quella di essere troppo vicina alla presidenza, Lotito, invisa agli ultras. La candidata ha allora ceduto candidando il fratello di Gabriele Sandri, il tifoso biancazzurro ucciso nel 2007. Ma tutto questo impegno pro-Lazio rischiava di offendere i tifosi romanisti, e allora ecco candidato anche Guido Zappavigna, ex Nar, leader storico della tifoseria ultrà fascista della Roma, già coinvolto nell’inchiesta sull’omicidio di Fausto e Iaio. Cosa non si fa per un pugno di voti…

Ce ne fossero, di emme bonino

da Barbablog

Giuliano Ferrara si è svegliato dal suo torpore post batosta elettorale. Da amica dei suoi cani, mi fa tanto piacere: era ora, sentivamo la sua mancanza. Mi fa meno piacere vederlo ringalluzzito contro qualcuno, invece che a favore di qualcosa. In questo caso, il direttore del Foglio si è svegliato per attaccare Emma Bonino, una delle personalità più esperte e concrete che la politica italiana abbia mai espresso, perché si è presa la grana di candidarsi alla presidenza della Regione Lazio.
Emma Bonino è colpevole, agli occhi di Giuliano Ferrara, di essere un’«abortista», per via della sua campagna di trent’anni fa a favore della legge 194, una legge che, come tutti sanno, ha contribuito a salvare migliaia di donne da uno squallido destino fatto di mammane e aborti clandestini. C’è bisogno di ripetere, qui e ora, che l’aborto è un lutto e che nessuna donna se lo augura? Non c’è bisogno. Siamo nel 2010, e trentadue anni dopo quella legge sappiamo tutte e tutti che l’aborto è un male estremo necessario, al quale ricorrere solo in casi in cui la vita del nascituro o della madre siano compromesse, per motivi psicologici, biologici o sociali. Punto.
Eppure, ecco sbucare tante anime belle (e noi che aborriamo i dietrologi non citeremo né prenderemo in considerazione i legami economici e politici degli editori dei giornali più ferocemente schierati contro Emma Bonino) che si permettono di crocifiggere una come la Bonino a causa di quella legge, dolorosa e necessaria, di trent’anni fa. Con quale serietà e responsabilità la Bonino si sia sempre posta al servizio del bene comune lo sanno anche tanti cattolici, che, così come tanti anni fa votarono a favore del referendum sull’aborto, credo non si faranno condizionare oggi da questi attacchi alla persona Emma Bonino. Mi sembra che la questione nel Lazio sarà squisitamente politica, e che vincerà la destra o la sinistra (e la destra nel Lazio ha certamente molte chance) a seconda del vento elettorale. Difficilmente gli elettori si faranno influenzare dalle polemiche impiantate dai detrattori di Bonino: immagino che i laziali voteranno la persona, ma soprattutto lo schieramento, come è normale che sia e come di questi tempi è inevitabile.
Renata Polverini è persona piacevole e accorta, sindacalista e politica nata. Gli elettori di destra voteranno più volentieri lei di tanti bolsi parrucconi: averla scelta è stata una buona mossa. Ma Emma Bonino, lei, lei è di un’altra razza, la razza dei fuoriclasse della politica. La razza degli incorruttibili, degli abili, dei forti, dei concreti, degli esperti, degli audaci. Ce ne fossero, in Italia, di emme bonino.

TARallucci e vino

Mentre il TAR per ora conferma l’esclusione del PdL in Lazio, pubblichiamo una interessante riflessione di Leonardo, su l’Unità:

E se Berlusconi non volesse vincere?

Il capo si è fatto sentire. Dopo aver lasciato per mesi il suo nuovo partito in balia di galoppini riottosi e pasticcioni, all’ultimo momento è intervenuto a salvarlo dall’inevitabile figuraccia. Il PdL si presenterà alle elezioni in Lazio e in Lombardia, malgrado non abbia rispettato le regole: si presenterà, perché il capo ha voluto così, e quel che il capo vuole è legge, pardon, decreto attuativo. Ma vincerà? Non è detto. La mobilitazione democratica degli ultimi giorni potrebbe riportare alle urne una parte dell’elettorato di sinistra fin qui tiepido nei confronti del PD. Il capo probabilmente ha calcolato anche questo. Ma forse la cosa non lo preoccupa più di tanto.

Ho una teoria: forse stavolta a Berlusconi non dispiacerebbe perdere un po’. O al limite pareggiare – il che equivale a una sconfitta, quando ormai si possiede il campo e buona parte degli arbitri. I pasticci di Lazio e Lombardia non sono semplici casi di disorganizzazione, ma indizi del cupio dissolvi, della neanche tanto inconfessabile voglia di autodistruzione che circola al vertice del PdL. Vittorio Feltri già da un po’ parla di partito da rifare, di sconfitta probabile; ne parla col tono sgamato a cui erano abituati i lettori di Libero, salvo che ora scrive su un quotidiano della famiglia Berlusconi. Il Giornale non ha pudore a definire il PdL come un “partito di matti” (Sallusti, 1/3/10), a  indicare la necessità di un “azzeramento” dopo le elezioni. Una purga del genere sarebbe difficile da somministrare in caso di vittoria; viceversa, una sconfitta la renderebbe inevitabile. Lo stesso decreto salva-liste avrebbe un senso simbolico: Polverini e Formigoni devono capire che è solo la benevolenza del capo a tenerli ancora in gioco a Roma e Milano. Un’umiliazione per i sottoposti più riottosi (e per le regole della democrazia, il che non guasta mai). L’obiettivo stavolta non sarebbe tanto vincere, quanto liberarsi di quei planetoidi che ruotano intorno al re-sole del PdL sulle orbite più eccentriche: i finiani, gli uomini di Formigoni, e chissà quante altre meteore invisibili dalla nostra distanza.

Certo, immaginare un Berlusconi che sappia perdere, che addirittura programmi di farlo, richiede un certo sforzo d’immaginazione. L’uomo non ha mai mostrato molta sportività nelle sconfitte: non si contano le occasioni in cui ha lamentato i brogli, i golpe, i riflettori spenti che impedivano al suo partito o alla sua squadra la meritata vittoria. È vero, quando gioca non sa perdere. Ma a volte  semplicemente non gioca. Si disinteressa del risultato, si mostra distratto e incostante (come ben sanno i tifosi rossoneri); si smarca al punto che la sconfitta finale non sarà attribuile a lui, ma ai collaboratori che non hanno saputo servirlo. Può darsi che qualche sondaggio riservato gli abbia fatto capire che non è nemmeno il caso di sporcarsi le mani: qualche spot lo girerà, una leggina salva-ritardatari l’ha fatta scrivere, ma il suo nome stavolta non è stampato in cima alle liste. Meglio non rovinare l’immagine di eterno vincente. Probabilmente non ruberà la scena ai candidati: quando è il turno dei perdenti, il capo cede volentieri la ribalta ai sottoposti.

Le amministrative sono le consultazioni più sacrificabili
. Storicamente sono sempre state le più difficili per il centrodestra, i cui avversari godono di un maggior radicamento nelle amministrazioni locali. E allora tanto vale non spendersi più di tanto, anche perché si è già visto cosa accade al centosinistra quando gli si lascia vincere le amministrative.

Accadde nel 2005: Berlusconi governava da quattro anni, quando il suo consenso fu bruscamente messo in discussione da un risultato che sembrava storico. Tutte le regioni d’Italia, fatta eccezione per le roccaforti del lombardoveneto e della Sicilia (e per il piccolo Molise) passarono all’Unione, rinata sulle ceneri dell’Ulivo. Il risultato soffiò sul centrosinistra un’insidiosa ventata di ottimismo. La candidatura (non proprio freschissima) di Romano Prodi non incontrò ulteriori ostacoli; il progetto del PD, viceversa, rimase bloccato; il complicato sistema di alleanze DS-Margherita-cespugli tutto sommato sembrava funzionare. Per qualche tempo Berlusconi sembrò l’uomo del passato. A rileggerle, certe analisi del periodo, suonano surreali: si parla di un leader ormai avviato sulla via del tramonto; di un centrodestra smarrito, incapace di trovare un successore all’altezza. Il sostanziale pareggio dell’anno successivo fu una doccia fredda per molti: cos’era successo? Semplicemente, Berlusconi aveva deciso che voleva tornare a vincere. Cosa che nel 2007 non gli riuscì per poco, e che gli capitò comunque due anni più tardi. La sconfitta del 2005 gli era servita per riorganizzare idee e risorse, mentre nell’Unione ci si accomodava sugli allori. Oggi come ieri, una vittoria alle amministrative potrebbe portarci a ripetere lo stesso errore: illudere i militanti e i vertici del PD che si può vincere così, senza esagerare col rinnovamento, piazzando ai soliti posti i soliti uomini (la candidatura di Errani alla presidenza della regione Emilia è tuttora a rischio annullamento), confidando nella stanchezza dell’avversario, nel suo cupio dissolvi. Ma Berlusconi ormai dovremmo conoscerlo: proprio quando sembra spacciato, si rialza più arzillo che mai. È un vecchio pugile che ha bisogno di prendere qualche botta ogni tanto per sentire l’adrenalina e ricordarsi che è sul ring. Ma una botta non fa primavera: ben altro ci vorrà per mandarlo al tappeto una volta per tutte.

Una donna da votare