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Viale del tramonto

C’è una cosa ancora più difficile che fare carriera, o avere successo nella propria professione, ed è capire quando la musica è finita ed è arrivato il momento di lasciare il palcoscenico, fare un inchino di ringraziamento al pubblico che ti ha generosamente mantenuto e sostenuto e andarsene con grazia e classe, nel silenzio e nel rispetto, prima che degli altri, di se stessi.

Vittorio Zucconi

Martedì 4 maggio. In un superattico a Roma o Cologno Monzese, una task force di persuasori occulti sta lavorando a una missione impossibile: difendere l’ex ex Ministro Scajola dagli ignobili attacchi degli avvoltoi all’opposizione…

“Quindi, sintetizzando la situazione…”
“Siamo fottuti”.
“No, ecco, così è un po’ troppo sintetica”.
“Ieri il ministro si è dimesso, tra sei ore comincia il tolksciò, e non abbiamo nessun argomento per difenderlo, nessuno”.
“Più o meno sì, la situazione è questa”.
“Quindi siamo fottuti”.
“Sì, però quante volte ci siamo trovati davanti a uno specchio e ci siamo arrampicati? Ce la possiamo fare anche stavolta”.
“No. È indifendibile, quello. Si è sganciato pure il Giornale”.
“Vabbè, scusa, mica potevano bersi la storia dei tremila euro a metro quadro… voglio dire, le case le comprano anche i lettori del Giornale, saranno mica tutti idioti”.
“Va bene, però adesso la consegna è di difenderlo, e noi non abbiamo uno straccio di argomento. Non abbiamo niente. Lui manco sa quel che dice, dice che vuol rendere l’appartamento, capirai, a momenti non sa nemmeno a chi l’ha comprato. E tra sei ore si va in onda. Stavolta ci fanno il contropelo”.
“Chi, i democratici? Ma no, vedrai. Non sono capaci”.
“Ti dico che ci fanno il contropelo”.
“Ma no, guarda, è proprio in questi casi, quando potrebbero affondare la lama nella piaga, che si ritirano sempre… gli manca il killer instinct”.
“Cazzate. Non sono più quelli di una volta. Adesso ci sono questi giovani, ‘sti pivellini, hanno voglia di mostrare i denti”.
“Vabbè, ma son cucciolotti ancora”.
“Son più pericolosi. Se ci fosse ancora la vecchia guardia… per dire, cinque, dieci anni fa, sai chi avrebbero mandato?”
“D’Alema”.
“Proprio lui. Ecco, D’Alema ce lo saremmo giocato”.
“Era tosto anche D’Alema”.
“Sì, però… guarda, gli si mandava un fesso qualunque, il più irritante in circolazione, e si cominciava a pungolarlo su Affittopoli, te la ricordi Affittopoli?”
“Vagamente. Una vecchia roba di Feltri?”
“Scoprirono che a Roma D’Alema pagava una miseria di equo canone”.
“Vabbè, non è esattamente la stessa cosa”.
“Ma è proprio questo il punto. D’Alema è precisino, stizzosetto, tu gli mandi un cialtrone irritante che ti butta lì un parallelismo idiota con un vecchio scandalo, e lui esplode! A quel punto bum, caciara, e il giorno dopo nessuno parla più di Scajola, tutti a parlare di D’Alema e della caciara. Cinque anni fa avremmo fatto così. Dieci anni fa avremmo fatto così”.
“In effetti facevate sempre le stesse cose”.
“Per forza, ci mandavano sempre gli stessi… ormai li conosciamo a memoria”.
“Schemi lungamente provati e riprovati”.
“Vabbè, che ci vuoi fare, il tempo passa…”
“Però, chi lo sa, stasera potrebbe comunque venire D’Alema”.
“Ma valà, figurati. Adesso lui sta nelle retrovie, gioca a fare il kingmaker, di sicuro non si sporca le mani a battibeccare in un tolksciò”.
“Ogni tanto ci va ancora”.
“Sì ma non stavolta, scusa, figurati se per parlare della casa di Scajola mandano l’unico esponente del loro partito che è stato coinvolto in uno scandaletto immobiliare. Cioè, dovrebbero essere degli autolesionisti puri”.
“Ma loro sono autolesionisti puri. Scusa, eh, ma Tafazzi…”
“Ma no, Tafazzi è un’idea che abbiamo messo in giro noi. Se vuoi fare questo mestiere bisogna che ti alleni a non credere troppo alle storie che metti in giro, eh”.
“Quindi secondo te non sono autolesionisti?”
“Non così tanto da mandare D’Alema stasera, no. Te l’ho detto, manderanno i giovani, stanno funzionando. Al limite Bersani, pare che sia piaciuto da Santoro la scorsa settimana”.
“Io comunque una telefonata la farei, giusto per chiedere se sanno già chi viene del Pd… hai visto mai”.
“Fai pure, ma è tempo perso. Quello stasera se ne sta a casa a guardare i suoi uomini al lavoro”.
“Non si sa mai”.
“Si sa, si sa. Mica è scemo“.

Altri divorzi in vista per B?

Berlusconi sta inanelando una serie di “tradimenti” pubblici. Criticato dall’ex fedelissimo Paolo Guzzanti, abbandonato dalla moglie Veronica Lario, messo in discussionne dalla fronda interna di Gianfranco Fini.

Adesso tocca a Leonardo, l’allenatore del Milan.

“Non posso negare che il nostro rapporto è difficile. Siamo molto diversi, forse siamo incompatibili”

La maledizione sembra cogliere anche chi da lui viene sostenuto: in Lazio la Polverini ha serie difficoltà a formare il governo regionale, con addirittura quattro province che grazie a lei chiedono la secessione da Roma.

Il tifoso scomposto della sinistra

Mentre Fini arretra più o meno strategicamente, Matteo Renzi, Francesco Piccolo e Luca Sofri (e a modo suo anche Leonardo) si chiedono come ci siam potuti ridurre a fare il tifo per qualunque persona dica qualcosa contro Berlusconi.

Tortellino tra i tortellini

di Leonardo su L’Unità

Sabato l’Unità era in Emilia. C’ero anch’io. In realtà io ci sono tutti i giorni, in Emilia, ma proprio per questo probabilmente non ci faccio più caso, non ci rifletto abbastanza. Comunque sabato la carovana dell’Unità arrivava a Reggio, e io non potevo perdermela. Appeno entro provo una strana sensazione. Vedo metalmeccanici emiliani, pensionati emiliani, genitori emiliani, bambini emiliani. È da anni che non mi trovo così circondato. Non ci sono abituato; a scuola ho colleghi calabresi e allievi pachistani. Tanti emiliani tutti nello stesso posto non li trovo più nemmeno alle feste dell’U… alle feste democratiche. Mi viene un po’ d’ansia, e così, mentre aspetto che cominci il dibattito politico, mi faccio un giro in centro.

È bella, Reggio Emilia: forse non è più il gioiellino di qualche anno fa, la crisi si sente; ma i negozi sono ancora pieni di belle cose da comprare. Qualche mese fa un giornalista del Corriere venuto a intervistare i leghisti emergenti scrisse che alle sei di sera non c’era un solo italiano in piazza. Chissà in che città lo avevano portato, i leghisti emergenti. Non è che non ci siano facce scure, a Reggio. È una delle città con la più alta concentrazione di residenti stranieri. Ma ci vuole fantasia per immaginare che i reggiani doc sbarrati dentro casa alle diciotto. È un sabato normalissimo, italiani e stranieri passeggiano, mangiano il gelato, guardano le vetrine. L’ansia è passata. Torno al dibattito.

La sala nel frattempo si è riempita. L’età media, come noterà il direttore, è abbastanza avanzata. E il tasso di emilianità è altissimo, quasi insostenibile. Per carità, sono simpatici gli emiliani, ma… come i tortellini, sono buoni la domenica; non li mangeresti tutti i giorni. Troppi emiliani tutti assieme sembrano un’esagerazione. Forse perché l’Emilia non è mai stata una terra omogenea. Non esisteva, l’Emilia, al tempo delle Signorie, quando già Repubblica Veneta e Piemonte erano concetti chiari, ma Parma Modena e Bologna avevano tre signori diversi. Non esisteva all’inizio del Novecento, quando nella bassa non ancora del tutto bonificata i braccianti distruggevano le trebbiatrici e il fascismo agrario incubava. Non esisteva nel dopoguerra, quando le fonderie richiamavano lavoratori prima dal meridione, e poi dall’Africa. Io sono cresciuto in un paesino dove la seconda lingua più diffusa era il dialetto casertano: questa è l’Emilia per me. Ritrovarmi in una stanza con tanta gente che parla il mio stesso accento e mi assomiglia, mi dà una strana vertigine. Come su cento specchi deformanti, rivedo i miei tratti emiliani doc su volti più magri, più floridi, più anziani; ecco come sarò quando mi cadranno i capelli… Vorrei tornare in piazza, con gli africani che mangiano il gelato, e invece resto. Proiettano un video sui giovani leghisti emiliani. Ecco, va già meglio, quella è gente che mi sembra di aver visto in piazza. Certo, dicono scemenze a raffica. Uno ha appena finito di leggere il Piccolo Principe di Machiavelli. Però sono gli stessi giovani che stanno guardando le vetrine, che leccano il gelato nella panchina di fronte agli africani.

A questo punto mi ritrovo in un paradosso. Quei ragazzi del video dicono di voler essere padroni a casa loro. Che vorrebbero mandare a casa i clandestini. Le solite cose. Si capisce che hanno in mente un’Emilia di soli emiliani. Proprio quella in cui sono rinchiuso in questo momento, e che mi dà un po’ di nausea. Chissà se a loro è mai capitata una riunione così, di soli emiliani. Per quanto se la cantino e se la suonino, non sono ancora così tanti. Per far numero devono andare in Lombardia: per loro dev’essere un viaggio straordinario in un Paese esotico… Ma chissà, forse un giorno ce la faranno a riempire la loro assemblea emiliana. Forse quel giorno sentiranno la stessa ansia che sento io. Ma per ora non ne sono ancora capaci, fanno il 14%. Invece, sapete chi è capace di riempire un salone di puri emiliani? L’Unità.

La cosa fantastica
è che tutti i signori seduti intorno a me sono a favore dell’integrazione, della parità dei diritti, dell’accoglienza; gli amministratori per la verità si lamentano un po’ del fatto che di stranieri ne siano arrivati troppi e troppo in fretta, e che Maroni non riesca a tenere in prigione quelli che delinquono… Il solito pragmatismo degli amministratori emiliani, nemmeno questo è una novità. Nessuno accenna alla necessità di dare diritti civili ai regolari, ma voglio pensare che lo diano per scontato. Il paradosso è che qui dentro sono tutti uguali, e vogliono accogliere i diversi. In piazza invece sono tutti diversi, e preferirebbero trovarsi soltanto in mezzo agli uguali.

Non se ne esce. Ne usciranno gli immigrati, quando finalmente entreranno in questa stanza, si siederanno, prenderanno parola, lotteranno per i diritti che gli spettano. Non possiamo farlo noi al posto loro, ci facciamo la figura di altruisti benefattori, e noi emiliani non siamo così.

Il mio incubo
è che forse in questa stanza gli immigrati non entreranno mai; che a un certo punto, semplicemente, se ne andranno come sono venuti, sulle tracce di un Benessere che per trent’anni è transitato anche da noi, ma evidentemente era solo di passaggio. Sono stati gli ultimi ad arrivare, ma se il lavoro non c’è più saranno i primi ad andarsene. E mi lasceranno qui, emiliano tra emiliani, tortellino tra i tortellini, e a me i tortellini – spero di non offendere nessuno – alla lunga stancano.

Le analisi del voto/2

Marco Campione da i numeri, ma Leonardo ne trae conclusioni diverse.

L’avanzata leghista potrà mai espandersi verso sud?

Il PdL (stavolta nella persona del suo sindaco Moratti) riuscirà a rispettare una scadenza?

E, soprattutto, com’è che nessuno perde mai le elezioni?

TARallucci e vino

Mentre il TAR per ora conferma l’esclusione del PdL in Lazio, pubblichiamo una interessante riflessione di Leonardo, su l’Unità:

E se Berlusconi non volesse vincere?

Il capo si è fatto sentire. Dopo aver lasciato per mesi il suo nuovo partito in balia di galoppini riottosi e pasticcioni, all’ultimo momento è intervenuto a salvarlo dall’inevitabile figuraccia. Il PdL si presenterà alle elezioni in Lazio e in Lombardia, malgrado non abbia rispettato le regole: si presenterà, perché il capo ha voluto così, e quel che il capo vuole è legge, pardon, decreto attuativo. Ma vincerà? Non è detto. La mobilitazione democratica degli ultimi giorni potrebbe riportare alle urne una parte dell’elettorato di sinistra fin qui tiepido nei confronti del PD. Il capo probabilmente ha calcolato anche questo. Ma forse la cosa non lo preoccupa più di tanto.

Ho una teoria: forse stavolta a Berlusconi non dispiacerebbe perdere un po’. O al limite pareggiare – il che equivale a una sconfitta, quando ormai si possiede il campo e buona parte degli arbitri. I pasticci di Lazio e Lombardia non sono semplici casi di disorganizzazione, ma indizi del cupio dissolvi, della neanche tanto inconfessabile voglia di autodistruzione che circola al vertice del PdL. Vittorio Feltri già da un po’ parla di partito da rifare, di sconfitta probabile; ne parla col tono sgamato a cui erano abituati i lettori di Libero, salvo che ora scrive su un quotidiano della famiglia Berlusconi. Il Giornale non ha pudore a definire il PdL come un “partito di matti” (Sallusti, 1/3/10), a  indicare la necessità di un “azzeramento” dopo le elezioni. Una purga del genere sarebbe difficile da somministrare in caso di vittoria; viceversa, una sconfitta la renderebbe inevitabile. Lo stesso decreto salva-liste avrebbe un senso simbolico: Polverini e Formigoni devono capire che è solo la benevolenza del capo a tenerli ancora in gioco a Roma e Milano. Un’umiliazione per i sottoposti più riottosi (e per le regole della democrazia, il che non guasta mai). L’obiettivo stavolta non sarebbe tanto vincere, quanto liberarsi di quei planetoidi che ruotano intorno al re-sole del PdL sulle orbite più eccentriche: i finiani, gli uomini di Formigoni, e chissà quante altre meteore invisibili dalla nostra distanza.

Certo, immaginare un Berlusconi che sappia perdere, che addirittura programmi di farlo, richiede un certo sforzo d’immaginazione. L’uomo non ha mai mostrato molta sportività nelle sconfitte: non si contano le occasioni in cui ha lamentato i brogli, i golpe, i riflettori spenti che impedivano al suo partito o alla sua squadra la meritata vittoria. È vero, quando gioca non sa perdere. Ma a volte  semplicemente non gioca. Si disinteressa del risultato, si mostra distratto e incostante (come ben sanno i tifosi rossoneri); si smarca al punto che la sconfitta finale non sarà attribuile a lui, ma ai collaboratori che non hanno saputo servirlo. Può darsi che qualche sondaggio riservato gli abbia fatto capire che non è nemmeno il caso di sporcarsi le mani: qualche spot lo girerà, una leggina salva-ritardatari l’ha fatta scrivere, ma il suo nome stavolta non è stampato in cima alle liste. Meglio non rovinare l’immagine di eterno vincente. Probabilmente non ruberà la scena ai candidati: quando è il turno dei perdenti, il capo cede volentieri la ribalta ai sottoposti.

Le amministrative sono le consultazioni più sacrificabili
. Storicamente sono sempre state le più difficili per il centrodestra, i cui avversari godono di un maggior radicamento nelle amministrazioni locali. E allora tanto vale non spendersi più di tanto, anche perché si è già visto cosa accade al centosinistra quando gli si lascia vincere le amministrative.

Accadde nel 2005: Berlusconi governava da quattro anni, quando il suo consenso fu bruscamente messo in discussione da un risultato che sembrava storico. Tutte le regioni d’Italia, fatta eccezione per le roccaforti del lombardoveneto e della Sicilia (e per il piccolo Molise) passarono all’Unione, rinata sulle ceneri dell’Ulivo. Il risultato soffiò sul centrosinistra un’insidiosa ventata di ottimismo. La candidatura (non proprio freschissima) di Romano Prodi non incontrò ulteriori ostacoli; il progetto del PD, viceversa, rimase bloccato; il complicato sistema di alleanze DS-Margherita-cespugli tutto sommato sembrava funzionare. Per qualche tempo Berlusconi sembrò l’uomo del passato. A rileggerle, certe analisi del periodo, suonano surreali: si parla di un leader ormai avviato sulla via del tramonto; di un centrodestra smarrito, incapace di trovare un successore all’altezza. Il sostanziale pareggio dell’anno successivo fu una doccia fredda per molti: cos’era successo? Semplicemente, Berlusconi aveva deciso che voleva tornare a vincere. Cosa che nel 2007 non gli riuscì per poco, e che gli capitò comunque due anni più tardi. La sconfitta del 2005 gli era servita per riorganizzare idee e risorse, mentre nell’Unione ci si accomodava sugli allori. Oggi come ieri, una vittoria alle amministrative potrebbe portarci a ripetere lo stesso errore: illudere i militanti e i vertici del PD che si può vincere così, senza esagerare col rinnovamento, piazzando ai soliti posti i soliti uomini (la candidatura di Errani alla presidenza della regione Emilia è tuttora a rischio annullamento), confidando nella stanchezza dell’avversario, nel suo cupio dissolvi. Ma Berlusconi ormai dovremmo conoscerlo: proprio quando sembra spacciato, si rialza più arzillo che mai. È un vecchio pugile che ha bisogno di prendere qualche botta ogni tanto per sentire l’adrenalina e ricordarsi che è sul ring. Ma una botta non fa primavera: ben altro ci vorrà per mandarlo al tappeto una volta per tutte.

Yes Men

Mentre Dario Fo ci racconta la partigianeria di Minzolini e Berlusconi piazza un suo uomo anche in Telecom (la7), l’unico sussulto di dignità arriva dove non ti aspetti, nel mondo del calcio, dove Leonardo si ribella al suo presidente. E vince.

Elmo e la «quota stranieri»

di Leonardo su l’Unità

Ho una teoria. Per valutare l’impatto della quota Gelmini (sì, quella che limita al 30% la quota di stranieri per classe scolastica) dobbiamo cercare di entrare nella testa di chi l’ha voluta più di tutti: l’Elettore Leghista Medio Operaio (da qui in poi, per brevità, ELMO).

Elmo non è un razzista, secondo lui. In officina ha un apprendista moldavo che è molto bravo e si fa i fatti suoi. Però questa cosa degli stranieri in classe non l’ha mai mandata giù, da quando il suo Elmino ha cominciato a frequentare la prima media.

All’inizio sembrava tutto normale: Qualche volta, è vero, a suo figlio capitava di infilare un nome strano nel resoconto delle sue giornate, ma del resto Elmo conosce tanti amici che hanno chiamato i figli Brandon o Sharon. Al primo colloquio le insegnanti gliel’avevano detto: “È una classe un po’ difficile”. Ma quelle si lagnano sempre e comunque, si sa.

Il vero choc furono le foto della gita scolastica. Elmo scoprì che la classe di suo figlio era uno zoo. Tre neri, uno più nero dell’altro. Un marziano con un cappuccio in testa (“ma no, papà, è un indiano, ma della setta dei sikh”). Un numero imprecisato di rumeni polacchi e quant’altro. Sei o sette su ventisette.

“È una classe multietnica. Un’occasione meravigliosa per suo figlio”, le spiegò l’insegnante: la stessa che gli aveva detto che era una classe difficile. A Elmo qualcosa non tornava. Se davvero la classe multietnica era un’occasione così meravigliosa, perché non l’avevano offerta anche alla figlia del suo vicino, l’ingegnere? Lei aveva la stessa età di Elmino, ma sembrava molto più avanti con gli studi. È normale, le diceva sua moglie, le bambine sono più diligenti. Una mattina però al bar non aveva resistito, e si era messo a discutere di scuola con l’ingegnere. Fino ad arrivare al fatidico argomento, i bambini stranieri…
“Sono più bravi degli italiani”, era stata la pronta risposta del vicino progressista. “Per esempio in classe con mia figlia c’è un bambino ungherese che è un genio del computer, pensi…”
“Ah sì? Beh, però poi ci sono anche quelli che… sì, insomma, fanno fatica a imparare l’italiano, e allora la classe resta indietro… cioè, li avrà anche sua figlia dei compagni così”.
“No, che io sappia no”.

Così era saltato fuori che Elmo aveva otto compagni stranieri e la figlia dell’Ingegnere soltanto uno (un genio del computer).
“Ma certo”, gli aveva detto la moglie, “l’Ingegnere ha iscritto suo figlio alla classe bilingue tedesco”.
“E gli stranieri non ci possono andare?”
“In teoria potrebbero”.
“E allora perché non ci vanno?”
“Perché il tedesco è difficile. E poi perché c’è la lista di attesa”.
“C’è una lista?”
“Certo che non ti sfugge niente, a te”.
“No, scusa, una lista per studiare tedesco alle medie? Cos’ha di così speciale questo tedesco?”
“Forse che gli alunni sono tutti bianchi”.

Ecco svelato l’arcano. Non c’è nessuna invasione di alunni stranieri: il problema è che sono tutti concentrati in un paio di classi, e una è quella di Elmino. Nelle altre (Elmo ha controllato i tabelloni affissi a settembre) i nomi stranieri diventano rarissimi. A quel punto, dentro di lui qualcosa si è rotto. Oppure è stata la quinta volta che ha sentito dire da un’insegnante che la classe era indietro col programma. Sia come sia, Elmo appena ha potuto ha votato la Lega.

Quando i suoi uomini in parlamento proposero di istituire le classi-ponte, ebbe un acceso diverbio al solito tavolino del bar. “Siamo alle leggi razziali!” tuonava l’ingegnere. “La verità è che avete paura degli stranieri, che tante volte sono più bravi dei nostri figli…” Qualche mese dopo si cominciò a parlare di quote, e anche lì l’ingegnere prospettava deportazioni, Buchenwald, Dachau… La verità è che quelli come l’ingegnere hanno sempre da dire su tutto. Perché sono comunisti. Invece Elmo, più ci pensa più trova che la quota sia la cosa più ragionevole. Finalmente (pensa) gli stranieri non saranno più tutti ammucchiati in una o due classi-lager, ma sparsi su tutta la superficie scolastica. E la sorella di Elmino, che comincia le medie in settembre, non finirà più in un ghetto di analfabeti. Forza Gelmini!

In agosto, leggendo il tabellone delle nuove classi, Elmo avrà un colpo al cuore. Su 29 compagni di Elmina, 15 avranno il cognome straniero. A questo punto magari andrà a chiedere al Preside: Cos’è, un’invasione? Dove sono finite le quote? Ma allora è vero che questa scuola è un covo di rossi dove si ignorano le direttive ministeriali? E il preside, che gli risponderà?

“Prima di tutto, vorrei tranquillizzarla. Una classe multietnica, come quella in sui è stato inserita sua figlia, è una meravigliosa opportunità…”
“Bla bla bla, conosco il discorso. Quello che vorrei sapere è come mai qui non si rispettano le quote di stranieri”.
“Ma noi le rispettiamo. Nella classe di suo figlia ci sono nove alunni stranieri”.
“Di più che tre anni fa! E le quote?”
“La quota è del 30%. Il problema è che con i tagli il numero di studenti per classe è aumentato. Nella classe di suo figlio sono in trenta: il 30% di trenta è un po’ più di nove, un po’ meno di dieci. Siamo in quota”.
“Ma scusi… io qui leggo almeno sedici cognomi che non sono italiani. Non nove. Sedici”.
“Certo, perché poi ci sono gli stranieri nati in Italia. Il Ministero ci ha detto che nella quota non vanno contati”.
“Ah, non vanno contati”.
“No”.
“Ma perché devono sempre finire tutti in classe coi miei figli… cioè, io non è che sono razzista, eh… ma non riesco a capire. Perché non ne mettete un po’ anche in prima A?”
“La A è la classe di tedesco…”
“Sì, lo so, c’è una lista. E in B?”
“Il B è la sperimentazione musicale”.
“E allora? Sono tutti stonati gli stranieri?”
“No, ma c’è una lista d’attesa anche lì”.
“E la C?
“È una classe molto ambita, non ha rientri al pomeriggio. Sa, per i bambini che hanno molte attività extrascolastiche: nuoto, equitazione…”
“C’è la fila anche lì”.
“Diciamo che gli stranieri hanno meno attività extrascolastiche. È tutto chiaro, ora?”

Sì. Nella mente di Elmo ora è veramente tutto chiaro. Non è colpa della Gelmini, lei ha fatto quel che ha potuto. Il problema è che i comunisti sono veramente diabolici. Fatta la legge, trovano l’inganno. Fanno studiare ai loro figli tedesco, flauto traverso, equitazione, qualsiasi cosa per tenerli lontani dai negri… e quelli che ci rimettono sono i suoi figli. Comunisti maledetti. Ma verrà un giorno. Quando prenderemo il potere…

Attentato di Matrice islamica

Spesso, quando parliamo di Al-Qaida, la consideriamo un movimento retrogrado, espressione del ritardo storico del Medio Oriente: come una ‘sacca di medioevo’ in un mondo che va avanti. Forse ci sbagliamo: Al-Qaida è moderna quanto noi. I suoi militanti più famosi sono uomini di origine islamica, ma di studi occidentali, come il plurilaureato Mohamed Atta (autore nel 1999 di una tesi in cui si lamentava l’impatto dei grattacieli moderni sulla skyline islamica di Aleppo). Se l’Islam è una via di fuga da una realtà in cui non si trovano a loro agio, l’immaginario da cui scaturiscono i loro piani sembra risentire più dei blockbuster globalizzati che delle sure del Corano. Atta e Abdulmutallab provengono dallo stesso nostro mondo civilizzato, e condividono le stesse ansietà, la stessa alienzione che dieci anni fa trovammo rispecchiate nel film dei Wachowski. Obama può bombardare lo Yemen, come Bush bombardò Afganistan e Iraq. Ma l’alienazione e la solitudine che hanno portato Abdulmutallab in Yemen sono in mezzo a noi, e presto o tardi porteranno un altro studente brillante e solitario a colloquio col Morpheus di turno.

Leonardo, su l’Unità

I segreti dell’altalena

di Leonardo

“Papà”.
“Sì, bambina mia?”
“Senti, c’è una cosa che è da un po’ che ti devo dire, però mi devi promettere che non lo dici a nessuno”.
“Cos’è successo, bambina mia”.
“Senti, sai quando andiamo nel parco a volte al pomeriggio”.
“Sì”.
“Che tu ti metti sulla panchina a leggere il Giornale e io vado sull’altalena e a volte veniva anche la Lorenza”.
“Cosa c’è, vi siete picchiate di nuovo? Adesso sua madre mi sente…”
“No, no, non mi ha fatto niente la Lorenza. Non è questo”.
“Ah. Del resto è un po’ che non si vede più”.
“Sua mamma non vuole più portarla”.
“Nel parco? Cos’è, ha paura di te adesso”.
“Ma no, no, papà. È che sta andando da un dottore, però non è come il dottore che ti mette il termometro, è una specie di dottore della testa, che ti mandano da lui quando vedi le cose strane”.
“Le cose strane? Perché, cosa ha visto Lorenza?”
“Ma niente, papà”.
“Non riesco a capire”.
“Neanch’io papà. È tutto cominciato due settimane fa anzi no forse tre perché mi ricordo che non c’era ancora nell’angolo il venditore di castagne”.
“Allora è più di un mese”.
“Insomma, quando tu mi accompagni al parco e ti metti sulla panchina, io vado sull’altalena con la Lorenza, ma a volte c’è una signora che ci spinge. Tu l’hai mai vista la signora?”
“Mah, no. È la mamma di un’altra bambina?”
“Dice che è la mamma di un bambino, ma io non l’ho mai visto il suo bambino, comunque, lei non fa proprio niente di male papà, ci spinge soltanto”.
“Ma com’è fatta questa signora”.
“È tanto bella”.
“Ah”.
“Con un velo che la copre tutta”.
“Eh?”
“Ma sì, hai presente, un velo, come la mamma della mia compagna Fatima, hai presente, però il colore è diverso, è…”
“Tutta? Non si vede neanche il viso?”
“Sì papà, si vede il viso”.
“E di viso com’è?”
“Te l’ho detto papà, è molto bella”.
“Sì, va bene, è bella, ma il viso, insomma, di che colore è? Come quello della tua compagna Fatima?”
“Un po’ sì”.
“E parla italiano?”
“Sì, anche se…”
“Anche se?”
“Parla strano, insomma papà, io non è che capisco tutto quello che dice, però…”
“Però”.
“Sono cose bellissime e bruttissime”.
“Spiegati meglio, tesoro”.
“Ma per esempio ci dice che ci saranno cose molto brutte, delle battaglie, i cattivi sembra che vinceranno contro i buoni ma non dobbiamo avere paura, anche se ci saranno queste cose molto brutte… a un certo punto ci saranno degli eserciti che faranno una guerra terribile, ma alla fine vincerà lei…”
“E queste cose ve le spiega sull’altalena?”
“Sì, e ci dice per adesso di non dirle a nessuno perché è ancora presto, ma ecco, è successo che la Lorenza è andata a dirle a sua madre e sua madre l’ha portata da questo dottore”.
“Ma che dottore. Qui c’è da andare dalla polizia, altroché”.
“Dalla polizia? Ma perché, papà, è successo qualcosa?”
“E’ successo che nel parco c’è una integralista islamica che fa la predica a mia figlia, mi sembra abbastanza. Ma senti, questa signora te l’ha detto come si chiama?”
“No papà”.
“Tanto di sicuro è un nome assurdo. E da dove viene?”
“Non viene da nessuna parte, papà, è sempre lì”.
“Come sarebbe a dire è sempre lì, vedrai bene se arriva da una parte o dall’altra… viene dalla parte del venditore di castagne o dalla strada?”
“Papà, te l’ho detto, è sempre lì”.
“Ed è tutta velata?”
“Sì papà”.
“Dal capo ai piedi?”
“Sì… beh, no, ai piedi porta una cosa, come si chiama, una fetta di luna…”
“La mezzaluna?”
“Ecco, sì, papà”.
“Maledetti musulmani. Ti volti un attimo e si mettono a convertire tua figlia. Ma io questa la stronco. Senti. La prossima volta che andiamo al parco…”
“Sì papà?”
“Appena la vedi ti metti a urlare, va bene?”
“Ma papà, io quando la vedo non riesco a urlare”.
“Come sarebbe a dire”.
“È una cosa strana, papà, io quando la vedo mi sento tutta bloccata, però sto bene, anzi sto benissimo, però non riesco a parlare”.
“Figlia mia! Ma cosa ti hanno fatto questi bastardi… senti, nel parco non ci andiamo più, hai capito?”
“E alla signora cosa le dico?”
“Non le dici niente! Non la vedrai mai più”.
“Ma se viene in camera mia?”
“Come in camera tua? Come fa a venire in camera tua”.
“A volte di notte è venuta”.
“Eh? Scherzi? No, è un sogno. Ipnosi. Un veleno. Insomma, non lo so. Senti, facciamo così, adesso chiamo la mamma di Lorenza e le chiedo il numero di quel dottore…”
“No, papà, per favore! Papà! La signora non mi ha fatto niente. Mi ha solo…”
“Taci te. Non hai neanche idea di cosa… Fila in camera tua”.

Cara Signora,
mi dispiace che ho parlato di te con mio papà, ma non sapevo più come fare. Adesso lui è molto arrabbiato e non vuole più portarmi al parco.
Allora ho pensato che io, a me tu stai simpatica, però forse è meglio che non ci vediamo più, e al massimo quei Tre segreti che ci devi dire li dici alla Lorenza, che lo so che voi vi vedete ancora anche se lei va dal dottore.
Però la Lorenza ce la fa a tenere i segreti, invece io cara Signora mi dispiace, mi dispiace tantissimissimo, ma con mio papà proprio non ce la faccio.