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Lettera aperta al presidente del Centro studi del Partito Democratico

Caro Gianni, ho pensato di scrivere a te, quest’oggi, perchè ora tu rappresenti, nel nostro partito, una cultura condivisa, o la ricerca di questa -che c’è, a saperla cercare.
Ho pensato di scrivere a te, oggi, perchè sono passati giusti giusti 50 anni da quel 7 luglio del 60 in cui morirono a reggio emilia 5 compagni del PCI: a sparare loro addosso fu il governo -repubblicano, certo! però…- di allora.

E lo so che i fatti di quegli anni sono diversi da quelli di oggi. Eppure, vedi, io non ci riesco a pensare senza inquietudine, che un governo eletto con una maggioranza parlamentare, e quindi democratica, si metta a sbarrare la strada a comuni cittadini, colpiti da un terremoto -che certo non è colpa di nessuno, ma proprio per questo!- che vogliono andare a parlare col il capo del governo e con i rappresentanti del Parlamento. Quello stesso capo di governo e quella stessa maggioranza che proprio su questa vicenda ha fatto, prima, un gran chiasso a proprio vantaggio.
Un capo del governo che si barrica addirittura dentro il “suo palazzo”, e fa chiudere le porte dai gendarmi, come un re di fine secolo, forte di auto-potere e debole d’animo.

Mi è venuto da pensare alla storia dei 150 anni di questo paese. Un pensiero confuso, perchè io non sono tanto brava, nè tanto colta, e ho poca memoria -necessito dei libri per ricordare. Nella confusione di analisi, di roba, di frasi, di episodi, mi è venuto in mente che ogni tanto si riaffaccia, mai sopito davvero, una specie di mostro.
Sai, io diedi l’esame di maturità nel 1979: quell’anno uscì un tema, tra gli altri. Diceva: il sonno della ragione genera i mostri. E mi sembra come se questo sonno sia ciclico, un pò come il sonno naturale degli esseri viventi. Ma il sonno della ragione non può essere un sonno naturale, come quello normale, rigenerante, riposante, che segue il ritmo del giorno e della notte, per noi come per ogni altro essere vivente. Il sonno della ragione è un sonno procurato, voluto, programmato.

Nel secolo scorso, una novantina circa di anni fa, il mostro si palesò per ciò che era, e senza infingimenti: poi, ogni tanto, torna sotto altre sembianze, e prende forza se lo si lascia fare.
Metto insieme episodi forse diversi e anche soggettività, ma così mi viene ora di fare, e so che mi perdonerai per questo.
Nel settembre del 2001 persi in circostanze tragiche un mio carissimo e giovane amico, vissuto poco, ma abbastanza per poter raccontare una giornata vista in prima persona, a Genova, due mesi prima. Il suo fisico asciutto, così simile a quello di Carlo Giuliani, mi fece rabbrividire sulle prime immagini che arrivavano da lì: pensai sul serio che a terra ci fosse lui, e non dimenticherò mai quella sensazione, certo anche perchè il mio amico dopo due mesi morì davvero.
Mi chiedo: facemmo abbastanza dopo quei fatti, e i fatti della Diaz e Bolzaneto, e quelle ore drammatiche che seguirono?

Ancora. Prima, qualche anno prima. Le stragi sui treni, alle stazioni, nelle banche, nelle piazze. Facemmo abbastanza allora, sì. Svegliammo tutte e tutti -per certi episodi io ero ancora bambina, ma lo so che “appartengo” a chi -e a tutti quelli che- prima di me, si mise a far gran voce. Respingemmo il mostro. Una fatica enorme, e costò vite e sangue che oggi si scolora, purtroppo, sugli schermi al plasma delle nostre televisioni.

Potrei ancora dire di tutte le cose che mi si stanno affastellando nella mente, chessò, vedere in TV -ma non quella pubblica, no no- trasmissioni che ripropongono i temi dell’unità d’italia e del cammino di questo paese, così faticoso. Sentire che c’è qualcuno -150 anni dopo- che mette in dubbio un inizio, una storia collettiva – e questo è il sonno, ma il sonno profondo, eh?- della ragione che si riaffaccia.
Che stato d’animo inquieto che ho, e non è da me: il che rende tutto ancora più inquietante. Vorrei poter dire tutto questo a tutte e a tutti, con un quadro, una musica, una poesia, ma non ho alcun talento e devo accontentarmi delle parole, che in fondo, di loro, sono neutre.

Ti ho rubato già troppo tempo per dire cose senza una logica interna, credo. O forse no: una logica c’è, per quanto confusa. Con una conclusione: ricominciamo a svegliare tutte e tutti. So che lo possiamo fare.
Grazie se sei arrivato a leggere fin qui.

Eli, una che ha traslocato anche lei un pò di volte.

Caro direttore, non ci stiamo

Non si può più assistere al degrado della Rai. Non si può avallare una gestione irresponsabile che squalifica il servizio pubblico. Non si può tollerare il ricatto di un primo ministro che minaccia quando vede programmi che non lo elogiano. E dimentica che questa Rai, questo direttore generale, la maggioranza del consiglio di amministrazione dell’azienda, sono quelli che lui ha voluto e imposto. È arrivato davvero il momento di cambiare. Questa gestione governativa della Rai porta al crollo di quella che è stata una grande azienda. La spinge verso posizioni marginali del mercato, succube di Mediaset e Sky su due settori strategici, quello della raccolta pubblicitaria, e quello della concorrenza sulle nuove piattaforme.

Il tutto mentre il governo si appresta a regalare nuove frequenze senza che lo stato ne tragga alcun beneficio, mentre nel resto d’Europa si svolgono aste miliardarie. Per correggere questa distorsione presenteremo opportuni emendamenti alla manovra. Non è accettabile che Berlusconi, principale azionista di Mediaset, primo concorrente della Rai, resti sulla poltrona di ministro dello Sviluppo economico, insensibile al conflitto di interessi che grava su di lui. E che da quella poltrona minacci di non firmare il contratto di servizio, tagliando i fondi alla Rai perché non ottiene quello che vuole: l’allontanamento di questo o quel giornalista, di questo o quel dirigente. O si cambia la governance della Rai o l’azienda andrà verso il baratro della decadenza. Ci sono due emergenze plateali: una democratica, una economico-industriale, con un bilancio in forte perdita, una prospettiva di piano industriale fatto di tagli, di sacrifici, senza alcun ripensamento complessivo della missione aziendale del servizio pubblico. Parte non piccola delle responsabilità è di questo consiglio e di questo management, che non ha saputo affrontare la sfida né mostrare la necessaria autonomia dalla politica.

Lo spettacolo di quello che dovrebbe essere un organo di gestione trasformato in una sorta di parlamentino riunito per gestire e assecondare le aggressive ossessioni della maggioranza è davvero sconcertante. In attesa di una riforma più articolata e importante del servizio pubblico nell’era della svolta digitale, della rivoluzione del sistema radiotelevisivo con la presenza di molte piattaforme tecnologiche, e soprattutto in vista dell’arrivo della banda larga (che fine hanno fatto gli investimenti promessi dal governo? Dove sono finite le risorse che erano state accantonate dal centrosinistra?) facciamo una proposta seria, semplice e chiara: un amministratore delegato con poteri pieni, sia pure indicato dall’azionista Tesoro, scelto dai due terzi di un nuovo consiglio di amministrazione; un consiglio di amministrazione espresso anche da Regioni e Comuni oltre che dalla Vigilanza. Vogliamo una Rai che non dipenda più dalle segreterie dei partiti, vogliamo un’azienda che sia gestita il più possibile con le regole del codice civile.

La nostra proposta non costa un euro. Se ci fosse in parlamento una maggioranza che sentisse, come noi sentiamo, la responsabilità di ridare credibilità al servizio pubblico, questa piccola grande legge potrebbe passare in pochissimo tempo. E se ci fosse un azionista che davvero ha a cuore il destino della Rai, non sarebbe certo impossibile intervenire rapidamente. E il nuovo amministratore delegato scelto per le sue competenze ed esperienze manageriali avrebbe — secondo la nostra proposta—180 giorni per presentare un piano di riorganizzazione da sottoporre al parlamento. Nel tempo che viviamo, in cui la comunicazione spesso detta l’agenda alla politica, è irrinunciabile per una democrazia poter contare su un servizio pubblico gestito in maniera autonoma e indipendente, precondizione per offrire un terreno di gioco neutro a tutte le forze in campo. La nostra è una proposta di buon senso. Non si può non vedere il crescente disagio e distacco che matura nell’opinione pubblica verso un’azienda che in passato è stata una fucina di idee, e un importante fattore di coesione nazionale. E che nel futuro potrebbe essere una vera palestra di autonomia, di creatività e libertà espressiva, di innovazione. Al di fuori di questi obiettivi non ci può essere infatti un senso riconoscibile per un servizio pubblico.

Pier Luigi Bersani
segretario del Pd

Lettera sulla manovra

Il circolo on line del Pd “Barack Obama”, in una discussione avviata nel proprio forum, ha analizzato in modo approfondito, la manovra finanziaria varata dal Governo.

E’ stata innanzitutto rilevata la necessità che il Pd, i suoi gruppi parlamentari in primo luogo, non debbano limitarsi, come peraltro necessario, ad opporsi a singole parti della manovra, proponendo misure alternative a quelle singole parti, ma debbano elaborare un progetto di manovra finanziaria, complessivo ed alternativo al progetto governativo.

Alcune critiche alla manovra sono state evidenziate più volte:

- la sua iniquità in quanto tende a colpire i ceti sociali più deboli
- la sua parzialità nel senso che essa tende quasi esclusivamente ad ottenere una riduzione del deficit pubblico senza prevedere i necessari interventi rivolti a promuovere la crescita economica
- il fatto che i tagli alla spesa pubblica sono prevalentemente tagli indiscriminati, spesso riguardanti settori decisivi per promuovere la crescita economica
- una politica fiscale che non è caratterizzata in misura sufficiente, come dovrebbe, da misure volte a contrastare realmente l’evasione e l’elusione e a colpire anche i redditi da patrimoni e le rendite finanziarie

Per ciascuno di questi punti alleghiamo delle schede:

Iniquità (relativamente alla materia previdenziale)

Il Presidente della Repubblica ha chiesto più volte che la manovra correttiva fosse equa. Purtroppo, essa non lo è affatto. Isolando uno dei capitoli della manovra – quello della previdenza -, per evidenziare l’iniquità della misura prevista dal DL 78 di un rinvio di 6-9 mesi per le pensioni di vecchiaia, che si aggiunge a quello prima vigente di 3-6 mesi , che fu deciso dal governo Prodi con la legge 247/07, il cui combinato disposto porta quindi l’età pensionabile per vecchiaia da 65 a 66 anni (l’allungamento di 12 mesi vale anche per quelle di anzianità), è sufficiente dire che in soli 3 anni si è aumentata l’età pensionabile di 4 trimestri, mentre per l’aumento a 67 anni, cioè di altrettanti 4 trimestri, come prevede il regolamento emanato dal governo la settimana scorsa, ci vorranno ben 11 anni.

Il DL ora approvato ha visto succedersi varie stesure ed anche la parte relativa alla previdenza ha avuto – pare – quattro redazioni e subìto varie modifiche, ma mentre quelle riguardanti altri capitoli sono state migliorative per i destinatari, la quarta, quella definitiva, riguardante la previdenza è stata invece molto peggiorativa.
In un primo momento (come risultava dal testo del DL approvato dal Consiglio dei Ministri), questa “finestra” mobile era stata fissata a 6 mesi dalla maturazione del diritto (cioè a 65 anni e mezzo), poi, chissà perché e senza colpo ferire, a 12 mesi.
Se si analizza il testo del DL relativo alla previdenza – valido d’ora in poi permanentemente per tutti e perciò da considerare intervento strutturale -, riepilogando, risulta quanto segue: il rinvio di 12 mesi vale anche per chi ha maturato già 40 anni di anzianità (!); non vale per i lavoratori in mobilità, ma fino al limite di 10.000 persone (!!); vale anche per gli inoccupati o inattivi a qualunque titolo (!!!).
Ne discende che l’onere dell’aggiustamento dei conti pubblici (non dell’INPS, si badi, la cui gestione presenta un avanzo record di 7,9 miliardi) ricadrà anche su categorie deboli o debolissime, a reddito basso, bassissimo o addirittura pari a zero – che perderanno in un solo anno introiti di migliaia o decine di migliaia di euro -, mentre tutti i percettori di reddito privati – ad eccezione dei produttori di farmaci generici, dei grossisti di farmaci, dei farmacisti e dei beneficiari di stock option, per la parte eccedente il triplo della retribuzione fissa – anche milionari non pagheranno – letteralmente – neanche un centesimo.

Non pare esagerato, allora, definire la manovra finanziaria correttiva – per la parte relativa alla previdenza (e all’invalidità) – iniqua, anzi crudele ed iniqua, molto iniqua.
Chiediamo di correggerla prevedendo: a) una “finestra” mobile al massimo di 6 mesi dalla maturazione del diritto; b) che il rinvio non si applichi per i lavoratori in mobilità; c) che il rinvio non si applichi ai pensionandi inattivi (gli over 45-50 rimasti senza lavoro sono stimati in un milione: quanti sono – e saranno – su 140.000 nuovi pensionati ogni anno?).

N.B: le iniquità della manovra ovviamente riguardano anche altri settori, dal settore del pubblico impiego alla cultura, al settore delle autonomie locali e abbiamo voluto concentrarsi su quelle inerenti la previdenza perché le riteniamo particolarmente criticabili e perché è una materia complessa dove, più che in altri casi, sono necessarie proposte precise

Parzialità (necessita di prevedere interventi a sostegno della crescita economica)

In questo caso interventi rilevanti volti ad intensificare la crescita economica non esistono affatto. E ciò rappresenta probabilmente il limite principale della manovra, anche perché un rafforzamento della crescita avrebbe potuto contribuire alla riduzione dei valori di variabili quali il rapporto tra deficit e Pil e il rapporto tra debito e Pil, incidendo sul denominatore di entrambi i rapporti.
Quindi occorreva prevedere interventi di questa natura, anche diversi fra loro, le cosiddette riforme strutturali, volte principalmente ad accrescere la produttività e la competitività del sistema economico italiano.
Diversi interventi specifici sarebbe stato possibile prevedere, ad esempio una riduzione, pari al 30%, per un periodo non superiore ai 24 mesi, dei contributi a carico delle imprese che assumano giovani a tempo indeterminato.
Più in generale, per individuare le risorse necessarie a favorire la crescita economica, due ad esempio possono essere le azioni da promuovere: una vera lotta all’evasione fiscale, di cui ci occupiamo in altra parte del documento, una redistribuzione fiscale, tagliando le tasse che gravano sul lavoro e sulle imprese e compensando le minori entrate con tasse che colpiscano altri soggetti. Per quanto riguarda questo seconda questione, è del tutto evidente che uno sgravio sul lavoro dipendente e sulle imprese di notevole entità otterrebbe effetti in tempi brevi, accrescendo gli investimenti e i consumi. Come compensare la riduzione delle entrate che ne deriverebbe? Colpendo, fiscalmente, le rendite, le case non censite, le case non utilizzate, rivalutando i valori catastali.

Tagli

I tagli alla spesa pubblica sono soprattutto inaccettabili in quanto colpiscono prevalentemente le Regioni e gli altri enti territoriali. Infatti, complessivamente, questi due settori vedranno diminuite le loro capacità di spesa per un importo pari a 8,5 miliardi, oltre il 60% della riduzione prevista nella spesa. Pesanti sono, inoltre, i tagli per la scuola e la sanità. Per la prima è soprattutto il blocco degli incrementi automatici delle retribuzioni nel triennio a determinare la riduzione della spesa, per la seconda è un complesso di riduzioni nel personale e di riclassificazione della spesa farmaceutica. La chiusura di alcune finestre per pensioni di vecchiaia e di anzianità comporta un risparmio di circa un miliardo di euro, sperando che l’effetto annuncio non spinga molti ad anticipare l’andata in pensione.
E comunque sarebbe stato necessario, diversamente da quanto contenuto nella manovra, che fossero state varate misure strutturali di contenimento delle spese, ma tali misure non sono presenti.
Sarebbe auspicabile ad esempio che venissero abolite le Province e gli altri enti intermedi tra Regioni e Comuni (Ati, Comunità montane ad esempio). I risparmi, crediamo, sarebbero consistenti.

Politica fiscale

Per quanto riguarda le entrate, 10 miliardi in più a regime, la leva è la lotta all’evasione. Che ci sia tanto da recuperare su questo fronte è indubbio. Il problema è che è impossibile stimare con precisione il valore delle misure di contrasto previste nella manovra e tale problema è aggravato dal fatto che i numeri su cui conta questa manovra sono imponenti (quasi 8 miliardi verrebbero dal recupero dell’evasione). E la credibilità delle misure di contrasto all’evasione, inserite nella manovra, è molto ridotta.
Quindi sarebbe stato necessario prevedere misure di contrasto all’evasione che avrebbero prodotto risultati più certi e poi sarebbe stato opportuno prevedere anche interventi fiscali di altra natura, che colpissero i redditi da patrimonio e le rendite finanziarie.
Misure più efficaci per contrastare l’evasione fiscale possono essere diverse tra le quali, l’aumento dei controlli, l’inversione dell’onere della prova per coloro che posseggono natanti e si dichiarano nullatenenti, una nuova legge sul regime dei suoli che tra l’altro contribuisca a ridurre le transazioni in nero nel settore delle costruzioni, promozione di una politica comune a livello di Unione Europea volta a combattere i cosiddetti “paradisi fiscali”.

Vi invitiamo pertanto a tenere conto degli elementi essenziali della discussione sulla manovra finanziaria del Governo che il circolo Obama sta portando avanti.
Vi ringraziamo anticipatamente.

Il coordinamento del circolo on line
del Pd “Barack Obama”

P.S.: la discussione è comunque difficile da sintetizzare, anche perché sono state espresse valutazioni in parte diverse (comunque se può interessare l’intera discussione – che sta proseguendo – è visibile sul ning del nostro circolo – pdobama.ning.com).

Lettera aperta alla Direzione del PD e al Segretario Pierluigi Bersani

Negli ultimi giorni una serie di dichiarazioni di importanti esponenti leghisti, comparse sulla stampa nazionale e internazionale, ha riportato al centro del dibattito politico la questione dell’unità territoriale del paese.

Mentre il ministro degli Interni Roberto Maroni celebra i successi dello Stato italiano contro la malavita organizzata, altri dirigenti della Lega Nord come Bossi e Calderoli, essi stessi membri del governo in carica guidato da Silvio Berlusconi, si sono messi in evidenza con espressioni di presa di distanza dalle celebrazioni del 150° anniversario della nascita dell’Italia unita. In un’intervista concessa al quotidiano spagnolo El Pais Umberto Bossi ha addirittura prefigurato l’ipotesi di una Padania collocata fuori dall’Italia.

Questo revival della tentazione secessionista del mondo leghista è preoccupante perché s’inserisce in una situazione generale del paese fortemente connotata da tendenze dissolutive che rimandano alla crisi economica in corso e, più in generale, ai fenomeni della globalizzazione, di indebolimento della coesione della comunità italiana e di reviviscenza di particolarismi ed egoismi di ogni genere. In questo quadro, si accentuano distanze e fratture, vecchie e nuove, che mettono a dura prova la tenuta istituzionale e sociale del paese.
Il Pd e le forze di opposizione costituzionale sono chiamate ad un difficile sforzo per riannodare i fili di una convivenza minacciata e sempre più problematica di una società che ha attraversato un processo storico contraddittorio, sfociato infine nella costituzione della Repubblica democratica.
In questo passaggio, grazie alla spinta decisiva del movimento partigiano, è stato possibile rinsaldare e rinnovare le basi di esistenza e di comunanza del popolo italiano poste dal movimento risorgimentale.
Proprio in una fase di difficile transizione in cui è richiesto un rafforzamento dei legami e della condivisione degli sforzi per il rilancio della storia italiana l’ ambigua fraseologia leghista opera per creare confini e suscitare divisioni incomprensibili e dannose per la cittadinanza. Ricordiamo peraltro che i leghisti insieme a tutto lo schieramento di Destra hanno per buona parte della stagione politica post-Tangentopoli detenuto le leve del potere centrale e se l’Italia è arretrata invece di avanzare si deve anche alla loro incapacità.
Siamo convinti che questo sia il momento della chiarezza e dell’assunzione di responsabilità davanti alle sfide e ai gravi pericoli incombenti.
E’ inaccettabile un federalismo che venga interpretato come momento di un piano generale di scomposizione territoriale del paese. La Lega Nord deve dire una parola definitiva ed inequivoca sull’unità italiana. Deve risolvere una volta per tutte le contraddizioni dell’articolo 1 del suo Statuto che ancora stabilisce l’obbiettivo dell’indipendenza della Padania, termine ambiguo che contiene anche l’ipotesi della secessione dall’Italia.
Non si tratta, nelle nostre intenzioni, di ricacciare ai margini i leghisti ma di impedire una involuzione politica, per favorire un approdo chiaro che Berlusconi e la Destra non sono in grado di determinare.
Perciò chiediamo alla Direzione e al segretario del PD di non più esitare prendendo l’iniziativa di sollevare apertamente e pubblicamente la questione dell’articolo 1 dello statuto della Lega Nord.”

Caro signor sindaco…

(il resto qui)

Al segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani

Caro segretario,

In questi giorni e’ montata la polemica sulle modifiche allo statuto del Partito riguardanti lo svolgimento delle Primarie.

Sebbene sia nostra convinzione che alcune modifiche andassero fatte rispetto alle regole fin qui adottate, sebbene ci rendiamo conto che la linea sulle primarie dovesse subire un cambiamento, come conseguenza del risultato del Congresso, cio’ non toglie che le anticipazioni che leggiamo ci preoccupino notevolmente.

Le Primarie sono un metodo di partecipazione che caratterizza il Partito democratico in modo unico in Europa. C’e’ una identificazione chiara, da parte di iscritti e simpatizzanti, rispetto ad una occasione di prendere parte alle decisioni, anche politiche, rarissima e che e’ al contempo, formativa e consapevole.

Non ho bisogno di ricordarle che, in un momento pur delicato del partito, i simpatizzanti al PD hanno partecipato in modo inaspettato alle piu’ recenti primarie. Snaturarle nel metodo e nei principi e’ pericoloso e soprattutto significherebbe, una ulteriore perdita di identita’ del partito e il loro subordinamento, alle decisioni degli organi politici del Partito o di altri soggetti politici a noi alleati andrebbe a minare il rapporto di fiducia esistente tra iscritto e dirigenza.

La questione, caro Segretario, non e’ rispetto alle primarie di coalizione. Porre la necessita’ del 35% dei componenti dell’assemblea o del 20% degli iscritti per sostenere una candidatura diversa da quella decisa dal partito (comma 3), porre la necessita’ dei 3/5 dei voti dell’assemblea rispetto alla decisione di svolgere le primarie, nel caso non si facessero quelle di coalizione (comma 4), o la necessita’ del 30% dei voti rispetto a candidature diverse rispetto a quelle uscenti (comma 5) vuol dire ingessare il partito.
Allora, caro Segretario, la questione non e’ soltanto ideologica, ma di merito, rispetto alla volonta’ reale di rinnovamento. Le Primarie non sono un vezzo, cosi come queste modifiche allo statuto vorrebbero ridurle, sono un metodo democratico dal quale non si torna indietro: o si fanno o non si fanno e depotenziarle sarebbe una sconfitta per tutti coloro che hanno creduto a questo partito.
Chiediamo pertanto la rilettura dello statuto in chiave piu’ democratica e piu’ partecipativa nel rispetto delle minoranze di questo partito e nel rispetto soprattutto della promessa, incompiuta, che esso ancora rappresenta.
Se le modifiche dovessero restare tali e quali, sarà nostra prima preoccupazione contrastarle fino a che ci sarà possibile, con tutti i mezzi statutari previsti.
In ultimo, chiediamo una parola chiara e netta sull’attuazione del codice etico. Riteniamo questo, insieme alle Primarie, un elemento fondamentale per la trasparenza e per la credibilita’ del Partito Democratico.

Frase del giorno

bonsi

Provo pena per una giornalista come Denis Pardo che trova gusto e soddisfazione soltanto nell’arte giornalistica di fare a pezzi la vita degli altri, senza avere la minima conoscenza della dolcezza di Manuela e della bellezza del nostro rapporto familiare.

Sandro Bondi

Se ti chiamassi Renzo Rossi…

da L‘anticomunitarista

Con una lettera aperta indirizzata alla stampa locale, il consigliere provinciale Marco Pinti, del Movimento dei giovani padani di Varese, contesta la candidatura del figlio del Senatur alle prossime Regionali.

“Se il caso non ti avesse voluto erede primogenito del fondatore dell’ultimo movimento di massa della storia politica italiana, oggi sfrecceresti con il volvone per la superstrada del lago a caccia di promesse spose fino a tarda notte”, scrive Pinti rivolgendosi direttamente a Renzo Bossi. Al quale non vengono risparmiati sarcastici ammonimenti: “Ricorda che la gente si incontra per strada e non su Facebook”. Tra le righe, qualche amara stoccata anche nei confronti della dirigenza del partito: “Militanti, con più anni di militanza di te, hanno fatto disciplinatamente un passo indietro per darti spazio”…

Dev’essere un’esperienza orribile, per un giovane leghista, scoprire che il proprio partito, ancor prima che padano, è così tanto italiano.

* Update: mi segnalano che Marco Pinti, fino a qualche mese fa coordinatore provinciale dei Giovani padani di Varese, è stato succeduto in tale carica da Andrea Tomasini, il quale, giusto stasera, si spertica in una (tristissima) lettera riparatrice colma di “gioia” per la candidatura di Renzo. Al povero Pinti, cui dev’essere giunto un cazziatone dai piani alti, è toccato nel frattempo rilasciare una seconda dichiarazione: la sua contestazione era frutto di “un’iniziativa personale non riconducibile alla posizione ufficiale del movimento”.

Assodato che la Lega è un partito come tutti gli altri, non c’è di che dubitare: tra il solitario Pinti ed il ligio Tomasini, a far carriera sarà il secondo.

Letterina

L’Aquila, dicembre 2009.

Caro Babbo Natale, mi chiamo Maila
e ti scrivo questa letterina di Natale anche se manca ancora un mese. Ma io ti scrivo in anticipo perché con quello che è successo all’Aquila dovrai sicuramente fare una riunione con gli Gnomi per farti aiutare.

Vorrei, caro Babbo Natale, che alla mia cara nonnina le dessero una casetta di legno, perché la sua è crollata nel terremoto del 6 aprile 2009. In quella casa lei accudiva me e le mie cuginette Asia e Crystal da quando siamo nate. Quella casa era per noi il nostro punto di riferimento. C’erano i nostri lettini, i nostri giochi …. c’era tutto!

FA CHE TORNI TUTTO COME PRIMA.

Grazie, Babbo Natale.

Quest’anno non voglio nulla. Pensa a nonna, lei è molto triste.

Un grosso bacio,

Maila

Anche Bossi scrive a suo figlio

Renzo, Figlio mio, Hai (finalmente) finito la tua scuola media superiore. Sei stato bravo. Tre volte ti hanno bocciato e per questo ora sei un eroe padano (anche se quella tesina sul federalismo Ziocan ma non potevi fare una cosa semplice tipo economia domestica?? Dovevi proprio stuzzicare la suscettibilità di quei docenti meridionali? Lo sai che a queste boiate sul nord e il sud i terroni ci tengono). Sei già arrivato molto più avanti negli studi di quanto abbia fatto ciascuno di noi. Hai fatto molto di più di quello che io e Castelli e Maroni e Zaia, conoscendoti, ci aspettassimo; in effetti nessuno aveva scommesso una lira (figuriamoci un euro) sul tuo diploma. E soprattutto, hai già fatto molto di più di quanto effettivamente ti serva. Ora che hai finito puoi finalmente buttare i libri al cesso, appendere il pezzo di carta da qualche parte (mi raccomando, non lo lasciare sul pacco di manifesti “Fermiamoli, arrivano a Milioni” sennò va a finire che l’Attacchino te lo incolla in strada e ci paghi pure la multa per affissione illegale) e pensare con gioia a quello che ora ti aspetta. Questo “paese”, il NOSTRO paese, siamo riusciti a riformarlo come ci piace ed è un posto dove finalmente quelli come noi possono stare con orgoglio, raggiungendo i traguardi che ci competono. Non so se riesci a capire (proverò a spiegartelo semplicemente) il perché di tanta gioia e perchè abbiamo la certezza di un futuro che ci vedrà vincitori per sempre. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sei cre…ativo e quanto sia forte il tuo senso di giustizia e la tua voglia di arrivare a risultati senza fare e sapere un cazzo, come d’altrode è giusto visto che sei mio figlio. E quanto sia giusta diocan l’idea che lo studio duro sia solo una perdita di tempo per sfigati con la puzza sotto il naso o per quelli che della vita non hanno capito un cazzo.

Ecco, guardati attorno ora. Tutto questo è finito. Abbiamo finalmente eliminato il bisogno di sapere, di capire. Di fare. Ora, per noi, basta solo essere. Abbiamo dato ad alcuni i privilegi e tolto a tutti gli altri. Abbiamo creato una classe di privilegiati, e noi siamo i privilegiati. E siccome quelli senza privilegi sanno che noi siamo più belli, più ricchi e più forti e che per essere più belli, più ricchi e più forti non bisogna studiare o sapere qualcosa ma si deve invece studiare o sapere un cazzo, ora tutti questi sfigati senza privilegi ci idolatrano perché sanno che per arrivare in fondo o essere famosi bisogna sapere un cazzo. Il fatto stesso che Calderoli sia Ministro lo dimostra. Per questo credono ciecamente in noi e faranno per noi le cose che solo in un paese profondamente ingiusto dovrebbero fare tutti. Poi, abbiamo diviso questa società, abbiamo messo il nord contro il sud, il nord e il sud contro gli immigrati, gli italiani contro i rumeni, i rumeni contro i cinesi, i cinesi contro i negri e i negri contro le coste della Sicilia o in fondo al mare, diocan. Con la mia legge abbiamo messo gli immigrati in condizione di schiavitù e illegalità per servircene solo se ci servono, e per buttarli fuori quando non ci servono. E tra gli italiani, abbiamo messo i giovani contro i vecchi, i brutti contro i belli, chi sa contro chi non sa, gli uni contro gli altri. E di volta in volta noi ci mettiamo dalla parte di chi ci serve. E non devi preoccuparti se c’è qualche posto al mondo dove uno come noi sarebbe finito a spalare merda. Lascia che ci vada qualche coglione che ha studiato. Qui non succederà. Ora conta solo l’affiliazione politica, di clan, familistica, finalmente. Non ho ancora capito bene come ci siamo riusciti ma ci siamo riusciti. Sei mio figlio, puoi stare tranquillo. Questo è un paese dove stando semplicemente dietro a un nostro qualsiasi deputato comincerai guadagnando DIECI VOLTE quello che guadagna un ricercatore che si è fatto un culo così studiando roba inutile. E tutto senza fare un cazzo, ti rendi conto? Se non te ne rendi conto – e so che hai sempre avuto difficoltà con i conti – te lo spiego meglio: DIECI VOLTE tanto significa che se il ricercatore guadagna mille euro al mese, tu con la sola licenza media superiore ne guadagni 1000 moltiplicato 10 ovvero 10000 (diecimila). Per avere lo stesso risultato puoi anche addizionare (fare la somma) mille per dieci volte, così 1000 + 1000 + 1000 + 1000 + 1000 + 1000 + 1000 + 1000 + 1000 + 1000 = 10000. I conti tornano, visto? Sei davvero bravo figlio mio.

E quando ti sarai rotto i maroni (non Maroni, quello non si rompe) potrai entrare tu stesso in politica, o nello spettacolo o dove vuoi- e allora guadagnerai CENTO VOLTE quello che guadagna un docente di scuola superiore con 10 anni di anzianità (uno come quel terrone che ti ha bocciato, sai che bella soddisfazione quando gli passerai accanto alla sua uno scassata col tuo SUV verdepadano). E appena troviamo un posto degno di te e del cognome che porti puoi diventare grande manager di un’azienda di Stato o di qualche privatizzata, e allora guadagnerai MILLE VOLTE quello che guadagna un operaio che sgobba venti ore al giorno per mille euro al mese in qualche fabbrichetta sperduta nelle langhe, con contratto a tempo, in condizioni di sicurezza degne di loro, senza alcuna tutela. Non so dirti con esattezza quanto sia mille volte mille euro perché moltiplicare per mille ho difficoltà pure io ma penso che sia davvero tanto diocan. Puoi comunque telefonare a Tremonti, credo che lui la risposta potrebbe sapertela dare. Magari non subito, ci dovrà pensare un po’ su. Insomma questo paese oggi è una pacchia. Per noi. Pensa, per viaggiare puoi prendere una delle auto blu che ti verrà assegnata, oppure un volo di Stato o anche se vuoi un sommergibile della Marina (Però ricordati di non prendere mai un aereo Alitalia che non ti conviene per tanti motivi te capì? Gli aerei Alitalia sono quelli che hanno il verde e il rosso sulla coda e che partono dagli aeroporti per poveracci tipo Malpensa). Uno come te, ora può entrare nel Consiglio di Amministrazione di una Multiutility non sapendo nulla di Energie, Gas o Elettricità (io, per esempio, mi sono diplomato alla Scuola Radio Elettra e non ne capisco niente di elettricità né di tante altre cose, e sono Senatore). Puoi entrare in Consiglio Comunale, Regionale, in Parlamento o dove vuoi, non ti serve altro. Non ti serve nemmeno la fedina penale pulita. Non ti serve altro che quello che già hai: la carta d’identità, il tuo cognome. Potrei continuare all’infinito elencandoti i posti che ti sono riservati, ma finirei per annoiarti, e nemmeno li capiresti. E questo non importa, in fondo. Per questo, con il cuore gonfio di gioia, ti dico di tornare qui, in Italia. Lascia che a partire siano gli sfigati, i figli di nessuno, quelli senza appoggi, i coglioni che davvero credono che sia giusto fare qualcosa, quelli che hanno studiato, i miserabili, quelli pari agli extra che arrivano in questo paese sui barconi. Non pensare nemmeno di andare fuori dall’Italia per un motivo diverso dalla vacanza o dal correre dietro a qualche ragazza disposta a dartela (cosa non facile, mi rendo conto, ma il mondo è grande), anche se è più facile se vai a Villa Certosa con gli altri, senza dover affrontare viaggi lunghi e pericolosi, che prendi freddo e poi hai pure difficoltà con le lingue. Con tutte. Dammi retta, ora puoi tornare da Strasburgo e fare qui le stesse cose che fai lì, ovvero un cazzo. Ne hai tutto il diritto. Hai il diritto di vivere come deve vivere il figlio di un grande statista e politico.

Con gioia ed affetto, tuo Padre. On. Umberto Bossi, repubblica italiana

Carlo Ziviello