Archivi tag: mondiali

Differenze fra noi e una dittatura

Una fra tante: guardate che fine hanno fatto i giocatori della Corea del Nord dopo i mondiali.

La fine degli stereotipi

Il multiculturalismo francese in crisi.

Il sistema di voto inglese in discussione.

La nazionale storicamente sempre più bella che concreta vince finalmente il suo primo mondiale

Pessimo l’arbitraggio inglese, ma loro i cartellini rossi vogliono metterli in Parlamento.

Dopo l’ennesimo vaticinio riuscito, però, adesso ridadeci il polpo.

Un minuto di silenzio

di ADRIANO SOFRI

Le tragedie vogliono guadagnarsi un’aura di destino, e se ne fabbricano coincidenze impensabili. Così, il quindicesimo anniversario cade nella domenica della finale di calcio mondiale. Avevano chiesto, le associazioni delle vittime, di dedicare un minuto di silenzio a Srebrenica, nella finale. A Sarajevo avevano trepidato all’idea che potesse arrivarci la Serbia. Non è successo, ma un diavolo ci ha messo la coda, perché alla finale è arrivata l’Olanda, gran paese, eccellente squadra, ma furono olandesi i militari delle Nazioni Unite che a Srebrenica 1995 brindarono con Mladic, furono traditi dai capi dell’Onu e della Nato, e tradirono un popolo inerme che si era affidato loro. La Fifa, per bocca del suo segretario, Jerome Valcke, ha affettato comprensione, ma ha spiegato che l’11 luglio è anche il cinquantenario della prigionia di Mandela, e che del minuto di silenzio non se ne può far niente. Tanto meno dell’altra proposta, la più estremista, di lasciare sugli spalti dello stadio 8.346 posti vuoti, in memoria. Immagino già che cosa stiate pensando: “è troppo”. L’ho pensato anch’io, naturalmente. 8.346 posti vuoti in una finale mondiale di calcio sono troppi. L’abbiamo pensato anche leggendo la cifra dei trucidati di Srebrenica, che 8.346 erano troppi: ma con minor trasporto, no?

Le famiglie delle vittime avevano avuto ragione di preoccuparsi per la coincidenza fra la loro data, dedicata dalla stessa Unione europea alla commemorazione di Srebrenica, e la finale del campionato. La gente, e gli europei in particolare, avranno altro da fare quel giorno.

In compenso andranno in tanti alla cerimonia di Srebrenica, anche il primo ministro belga uscente Leterme, presidente di turno del consiglio dell’Unione europea, reduce a sua volta insieme alla famiglia reale dal cinquantenario dell’indipendenza del Congo, a Kinshasa. C’è la famosa barzelletta sul Belgio, dove si regola pacificamente la questione della secessione: “Allora, tutti i valloni a destra, e tutti i fiamminghi a sinistra”. Restano fermi al centro alcuni signori vestiti di nero col cappello, la barba e i riccioli: “E noi belgi dove?” è esattamente quello che succede in Bosnia, dove gli accordi di Dayton divisero il paese in tre popoli costituenti, serbo, croato e bosniaco-musulmano (bosgnacco), con tre parlamenti e tre governi e tre di tutto, sicché un cittadino ebreo bosniaco, Jakob Finzi, e un cittadino rom bosniaco, Dervo Sejdic, hanno fatto ricorso alla Corte di Starsburgo chiedendo, più o meno, “E noi?” e la Corte, nel dicembre 2009, ha dato loro ragione, dichiarando invalido il voto riservato a candidature su base etnica. Le prossime elezioni saranno nell’ottobre di quest’anno, e vedremo come verranno a capo della barzelletta. Intanto, sono passati quindici anni, e si piange di più, come bisogna negli anniversari tondi, sull’undici luglio.

Srebrenica, laboratorio di genocidio di viltà e di negazionismo. Basta Srebrenica a rendere superflue montagne di volumi sul nazismo e la Shoah. I volonterosi carnefici, la gente comune? Eccoli, i tifosi belgradesi della Stella Rossa, i vicini di casa serbi: girano a centinaia per le strade di Srebrenica, “restituita” all’autorità serbo-bosniaca. La programmazione del genocidio? Proclamata, nei discorsi dei nazionalcomunisti di Milosevic e dei loro servi-padroni ubriachi, Karadzic e Mladic e compagnia. La comunità internazionale, che su Auschwitz pretendeva di “non sapere”? Ma a Srebrenica vedeva tutto, e lo trasmetteva al mondo intero, ed era solennemente sul posto, e non solo non si oppose allo sterminio, ma brindò coi macellai e aiutò coi suoi caschi blu a separare gli uomini dalle donne e i bambini, prima del mattatoio. Quanto al negazionismo, sostengono i nazionalisti di Belgrado e di Banja Luka che gli sterminati furono molto meno degli 8.346 ufficialmente designati, che gli esami del dna vengono falsati per far passare come bosniaco-musulmane le vittime serbe… Il Tribunale internazionale per la ex-Jugoslavia ha bensì pronunciato, il mese scorso, le prime condanne per il reato di genocidio, ma la notizia è passata pressoché inosservata. A Srebrenica furono massacrati i maschi, dagli adolescenti agli anziani – ma anche molti bambini e vecchi: le donne e i bambini furono cacciati via e braccati attraverso i boschi in una fuga d’incubo. Una ragazza si impiccò a un albero, e i suoi piedi scalzi dondolanti suggellarono l’iconografia del Novecento. D’altra parte la brutalità ex-jugoslava, e serbista specialmente, che a Srebrenica ricalcò l’antico rito del massacro degli uomini, aveva perfezionato anche la violenza sulle donne fino a programmare lo stupro etnico. Oggi Srebrenica è, ad onta delle sue autorità e delle sue milizie serbiste, soprattutto un posto di donne del lutto e della memoria, come ogni Troade inseminata.

Bomber

da Giornalettismo

Secondo Newsweek, il parallelo fra lo sport più noto e amato al mondo e la Jihad globale professata dai terroristi islamici non è così fantascientifico.

I terroristi islamici, e in generale i musulmani ortodossi, apprezzano in modo particolare il calcio, più di quanto si potrebbe pensare. E’ quanto afferma Newsweek, in un articolo che sottolinea le analogie e le affinità fra la Jihad globale e la Coppa del Mondo. Ad esempio, racconta il magazine, Osama Bin Laden è un discreto centravanti; ad esempio, un mese fa alcuni terroristi di Al Qaeda in Somalia hanno ucciso dei tifosi a Mogadiscio perchè il guardare la Fifa World Cup non sarebbe stata attività gradita ad Allah: ma se il loro leader avesse potuto fermarli, scrive il settimanale, lo avrebbe fatto di certo.

FootballAllah  200x150 Sorpresa: Osama Bin Laden adora la Coppa  del MondoCALCIO RECLUTAMENTO – Davanti al pallone si ferma anche la Jihad, pare. Per almeno tre ragioni: primo, perchè agli islamici il gioco piace proprio (l’articolo ricorda il passato da giocatori dei leader di Hamas, il movimento radicale islamico al governo della Striscia di Gaza, e di quelli di Hezbollah, il partito fratello libanese); secondo, perchè il Profeta Maometto prescrive a tutti i fedeli di mantenersi in buona forma fisica; terzo, continua Newsweek, perchè non c’è modo migliore di reclutare affiliati. Osama Bin Laden lo sa bene, visto che quando era agli inizi, portava un pallone e il pranzo per tutti, e organizzava delle partite nelle zone depresse e povere dell’Arabia Saudita. Dopo il match “non si lasciava scappare l’occasione di instillare lezioni religiose, offrendo un trattamento di favore ai partecipanti che riuscivano a rispondere a domande sul Corano e sugli insegnamenti di Maometto, anche durante occasionali interruzioni del gioco.”

PECCATO – Negli anni ‘90, continua l’articolo, nei lunghi anni noiosi in cui Al Qaeda aveva il suo campo base in Sudan, i terroristi che si addestravano alla guerra santa globale avevano messo in piedi un regolare e stabile torneo di calcio, con squadre, tabellone e trofeo, e partite disputate “dopo la preghiera del Venerdì”. E “poco prima dell’11 settembre, un soldato di Al Qaeda che nulla sapeva dell’imminente attacco terroristico avrebbe avuto un sogno in cui alcuni compaghi jihadisti – tutti quanti curiosamente vestiti da piloti – stavano stracciando l’America a calcio”. Dunque, vista la passione che i terroristi nutrono per il gioco del calcio, Newsweek immagina che in questo momento saranno tutti molto tristi “visto che le uniche due nazioni a maggioranza musulmana qualificate in Sudafrica, Nigeria e Algeria, sono state eliminate”.

Per l’acqua, per non annegare

Magari potevamo anche farcela. Con una svista, un golletto di coscia o un rigore dubbio, così come a volte proviamo a sgangarla con un emendamento, un ricorso, un grado aggiuntivo di giudizio oppure una legge ad personam.

Potevamo anche farcela e Quagliarella, ragazzo di Napoli partito dalla panchina, ci ha provato pure nel modo giusto, aggiungendo al suo talento l’orgoglio della fantasia e il coraggio delle lacrime.

So che non è corretto mescolare il calcio alla politica, e poi lo hanno fatto già un paio di ministri e qualche radio, però stavolta un parallelo ci sta.

Se questa nazionale ha avuto un pregio, infatti, è stato proprio quello di mostrarci in mondovisione la trama consumata di un vezzo tutto italico che non regge più. La nostra leggendaria arte d’arrangiarsi, medicina d’ogni errore, stavolta è stata travolta dai tempi, finendo addosso al muro della fortuna e della retorica del gruppo trascinandoci a forza fuori dal campo di gioco.

Se siamo uniti si diceva, vinciamo, però non è vero, perché uniti non siamo e anche se lo fossimo comunque non basterebbe. Perché per emergere ci vogliono idee ed umiltà certo, ma anche quella gioia del sacrificio, quel piacere di ascoltare ipotesi diverse che vaga smarrito nella monocultura del pensiero unico. Auguri a Cesare Prandelli, neo ct azzurro dunque, ma soprattutto a noi stessi, a questo paese stanco che spesso ha gli occhi impauriti del nostro giovane portiere in seconda. Ne abbiamo bisogno per provare a tuffarci e a parare, per uscire dai pali a testa alta cominciando magari dal referendum contro la privatizzazione dell’acqua, un bene molto più prezioso di quel bel gioco che abbiamo smarrito in Sudafrica.

(Maurizio Mattiuzza su Punto e Svirgola)

Il polpo Poll

Se azzecca anche stasera, prestatelo ai nostri sondaggisti.

I non-tedeschi sono i più tedeschi di tutti*

Distanti Saluti

Youssef Bassal, 39 anni, tedesco di origine libanese e appassionato di calcio, è impazzito di gioia per le prestazioni della nazionale tedesca e ha appeso una bandiera gigante fuori dal suo negozio di cellulari a Berlino.

Alcuni ragazzi hanno strappato la bandiera e Bassal ne ha messa un’altra. I ragazzi sono tornati a distruggerla. Neonazisti? No, sono militanti di estrema sinistra che non hanno nulla contro Bassal ma non sopportano i simboli nazionali tedeschi. Purtroppo per loro, Bassal è una persona ostinata e nessuno può impedirgli di tifare per la sua squadra. Con tre dei suoi amici, ha organizzato la resistenza.

Lo spettacolo è surreale: immigrati turchi, libanesi ed egiziani montano la guardia notte e giorno a una bandiera tedesca che i tedeschi vogliono distruggere! Al centro della contesa c’è una squadra di calcio in cui 11 dei 23 giocatori sono, come Bassal, di origine straniera. In Francia o nei Paesi Bassi è una cosa normale, ma per la Germania è una novità. Qualche anno fa un dirigente della Bundesliga ha dichiarato con una punta di disprezzo che la Francia senza le sue ex colonie non sarebbe mai diventata campione del mondo.

Forse oggi questo dirigente capisce meglio le virtù della diversità, vedendo all’opera i “polacchi” Klose e Podolsky o giocatori come Boateng, Özil e Khedira originari rispettivamente del Ghana, della Turchia e della Tunisia. Ironia della sorte, la Germania ha scelto il paese di Nelson Mandela per diventare una nazione arcobaleno.

Boubacar Boris Diop

Farsi riconoscere

Indovinate di dov’era l’invasore di campo nella partita di ieri sera?

Tutti tedeschi appassionatamente

da I mondiali come non li avete mai letti

L’integrazione, la miscela di differenti culture, sono il vero punto di forza della nazionale di calcio della Germania che insegue il sogno mondiale”.

Sono parole di Franz Beckenbauer che, con la nazionale tedesca,  è riuscito a vincere i Mondiali sia da calciatore che da allenatore. Una nazionale che, come spiega il Kaiser, attualmente è lo specchio della grande integrazione che ha cambiato il volto della popolazione tedesca. I vari Podolski, Ozil, Klose, Cacau e via discorrendo sono lì a testimoniarlo. Poi uno osserva la nazionale italiana. E la questione inizia a farsi interessante.

“Verde” oro (vs arancio)

Oggi, ore 16, Olanda-Brasile. Il derby delle maglie eco-sostenibili.