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Non credo nel riscaldamento globale

Il muro di Milano

Nella stazione De Angeli della metropolitana voglion mettere un muro contro i clochard. Chi ci passa ogni giorno sa che la situazione non è affatto tragica, tragica è piuttosto la spesa di duecentomila euro prevista per il progetto.

La sinistra e i cervi rossi

di Marco Simoni

Tra tutte le storie scritte per il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, la più suggestiva, per la metafora che racchiude, racconta di un branco di cervi dal mantello rossiccio. Riportata dal Wall Street Journal, e ripresa in Italia solo da Condor, un programma di Radiodue, è la storia di come, nonostante la ventennale rimozione della cortina di ferro che divideva il loro habitat naturale in due, tra Germania Ovest e Cecoslovacchia, i cervi rossicci ancora oggi non hanno il coraggio di oltrepassare quello che una volta era il confine e attualmente è solo una linea immaginaria nel più grande parco naturale d’Europa.

Naturalmente, gran parte dei cervi che hanno conosciuto l’epoca del filo spinato elettrificato sono ormai scomparsi. Tuttavia, spiegano gli studiosi che hanno osservato questo fenomeno, i genitori hanno tramandato la memoria del confine ai cuccioli, così che – a parte pochi temerari – i cervi dal mantello rossiccio rimangono negli angusti spazi della guerra fredda, piuttosto che andare e scoprire gli spazi disponibili in quella che una volta era “l’altra parte”.

Questa storia non racconta solo un curioso fenomeno naturale, ma rimanda istintivamente alla sinistra – non solo italiana – e alla reazione che ha avuto davanti alla caduta del muro e, più in generale, davanti ai processi di globalizzazione che, oltre a generare forti squilibri e intollerabili ingiustizie, sono stati anche processi di apertura e libertà.

Sono passati vent’anni dalla caduta del muro e a giorni si conoscerà la precisa composizione di quella che sarà la Commissione Europea più a destra della storia. Solo 6 commissari su 27 proverranno dal campo socialista e democratico, contro i 12 o 13 del gruppo popolare e gli 8 o 9 del gruppo liberale: una proporzione che rispecchia, oltre che gli equilibri tra gli stati membri, anche i risultati delle elezioni europee.

Negli scorsi vent’anni, come accadeva ai cervi rossicci, troppo spesso la sinistra ha diffidato di chi suggeriva di oltrepassare il confine delle proprie tradizioni. Casi molto diversi, ma più chiari e coerenti degli altri – come quelli di Blair e Zapatero – sono stati trattati spesso come bizzarri o, peggio, giudicati con aria di sufficienza dai detentori dell’ortodossia continentale. Hanno continuato a dominare richiami a tradizioni del passato, un conforto mentale nell’uso di  categorie novecentesche, la preoccupazione di tramandare alle generazioni successive pregiudizi e automatismi, piuttosto che la passione per la ricerca di terre inesplorate, in un mondo cambiato profondamente. I modesti risultati, evidentmente, sono davanti agli occhi di tutti.

In ritardo con la storia

Mentre i comunisti italiani invece del ventennale della caduta del muro festeggiano il 92° anniversario della rivoluzione d’ottobre,  il Presdelcons si lancia in uno spericolato collegare la nascita di internet (che in realtà risale al 1962) alla caduta del muro, per poi addormentarsi ai festeggiamenti berlinesi.

Di qua o di là

di Ivan Scalfarotto


(foto fauxaddress)

Io sono uno della generazione di quelli che ricordano bene la Germania Est, la nazione di cui ci ricordavamo ogni quattro anni perché faceva incetta di medaglie olimpiche e che si era scelta quell’inno nazionale bello da fare invidia. Quei quindici giorni di giochi ogni quattr’anni erano l’unico momento in cui la gente dell’est diventava reale, reale come il socialismo che li inghiottiva sottraendoli dal novero delle cose che esistono per davvero: quelle che tocchi, che vedi, che sai che ci sono per esperienza diretta. Poi qualche volta, andando a trovare mia cugina a Cividale del Friuli, a pochi chilometri dal confine yugoslavo, si poteva fare una capatina dall’altra parte, sapendo che comunque si trattava di una versione edulcorata: niente a che vedere con l’originale di Budapest, Praga, Berlino o Mosca – città quest’ultima di cui faceva paura pronunciare persino il nome.

Se a quel tempo qualcuno mi avesse detto che, passando per il nove di novembre del 1989, Mosca sarebbe stata in un futuro non remotissimo per tre anni casa mia, avrei preso il mio interlocutore per matto. E quando sono stato a Mosca, a Kiev, ad Almaty, quella gente che viveva dall’altra parte del muro l’ho conosciuta, ci ho lavorato, è diventata mia amica. Molte volte ho chiesto, cercando di essere il più delicato possibile, che mi raccontassero. Dopo una cena, in momenti di maggiore rilassatezza, ho chiesto rispettosamente ai miei amici dell’altra parte di raccontarmi com’era, prima. Le cose che mi hanno raccontato possono essere lette in molti libri e documentari, e in fondo non è nemmeno tanto il racconto in sé che conta. Più facevano i loro occhi, lo sgomento che vi si leggeva per essere riusciti a passare vivi attraverso quel muro di mattoni, perforando la materia della storia, una cosa che nessuno avrebbe mai previsto di poter vivere e vedere.

I russi spesso mi hanno raccontato che la differenza che li rendeva ancora più desolati, ciò che li faceva diversi dagli altri popoli dell’est erano quegli anni, dal ‘17 al ‘45, che avevano scavato un solco ancora più largo tra essi e il resto del mondo. Nell’ottantanove nessuno, forse pochissimi, ricordava come fosse la vita prima del ‘17. Un giorno una mia collega, una bravissima, una di quelle mitiche signore russe che aveva imparato l’inglese senza mai mettere piede fuori dall’URSS, una di quelle che poiché parlava inglese aveva cominciato a lavorare per gli stranieri, una di quelli che poiché lavorava per gli stranieri doveva fare una settimana obbligatoria all’anno di dottrina marxista-leninista, insomma un giorno questa mia collega, visibilmente commossa mi disse che la cosa che le dispiaceva di più era che i suoi genitori non ce l’avessero fatta a vedere com’era diventata Mosca ai giorni nostri. Un altro collega, a me che gli chiedevo di Brezhnev, di Khruschev, di Gorbachev, del fatto che per noi occidentali gli ultimi due fossero stati migliori e più aperti del primo, mi disse che l’unica cosa che ricordava era che con Khruschev la fame si sentiva più forte, che anche le patate – quelle pochissime che c’erano – erano bruttissime da mangiare, e anche da vedere, in quel periodo. “Ivan, ma come si fa coltivare male anche le patate?” mi chiese. Non posso descrivere con che espressione mi domandò di questa cosa, né quanto inutile fosse qualsiasi tentativo di risposta da parte mia. So solo che capii in quel preciso istante, in modo fisico, quanto decisivo fosse stato per la sua vita e per la mia essere nati di qua o di là del muro. E’ questo che celebriamo oggi, io credo, ed è a tutta la gente che ho conosciuto e con la quale ho vissuto e lavorato per anni che va stasera il mio pensiero emozionato.

A Berlino cade un altro muro

Il nuovo ministro degli Esteri tedesco, il liberale Guido Westerwelle, ha presentato alla segretario di Stato americana Hillary Clinton il suo compagno, Michael Mronz . (Corsera)

20 anni fa

E Natta dalla sede del PCI disse: “Qui crolla un mondo, cambia la storia… ha vinto Hitler… Si realizza il suo disegno, dopo mezzo secolo”

Oltre le primarie

Le doparie. Referendum conoscitivo delle opinioni dell’elettorato. A Luino l’hanno svolte in parallelo alle primarie del partito. Il risultato è che hanno avuto più persone a votar sulle cose di quante fossero lì a scegliere il leader.

Un successo.