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Non se ne può più, di questi negri

Dal Gazzettino (via Metilparaben):

PORDENONE (26 luglio) – Un’evasione fiscale pari a 4 milioni di euro accumulata affittando appartamenti in nero, in particolare a cittadini stranieri, è stata scoperta dalla Guardia di Finanza di Pordenone, che ha denunciato un immobiliarista. Gli affittuari – in tutto 100 – erano in maggior parte immigrati con regolare permesso di soggiorno, ma per loro il canone mensile veniva calcolato non per immobile, bensì per numero di persone occupanti gli appartamenti.

Diciamoci la verità, signora mia: non se ne può più di tutti ‘sti negri che vengono a fare il comodo loro mentre gli italiani si spaccano la schiena onestamente dalla mattina alla sera.

Razzismo democratico

da iMille

Giuseppe Faso
Il suo centro interculturale aiuta le scuole a insegnare l’italiano ai bimbi di origine straniera. Ha scritto “Lessico del razzismo democratico”.

Cos’è il razzismo democratico?
È quello che spesso non sa di essere tale, anche se è diffuso nella società e incoraggiato dalle istituzioni. Di solito è segnalato dalla frase: “Non sono razzista, ma…”.
Incoraggiato dalle istituzioni?
Sì, c’è un razzismo dei cosiddetti “antirazzisti” che è ancora più grave di quello consapevole – perché spesso tocca a queste persone prendere decisioni sugli stranieri.
Per esempio?
Si fanno delle discriminazioni in base alle appartenenze geografiche che vengono “naturalizzate”.
Cioè trasformate in caratteristiche innate?
Sì. Così nelle scuole si dice di un bimbo: “Non va bene a matematica nonostante sia cinese”. Come se nell’essenza delle persone di origine cinese ci fosse una predisposizione alla matematica e una difficoltà a imparare l’italiano. È il caso più ingenuo: ce ne sono di cruenti.
Cruenti?
Dopo due stupri, a Roma, l’allora sindaco Walter Veltroni, del Pd, disse: “La matrice è la stessa”. Parlava del fatto che in due episodi c’erano sospettati romeni (diversi) e faceva risalire alla comune origine romena il delitto. Questo è razzismo.
Intende il fatto di ragionare per categorie e non per individui?
Tendiamo spesso a pensare per categorie anche quando non ci sono: esperimenti psicologici hanno dimostrato che se dici a una persona che appartiene a un determinato gruppo, questa trova elementi in comune con gli altri appartenenti ad esso – anche se il gruppo è stato estratto a sorte. Il problema è che chi interviene nel dibattito pubblico non tiene conto di queste tendenze.
Con chi ce l’ha?
Con politici, giornalisti, commentatori: dovrebbero avere un surplus di responsabilità, perché condizionano il modo in cui pensano gli altri. E sono tanto più pericolosi quanto più sono democratici.
Perché?
È più facile difendersi da uno che dice “cacciamoli via”, che da chi dice “bisogna combattere i pregiudizi razziali, ma nel rispetto delle leggi”, come scrisse l’attuale governatore della Toscana in campagna elettorale. Cosa c’entra? Mettere in connessione le due cose significa dare per scontato che se hai a che fare con stranieri, ci sono persone che violano la legge. È subdolo: fa passare i contenuti di discriminazione in un discorso che sembra neutro.
Lei critica anche il modo in cui vengono gestite le consulte degli stranieri…
Non tutte: critico quelle in cui si fa votare gli stranieri per provenienza. Nel momento in cui si decide di dare voce – simbolicamente, perché non hanno potere decisionale – agli immigrati, si fanno esprimere a gruppi: gli asiatici, gli africani, i sudamericani. Questo è tribalismo: nostro, non degli immigrati.
Cioè?
Si antepone la provenienza geografica al diritto di scelta individuale. Come se gli stranieri fossero organizzati in tribù, come se gli indiani, solo perché stanno in Asia, pensassero uguale ai cinesi. E i cinesi ricchi come quelli poveri. Vuol dire che cresce la tendenza a far dipendere le posizioni personali da quelle delle comunità: stiamo diventando più conformisti. È evidente nelle parole.
Che c’entrano le parole?
Tacito diceva: “Quando vogliamo far accettare un atto degno di biasimo, cambiamo le parole”. Anche noi ci siamo visti cambiare le parole, con nuovi significati positivi o negativi. Prima nessuno diceva “badante”. Da quando Umberto Bossi e la Lega sono andati in tv a parlare di badanti, lo diciamo tutti.
Qual è la parola che secondo lei meglio racchiude il “razzismo democratico”?
“Degrado”. Le misure “anti-degrado”, oggi, sono quelle contro writer, lavavetri, prostitute, mendicanti, rom, per garantire la “sicurezza” dei cittadini. Fino agli anni ‘80 però il degrado era solo quello dei muri e delle case a rischio crollo: il significato originario, da dizionario, del termine.
E dove sta il razzismo, qui?
Lo spostamento di senso ha diffuso la paura nei confronti degli immigrati: attribuisce loro un senso di minaccia. È passata l’idea che la mia incolumità è a rischio se qualcuno scrive sui muri o si prostituisce. E che i sindaci di questo debbano occuparsi.
Un altro termine che lei non ama è “disperati”.
Gli immigrati che arrivano sulle navi non sono disperati. Sono pieni di speranza: hanno progetti, voglia di migliorare la loro vita. George Orwell, in 1984, scriveva che un regime autoritario passa anche attraverso la sostituzione del vecchio linguaggio con una nuova lingua. Che toglie umanità a determinate categorie di persone e ci impedisce di essere solidali con loro.
Che conseguenze ha tutto questo sui ragazzini italiani figli di immigrati?
Una signora romena mi ha raccontato, che dopo l’ennensimo “allarme romeni” suo figlio non voleva più andare a scuola: i compagni continuavano a dire che i romeni sono tutti delinquenti. Il risultato è che i ragazzi di seconda generazione sono costretti ad abbandonare la loro identità per farsi accettare. A cancellare la memoria dei loro genitori.

Questa è Sparta?

Neri, ciechi, disabili, malati, accattoni, rom: non è un paese per voi.

Dis-crimine

Schiavi al sud, trattati come appestati al nord. Ma criminali solo perché clandestini, no. Lo dice la Consulta.

L’espulsione di Ammar, eroe ma clandestino

di Simone Siliani

Nel silenzio e nell’indifferenza più completi Ammar è stato accompagnato alla frontiera dagli agenti della polizia italiana e rimandato nel suo paese, la Tunisia. Uno dei tanti, si dirà; dove è la notizia? E’ vero, Ammar è uno dei tanti destinati a questo ping-pong di ingresso clandestino ed espulsione cui le leggi draconiane e al contempo illusorie del nostro paese sull’immigrazione costringono migliaia di persone. Eppure Ammar è anche un po’ speciale perché nel freddo febbraio dello scorso anno, Ammar consapevole di essere “clandestino, non aveva esitato a tuffarsi in Arno per salvare la vita di una fiorentina che aveva tentato il suicidio.

Un eroe dei nostri tempi, fu subito detto; con tanto di impegno di politici, giornali e personalità a ricompensarlo con ciò che lui chiedeva: poter restare in Italia regolarmente, a lavorare e a fare più ricco il nostro paese e aiutare i suoi in Tunisia. Ma quella che già Weber chiamava la “mostruosa burocrazia” e la forza ineluttabile della legge lo hanno sbattuto fuori dal nostro paese. Lo immagino ora già al lavoro a tentare di immigrare (irregolarmente perché a volerlo fare secondo la Legge Bossi-Fini dovrebbe avere garanzia di lavoro e casa che mi pare condizione più realistica per giovani studenti americani che non per lavoratori maghrebini). Invece, Hassan ha quasi 60 anni e da 30 ha lasciato il Marocco per fare il venditore sulle spiagge toscane, versando regolari contributi all’Inps (che grazie a tanti come lui chiude in attivo il proprio bilancio, consente le manovre finanziarie italiane e “restituirà” a lui poco meno di 500 € al mese).

Con lui discutevo ogni anno sulla spiaggia di questo paese, sempre più duro e difficile. Da un po’ di anni non si vedeva. Quest’anno era di nuovo lì, dopo un trapianto al cuore che gli ha salvato la vita, avvenuto nell’ospedale pubblico di Siena, perché in questa Regione vige un principio di civiltà che garantisce anche agli immigrati, qualsiasi sia la loro condizione giuridica, l’assistenza sanitaria. In altre regioni italiane si vorrebbe invece discriminare fra Hassan (perché straniero) e Mario (italianissimo). Ma da noi vige la legge che già Antifone, nel V secolo a.C. scriveva nel suo “Della verità”: “… per natura tutti sono eguali, barbari o greci che siano. Ciò consegue da quanto per natura è necessario a tutti gli uomini. Respiriamo tutti attraverso la bocca e il naso, e mangiamo tutti con le mani”. I barbari, in questo mondo globalizzato, sono inevitabili: ma Ammar e Hassan sono barbari o greci?

Ladri di verità

da Internazionale

Un giornalismo pigro, cattivo e irresponsabile aumenta le paure infondate delle persone

Nel maggio del 2008 sulla Repubblica è apparso questo titolo: “Catania, arrestati due rom: ‘Hanno tentato di rapire mia figlia”‘. Secondo l’articolo, tuttora disponibile sul sito del giornale, “una coppia di rom” era stata “arrestata dalla polizia per aver tentato di rapire una bambina di tre anni nel centro commerciale Auchan di San Giuseppe La Rena a Catania”.

L’articolo forniva una serie di particolari su quel “tentato rapimento”. Era una vicenda sconvolgente: cosa c’è di peggio di un sequestro di bambini in un luogo pubblico? Per qualsiasi genitore è il peggiore degli incubi.

Dopo quegli arresti molti rom sono stati cacciati da Catania. Poco tempo prima, vicino a Napoli, alcune persone avevano dato fuoco a un campo rom dopo un fatto analogo.

C’è solo un piccolo problema: la storia non era vera. I giovani “rom” (che tra l’altro avevano un nome e un cognome: Viorica Zavache e Sebastian Neculau) sono stati prosciolti dal tribunale in settembre, dopo aver passato quattro mesi in carcere senza aver commesso nessun crimine.

L’avvocato difensore di Zavache e di Neculau ha spiegato il loro arresto con il clima di intolleranza del tempo. Da allora la situazione non è migliorata. E ci sono forti dubbi anche sul caso di Napoli, che aveva portato all’incendio del campo rom. Stranamente l’unico quotidiano a dare il giusto spazio alla cosa è stato il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi, che ha pubblicato la notizia del proscioglimento in prima pagina.

Le voci che puntano a creare un clima di panico nei confronti degli “zingari che rubano i bambini” circolavano già da anni. Fanno parte di un mito xenofobo, di uno stereotipo che si può mettere sullo stesso piano di tanti altri, che riguardano gli ebrei o altri gruppi etnici o perfino “i comunisti”.

Durante l’ultima campagna elettorale, per esempio, Silvio Berlusconi ha detto seriamente che sotto Mao i cinesi “facevano bollire” i bambini “per concimare i campi”. Gli insegnamenti che si possono trarre da questa vicenda sono tanti e importanti, e hanno a che fare con il giornalismo, con la paura e con la verità.

Il giornalismo e l’etica. I giornalisti hanno il dovere morale e professionale di raccontare quello che succede nel mondo. Ma tutti sono innocenti finché la loro colpevolezza non è dimostrata da un tribunale. Salvo che in Italia.

Ho sempre trovato incredibile il modo in cui tanti giornalisti italiani accusano di reati persone innocenti. In questo caso, per esempio, un giornalista di Repubblica ha preso una notizia dell’Ansa e l’ha riscritta (cosa che capita troppo spesso). Nel testo di partenza i “rom” erano “accusati” del reato. Per Repubblica l’avevano commesso. Accuse ipotetiche erano diventate fatti.

È un giornalismo non solo pigro e cattivo, ma anche irresponsabile. Quella “notizia” diffusa dalla stampa e da altri mezzi d’informazione ha direttamente provocato delle violenze e ha contribuito a esasperare un clima già pesante. I giornalisti dovrebbero sempre lasciare un margine di dubbio prima di informarsi meglio.

In Gran Bretagna non sarebbe mai stato celebrato un processo come quello ai due giovani. Se la stampa britannica avesse riferito quegli eventi così come ha fatto la Repubblica, il processo sarebbe stato annullato perché in quelle condizioni nessun giudice o giuria avrebbe potuto essere “obiettivo”.

Tutti i giornalisti dovrebbero adottare un atteggiamento cauto e scrupoloso, ma succede spesso il contrario: viene spontaneo attizzare il fuoco, esasperare le tensioni, esagerare i timori. Una prova di serio giornalismo investigativo su questa vicenda, invece, è stata data da un gruppo di studenti dell’università di Catania, che pubblicano i loro articoli sul sito Step1.it. Gli studenti di giornalismo hanno fatto il lavoro che avrebbero dovuto fare i loro colleghi più anziani e più esperti.

La paura. Abbiamo spesso paura degli altri, di chi non è come noi, di chi è povero, di chi vive ai margini della società, di chi ha un aspetto diverso. E la paura è un sentimento potente, forse il più potente di tutti.

La paura conduce alla discriminazione, alla violenza, al desiderio di esclusione, a una “domanda di sicurezza”. Inoltre la paura sposta voti. Come quello della vecchietta americana spaventata, che tutta tremante ha detto a John McCain che non si fidava di Barack Obama “perché è un arabo”.

La paura crea illusioni, ti fa vedere cose che non esistono. E così va a finire che due giovani “rom” in un supermercato diventano potenziali rapitori di bambini.

La verità. Nel maggio del 2008 molti lettori di giornali italiani – di sinistra e di destra – leggono che in un supermercato di Catania “un rom ha tentato di sollevare la bambina dal carrello della spesa con l’aiuto di un uomo, anche lui rumeno”. Passano quattro mesi e i due vengono prosciolti.

Le notizie pubblicate dal giornale erano false. Ma quei lettori oggi sanno la verità? Quasi certamente no. Il danno ormai è fatto. È troppo tardi. Nella società dello spettacolo in cui viviamo non contano più i fatti, conta chi strilla di più, anche se mente o si inventa le cose. Come ha scritto una volta Guy Debord, “nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”.

L’Italia degli altri

da Ciwati

Giuseppe da Bari chiosa con Beniamino Placido: «Il razzismo è inversamente proporzionale alla distanza». E Francesca Paci ha scritto una bella pagina di giornalismo. Anzi, due.

Hazzard

Senza la protezione di un forte presidio identitario questi criminali ‘ndranghetisti ti spazzano via: quel poveraccio di Hannover probabilmente si è sentito in pericolo e si è difeso come poteva, quindi non è da rimproverare, noi li conosciamo bene i sudisti. Mi spiace solo che ne pagherà le conseguenze.

Mentre su Radio Padania usano termini da guerra di secessione, nel nostro circolo si discute seriamente di questione meridionale.

Una splendida giornata

Cucù! Il latin lover rivela che per cambiare l’Italia ha bisogno di altri 75 anni di governo. Anche a destra lo credevano più bravo.

Ma mentre dall’estero si spiegano come funziona da loro la legislazione sulle intercettazioni (Legge Amintore Bavaglio) e da noi D’Alema riesce a farsi sanzionare dall’Ordine dei Giornalisti, la cena per farli conoscere (il menu sarà polpo o piovra?) contina a tener banco: Rutelli (non invitato, così come i cattolici PD) è confuso da Casini, che non capisce da che parte sedersi.

Farà meglio a decidersi, perché il PD siciliano sta per rubargli i posti di destra, mentre quello marchigano li ruba anche all’ala più estrema del PdL.

In questo scambio di poltrone capita che chi promette meno tasse poi le aumenti o che chi inveisce contro Roma ladrona sia scoperto a rubare, così come un pensionato con la social card si ritrovi a sua insaputa proprietario di uno yacht.

Non è un caso, forse, che la speranza qui ha il colore del lutto. Sempre che non la massacrino di botte, prima.

Dica Ins’Allah

A corto del solito pillolame senza il quale oggi non si può sopravvivere, per la dislipidemia (il “polistirolo alto”) la pressione sanguigna etc etc, vado da un medico di Johannesburg accanto all’albergo per farmele riordinare. E’ una giovane dottoressa congolese, che prontamente scambio per l’infermiera con classica gaffe di razzismo misto a maschilismo (Buongiorno, vorrei vedere il dottore. Buongiorno, il dottore sono io. Ah, uh, ooops). E’ di religione mussulmana, oddio oddio dove sono finito, maledizione al concierge dell’hotel che me l’ha indicata. Espone il Giuramento del Medico Islamico alla parete, invece dei soliti diplomi e ceritificati di laurea e non posso esimermi dal chiederle in che cosa cosa consista. Lei, serissima: “Non posso fare aborti, I am sorry”. Fortunatamente, io sono troppo vecchio per restare incinta, le rispondo e mi regala una risata. Questo Sudafrica è pieno di sorprese.

Vittorio Zucconi