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Legalisti e non

da piovonorane

Sul Frecciarossa delle 19 da Milano a Roma senza fermate intermedie, si è tenuto un dibattito assai teso sul tema della legalità ferroviaria.

E’ accaduto infatti che due sfigatissimi parenti-accompagnatori di un passeggero salito a Milano si sono attardati troppo a lungo nei saluti a bordo e, alle 19.01, si sono accorti che il treno aveva chiuso le porte partendo per Roma, dove loro non avevano alcuna intenzione di recarsi.

Andati immediatamente in panico, i due sono corsi dal capotreno invocando di poter scendere, e il capotreno ha chiamato il macchinista, e – mentre il macchinista pensava sul da farsi – in seconda classe è partito appunto l’acceso dibattito.
Da un lato i legalisti (giustizialisti?), secondo i quali non ce n’era per nessuno, i due accompagnatori non dovevano rompere le balle, l’avviso di partenza era stato dato due volte forte e chiaro e adesso quelli venivano a Roma con noi, non si capisce perché noi dovevamo accumulare ritardo per la loro disattenzione. D’altro lato, il partito del “se po’ fà” (i garantisti?), che puntavano tutto sul “poveracci, ci fermiamo trenta secondi a Parma o a Bologna, che ci vuole?”, un calcio nel sedere e tutti contenti.

Il secondo partito, inizialmente minoritario, è tuttavia cresciuto di numero quando i due sfigati (un giovane e un sessantenne) hanno rivelato alcuni dettagli compassionevoli: il loro parente era infatti venuto a Milano per un funerale di un altro familiare, evento dal quale tutti e tre provenivano, e infatti avevano ancora addosso gli abiti del lutto; uno dei due “passeggeri controvoglia” (il giovane) aveva il turno di lavoro come muratore appena fuori Milano che iniziava alle cinque del mattino di oggi e se non si presentava in cantiere rischiava il licenziamento (l’Eurostar arrivava a Roma alle 22, per tornare avrebbero dovuto prendere il treno della notte in arrivo a Milano alle sette): infine, a Milano non erano scesi in tempo (sostenevano) perché ancora molto turbati dalle esequie e perché stavano consolando il parente (quello che partiva) ancora in lacrime.

Il non perfetto italiano con cui si esprimeva l’anziano – probabilmente calabrese – rendeva il tutto ancora più complesso (che non abbia capito l’avviso di partenza?).

Alle richieste disperate dei due, il partito dei legalisti tuttavia non si lasciava commuovere – e qualcuno raccontava di un caso simile a seguito del quale alla fine un treno era arrivato con un’ora di ritardo.

Una corrente un po’ estremista di questo partito (forse erano lettori del Fatto) sosteneva che non solo i due non potevano essere sbarcati prima di Termini, ma dovevano pure pagare il biglietto Milano-Roma con tanto di multa per essere saliti a bordo sprovvisti del medesimo. Infatti, argomentava una signora, se non li si fa pagare c’è il rischio che da domani diventi un’abitudine truffaldina salire sul treno sostenendo che si era lì solo per accompagnare un parente e poi scroccare il viaggio a Trenitalia.

Il bigliettaio si è rifiutato di prendere in considerazione quest’ipotesi e quindi il dibattito è tornato sul dilemma fermarsi sì o no.

Alla fine è arrivato il parere non vincolante del macchinista, secondo il quale si potevano aprire le porte ai due solo nel caso un semaforo avesse fermato (di suo) il treno in una stazione e questo si fosse trovato accanto a un marciapiede (non si poteva certo dropparli su un binario, che stava pure iniziando a far buio).

Il lodo-macchinista è stato approvato dalla maggioranza degli astanti, eccetto gli estremisti dei due fronti.

Alla fine, però, l’unico semaforo rosso lo abbiamo beccato a Bologna, dove (secondo la ben nota legge di Murphy) il nostro treno era stato indirizzato su un binario senza marciapiede accanto, quindi ciccia.

Comunque, per la cronaca, abbiamo preso lo stesso la consueta mezz’ora abbondante di ritardo – e a Termini ho visto i due correre come disperati per non perdersi pure il treno della notte.

Prima che?

Nel paese dove il rispetto per le regole viene sempre rinviato con le scuse più varie, non c’è forse da meravigliarsi del fatto che ogni volta che si parla di Primarie (che sarebbero nello Statuto di questo partito), spunta sempre qualcuno che tiri fuori il rischio di inquinamento del voto da parte di altri partiti o l’appello all’unità, trovando il modo per non farle.

Siamo vittimi dell’albitrarità a noi contraria

da Cerazade

Gli elettori italiani in linea di massima ragionano così. Ogni elezione è simile a una partita di calcio e in ogni partita di calcio il tifoso elettore si innamora dei suoi beniamini ai quali perdona più o meno tutto: fallacci da dietro, inutili espulsioni, autogol clamorosi e persino palle buttate in rete usando la mano. Se uno è un mito è un mito a prescindere. Le forche caudine del mondo del pallone, e non solo di quello, vengono però sollecitate in un momento particolare. Quando cioè c’è il sospetto non che l’avversario, o il proprio beniamino, abbia esagerato (prendendo la palla con un braccio o magari mettendosi in tasca una mazzettina) ma che le regole del gioco siano state aggiustate a vantaggio di qualcuno. Nel calcio, a torto o a ragione, aggiustare le regole a vantaggio di qualcuno è sinonimo di quel gran fenomeno del pallone che è Luciano Moggi. In politica, nell’immaginario collettivo, la si può pensare come si vuole, si può essere di destra e di sinistra, si può amare o odiare il Cav, si può persino credere che Bersani sia un segretario vivace o viceversa, ma oggi il vero sinonimo ed esempio dell’aggiustarsi le regole rischia di diventare il casino sulle liste. Ecco spiegati i sondaggi usciti in queste ore

Record negativo di fiducia per Silvio Berlusconi, il Governo e il Pdl: e’ quanto emerge dal sondaggio mensile dell’Ipr Marketing, che pero’ evidenzia anche che gli altri partiti, sia di maggioranza che di opposizione, non riescono a trarre vantaggio dalla situazione.

Partito Disperato

L’Unità è travolta dalle lettere di (e)lettori confusi dalle manovre di palazzo nella scelta dei candidati per le regionali. Qualcuno propone addirittura di candidare direttamente D’Alema. E, aspettando una vera alternativa, si resta nel guado fra vecchi e nuovi modi di fare politica, senza il coraggio di prendere una direzione chiara con regole certe.

Dove c’eravamo imposti per legge le primarie, le annulliamo, per la gioia dei nostalgici dei soviet.

Dove nessuno ci obbliga (se non il nostro statuto, se ha ancora un valore) non le facciamo, proponendo candidati eletti ad altre cariche poco più di un anno fa o già sconfitti in passato sullo stesso territorio.

L’unica cosa che si sa con certezza è che un nostro sindaco che si riduce lo stipendio è da condannare.

[UPDATE] Almeno in Lazio la situazione sembra sbloccarsi, con Zingaretti chiamato a un mandato esplorativo che potrebbe stringere accordi con la Bonino, già candidata per i Radicali. Ovviamente sul carro tenta già di salire l’Idv, mentre arriva il vaticinio di sventura di Adinolfi. Ma, considerando le catastrofiche capacità predittorie del buon Marione, forse questa è la prima buona notiza del 2010

I bimbi la fanno semplice

La figlia di Marta (8 anni) si informa sul congresso del PD e dopo aver ascoltato qualche abbozzata spiegazione alla fine guarda la madre e ironica dice: “fate un sorteggio, mettete dei foglietti piegati con il nome scritto dentro e chiedete a Berlusconi di pescarne uno”.