Archivi tag: rete

L’ora di educazione fisica

da Scene Digitali

Reduce da un paio di dibattiti sull’informazione “in generale” con esponenti della sinistra e della professione, resto convinto che nella loro consapevolezza la rete e il digitale siano ancora come l’ora di educazione fisica a scuola. Praticamente un orpello. Poi si chiedono se la profondità è morta. No, tranquilli, sono i vostri occhiali un po’ appannati.
p.s. e sarà per questo che trattano gli esperti della materia come guru o come “tecnici” che non capiscono di politica. Perché la “tecnica” nella visione prevalente è sorella minore della politica e della cultura. A meno che non sia predicazione messianica.

La rete non è poi così cosmopolita

da Internazionale

Ethan Zuckerman spiega come le barriere culturali e linguistiche si riproducano anche sul web.

Video: ‘Time to break the cyber-utopian myth’ | Ethan Zuckerman | Comment is free | guardian.co.uk.

I campioni dell’UDC

Senza scomodare il solito Cuffaro potete scegliere fra l’altro condannato (e deputato abusivo) Drago, il fuffologo Tassone e l’”esperto di rete” e nemico dei blogger Sen. Amedeo.

Se Zuckerberg non va alla montagna…

Facebook rimuove le pagine islamiche, e i musulmani si fondano un loro Social Network

Svenska pirater

Dopo il partito, in Svezia arriva anche il provider pirata.

La rete non dimentica

da Il Post

Condivisione di contenuti, privacy, online reputation: una società in cui ogni atto è registrato e ricordato ci legherà per sempre alle nostre azioni passate?
Può capitare che contenuti compromettenti tornino ad ossessionare le persone a cui sono riferiti, mesi o anche anni dopo la pubblicazione su internet

Nel complesso dibattito sulla privacy e sulle sue violazioni, dimentichiamo spesso che siamo noi stessi, ogni giorno, a regalare ad archivi permanenti parti delicate della nostra vita privata. E ormai la presenza online di tutte queste informazioni entra in relazione sempre più assiduamente con le vite offline e col funzionamento delle nostre società. Ne parla Jeffry Rosen, in un lungo articolo sul New York Times intitolato “Il web significa la fine dell’oblìo”:

Quattro anni fa Stacy Snyder, una venticinquenne di Lancaster in Pennysylvania che stava facendo un tirocinio come insegnante in una scuola superiore, pubblicò una foto sulla sua pagina di MySpace che la ritraeva ad una festa, mentre beveva da un bicchiere di plastica ed indossava un cappello da pirata. Il titolo dell’immagine era “piratessa sbronza”. Dopo aver visto la pagina, il supervisore nella scuola dove stava facendo il tirocinio le disse che la foto «non era professionale», ed il preside della scuola la accusò di promuovere il consumo di alcool tra i suoi alunni minorenni.
Il risultato fu che pochi giorni prima della sua laurea, l’Università le negò la specializzazione e di conseguenza l’abilitazione all’insegnamento.
Snyder fece ricorso, sostenendo che l’Università avesse violato il Primo Emendamento (sulla libertà di espressione, di parola e di stampa) e l’avesse penalizzata per aver pubblicato una foto che documentava un fatto perfettamente legale avvenuto al di fuori dell’orario lavorativo. Nel 2008, però, un giudice del distretto federale rigettò il ricorso, spiegando che le foto non potevano essere messe in relazione con una questione di pubblico interesse; la sua foto da “piratessa ubriaca” non poteva quindi considerarsi protetta dal primo emendamento.

Quando gli storici del futuro guarderanno indietro ai pericoli della prima era digitale, Stacy Snyder potrebbe diventare un simbolo. Quello che si è trovata ad affrontare è soltanto un esempio dei problemi che coinvolgono a vari livelli milioni di persone nel mondo: come possiamo vivere tranquillamente le nostre vite in un mondo in cui internet registra ogni cosa e non dimentica nulla? Dove ogni foto, ogni aggiornamento di status, ogni post pubblicato su blog o su Twitter resta per sempre? Continua a leggere

Openpolis e la politica 2.0

da The FrontPage

Openpolis è un progetto di documentazione sulla politica e sui politici italiani nato dall’omonima associazione indipendente e no profit dietro alla quale c’è la società romana depp Srl, che si occupa di democrazia elettronica e partecipazione pubblica. L’iniziativa nasce due anni fa, dalla consapevolezza che in Italia mancasse un sistema di comunicazione politica trasparente, imparziale e accessibile ai cittadini.

Openpolis è infatti una banca dati online completamente gratuita dove è possibile trovare informazioni e notizie che riguardano i 140 mila politici italiani di ogni livello istituzionale, dai parlamentari europei ai politici in carica nei Comuni più piccoli. Operpolis si sviluppa grazie alle segnalazioni e ai contributi di cittadini e politici secondo una modalità perfettamente wiki: un grande blog collettivo in cui le informazioni – a parte quelle anagrafiche e istituzionali rilasciate in automatico dal sistema – vengono diffuse, dibattute e modificate dagli utenti grazie alle impostazioni open content e open publishing.

Attraverso Openpolis tutti i cittadini posso avvalersi di uno strumento informativo aggiornato che allo stesso tempo consente attraverso una modalità interattiva di comunicazione di dire la propria e, perché no?, provare in qualche modo a influenzare le agende e le scelte politiche dei propri rappresentanti. Openpolis ha cercato di smarcare la politica dall’idea di comunicazione onera e i risultati sono incoraggianti: i post in questi due anni sono stati costantemente in aumento.

Fibra per l’Italia: perché è importante

Da far mandare a memoria a chi ci governa

All’Italia serve un risorgimento digitale

di JUAN CARLOS DE MARTIN, docente del Politecnico di Torino,
su La Stampa

L’Italia sta affrontando in maniera clamorosamente inadeguata la più profonda trasformazione tecnologica e culturale dai tempi di Gutenberg, ovvero, la rivoluzione digitale. Su più livelli. I dati sono eloquenti (Istat e Eurostat, 2009): di venticinque Paesi dell’Unione Europea misurati dalle statistiche, l’Italia è ventiduesima per percentuale di famiglie con accesso a Internet da casa.

I primi della classe, ovvero il Nord Europa, hanno percentuali quasi doppie rispetto alle nostre (il 90% delle famiglie ha accesso Internet), ma anche Francia, Malta e Slovenia ci staccano nettamente. Peggio di noi solo Grecia, Portogallo, Romania e Bulgaria. Guardando al commercio, appena l’8% di italiani compra su Internet, contro il 45% di tedeschi e il 18% di polacchi. Uno stupefacente 41% di piemontesi non ha mai usato un computer – la stessa percentuale del distretto di Bucarest. E così via. Ma non sono solo le famiglie e i singoli ad essere indietro. L’Italia è anche ventesima (su 25) per spese in hardware, software e servizi relativamente al prodotto interno lordo; ciò significa che anche le imprese italiane adottano in media poche tecnologie digitali rispetto alle concorrenti europee, dato confermato anche da diversi altri indicatori relativi all’uso dei tali tecnologie nelle imprese. Infine la Pubblica Amministrazione: in questo ambito l’Italia si colloca sotto la media europea, anche se non di molto, ma con livelli medi di usabilità dei servizi e di monitoraggio della soddisfazione degli utenti molto bassi. Nelle scuole, poi, il numero medio di computer connessi a Internet per alunno è, secondo gli ultimi dati disponibili (2006), tra i più bassi dell’Unione Europea.

A questi dati, duri nella loro oggettività, si affianca qualcosa di più qualitativo, allo stesso tempo sia causa sia effetto dello scenario sopra tratteggiato, ovvero, uno scetticismo, se non una diffidenza, nei confronti di Internet molto più diffuso che in altri Paesi avanzati. Uno scetticismo generico e non ragionato, spesso condiviso da esponenti della classe dirigente, che produce un’evidenziazione sistematica degli aspetti negativi di Internet e un passare altrettanto sistematicamente sotto silenzio gli aspetti positivi, sia quelli già davanti ai nostri occhi sia quelli potenziali – i più sacrificati quando non si vogliano alzare gli occhi da terra.

Senza entrare in giudizi di merito, però, la rivoluzione Internet è tra noi – è un dato di fatto. E’ un cambiamento profondo che sta toccando – o si accinge a toccare – praticamente tutti gli aspetti della nostra vita, dal divertimento alla formazione, dalla comunicazione alla politica, dai diritti fondamentali delle persone alle prospettive economiche.

Possiamo snobisticamente ignorare questo dato di realtà, consolandoci – si fa per dire – con la straordinaria diffusione di telefoni cellulari o televisori nel nostro Paese, ma in tal caso è allora doveroso spiegare ai cittadini che così facendo la classe dirigente sta ipotecando un altro pezzo del nostro futuro. Saranno, infatti, altri i Paesi a godere appieno del vantaggio competitivo, economico e sociale, derivante da una rapida e ragionata adozione delle tecnologie digitali.

Oppure possiamo abbracciare il cambiamento e cercare di dargli la forma che più si adatta alle priorità e alle attitudini dell’Italia. In tal senso, si possono identificare tre principali pilastri per sostenere un potenziale risorgimento digitale italiano. Il primo pilastro è alzare il livello di scolarizzazione del Paese. E’ inutile, infatti, sperare di portare percentuali nord-europee di italiani su Internet in presenza di sacche di neo-analfabetismo che, come ricorda Tullio De Mauro, riguardano oltre un terzo della popolazione.

Il secondo pilastro è abbattere le barriere culturali ed economiche che privano di computer e di accesso a Internet una larga parte della popolazione, in particolare – come si evince dai dati Istat 2009 – le famiglie di lavoratori non qualificati e chi abita fuori dai centri urbani. Occorre, da una parte, far capire, con una sorta di «150 ore» del XXI secolo, quale risorsa possa rappresentare – per sé, per la propria attività e per i propri figli – un computer connesso a Internet in casa propria e, dall’altra, intervenire con incentivi economici efficaci per sostenere l’acquisto del computer e dell’accesso alla rete.

Il terzo pilastro è il superamento del cosiddetto «digital divide infrastrutturale», ovvero, gli ostacoli che trova chi vorrebbe connettersi alla rete, ma non può perché nel luogo in cui la persona (o l’azienda) si trova la rete semplicemente non c’è. Larga parte del territorio italiano, infatti, particolarmente quello al di fuori dei principali centri urbani, è connesso alla rete a banda larga poco o per niente. E’, quindi, urgente un serio programma di investimenti per portare la rete a tutti, possibilmente in fibra e altrimenti usando le frequenze lasciate libere dalla televisione analogica, potenziando nel contempo la diffusione dal basso delle reti Wi-Fi con l’abrogazione del cosiddetto decreto Pisanu.

Le tre azioni si dovrebbero mettere in campo simultaneamente. I risultati si vedrebbero nel giro di pochi anni, e permetterebbero all’Italia di uscire da un’arretratezza che pregiudica il nostro futuro, entrando nel gruppo di quei Paesi che l’onda del cambiamento la stanno imparando a cavalcare e a guidare.

Storie dalla rete: il blog degli orrori

di Leonardo

Non aveva idea del guaio in cui si stava cacciando. Quando Stefano Zanetti aprì un blog non poteva certo immaginare che tre anni dopo quella paginetta elettronica sarebbe diventata così importante da meritare un sequestro giudiziario. Aveva cominciato a scrivere on line come facciamo tutti: senza impegno, un po’ per gioco, un po’ per togliersi dalle scarpe quei sassolini raccolti sul luogo di lavoro. Nel suo caso i sassolini si erano accumulati nelle aule di tribunale: Zanetti, sociologo, lavora in una comunità terapeutica che si occupa di reinserimento dei detenuti.

I guai cominciano nell’estate del 2007, quando gli italiani apprendono sbalorditi che nella cittadina di Rignano Flaminio operava una setta pedofila costituita per lo più da maestre di scuola dell’infanzia, un benzinaio cingalese e un autore televisivo. In tv e sui giornali si parla di filmati e altre prove schiaccianti che inchioderebbero i sospettati: nel frattempo su blog e forum l’indignazione degli utenti prende le forme del linciaggio verbale. L’idea generale è che accuse così gravi non possono essere state inventate: soprattutto se sono basate su testimonianze di bambini, che “non mentono mai”.

Zanetti ha un altro parere. Il caso di Rignano gli sembra curiosamente simile a quello scoppiato qualche anno prima in due scuole materne di Brescia, dove dopo un lungo iter giudiziario le maestre indagate erano state tutte prosciolte (l’assoluzione definitiva della Cassazione per tutti gli indagati della scuola Sorelli è arrivata soltanto due mesi fa). Una semplice ricerca su internet lo porta a scoprire il trait d’union tra i due casi: la presenza di un’associazione di “lotta alla pedofilia”, la Prometeo, che aveva offerto un servizio di consulenza ai genitori dei bambini sia a Brescia che a Rignano Flaminio. La Prometeo s’ispira esplicitamente alle teorie del controverso criminologo britannico Ray Wyre, fermamente persuaso dell’esistenza di una lobby pedofila internazionale dedita ad abusi satanici rituali. Per i suoi detrattori Wyre (scomparso nel 2008) ha importato in Gran Bretagna quella psicosi collettiva nota come “Satanic panic” o “satanic ritual abuse hoax” (“la bufala degli abusi satanici rituali”), che negli anni ’80 divampò negli USA, provocando lunghissime inchieste che si conclusero sconfessando i teorici del satanismo pedofilo. Fuori dagli USA però la psicosi continua.

Zanetti scopre inoltre che il fondatore e presidente di Prometeo, Massimiliano Frassi, ha un blog, proprio come lui. Anche Frassi lo intende come un luogo di sfogo; salvo che la sua frustrazione è quella di un uomo impegnato in una lotta impari, accerchiato da una lobby mondiale di pedofili decisa a rendere vano ogni suo sforzo. E di conseguenza, nel blog, non va tanto per il sottile, anzi. Testi urlati in caratteri di scatola, spesso ironici (o, per diretta ammissione “cinici”), e immagini tratte dai film dell’orrore (vampiri, zombies, eccetera). Addirittura Frassi non si fa scrupolo a pubblicare le foto di indagati, senza nessuna preoccupazione per la loro privacy, e ad accostare arbitrariamente immagini choc di bambini feriti e abusati, che non sono esibite come prove (né a Brescia né a Rignano Flaminio sono mai state scattate foto del genere), ma sono funzionali a inorridire il lettore, a commuoverlo e infuriarlo. In tanti anni di assidua frequentazione di Internet non mi era mai capitato di vedere foto di bambini lividi e sanguinanti, prima di capitare in questo blog di “lotta alla pedofilia” che mira allo stomaco, più che al cervello del lettore.

Dal 2007 in poi siamo stati tanti ad occuparci del “caso” Frassi, che è anche un esempio di come si può usare il blog come cassa di risonanza: mentre il sito ufficiale dell’associazione Prometeo ha un approccio più diplomatico, il blog di Frassi è definito dal suo stesso autore un “bar”, dove tutto è consentito: immagini choc, l’attacco diretto e indiretto agli avversari, le minacce e gli sfottò, la presunzione di colpevolezza nei confronti di qualsiasi indagato (e anche di alcuni assolti). È il caso delle due suore Orsoline accusate di aver commesso abusi sessuali tra il 1999 e il 2000 in un asilo del bergamasco: anche in quel caso i genitori, prima di sporgere denuncia, si erano avvalsi della consulenza della Prometeo. Condannate in primo grado, le due religiose sono poi state assolte in Appello con formula piena: ma nel blog di Frassi i loro nomi e le loro foto sono ancora archiviate alla voce “Suore Pedofile Bergamo”. Eppure, malgrado i casi di Brescia e Bergamo si siano risolti, dopo molti anni e molte sofferenze, con assoluzioni, Frassi continua a essere invitato a trasmissioni tv in quanto esperto di pedofilia, e a procedere sul doppio binario di serio consulente e di agitatore telematico. Siamo stati in tanti a lanciare l’allarme, ma Zanetti sui blog è stato il primo. Senza di lui ci avremmo messo molto più tempo ad accorgercene. Nel frattempo però il suo blog non c’è più. Un GIP ha ottenuto dal gestore americano (Google) la rimozione (anzi, il “sequestro”) preventivo dell’intero sito, in attesa che sia dimostrato in sede processuale che alcuni suoi articoli offendono la reputazione di Frassi.

In questa storia, per ora, ci perdono tutti. Zanetti ha perso un luogo dove sfogarsi, e la reputazione di Frassi non ha ottenuto alcun miglioramento: i blog che lo criticano per i suoi modi e i suoi metodi sono tanti, e non si possono sequestrare tutti. Io poi ho una teoria: quello più offensivo nei confronti della sua reputazione, quello più urlato, più volgare, quello che contiene le immagini più violente e censurabili… è ancora il suo.