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I beni culturali secondo Bondi (manifesto vero)

Notare anche il lifting ad Antonello

Valutiamo i primi due anni del governo

da Il Nichilista

Sono passati due anni dall’insediamento del Berlusconi IV. Per l’occasione il sito ufficiale del governo diffonde una “guida sintetica dei provvedimenti e delle iniziative realizzate [...] a partire dall’8 maggio 2008″. “Le attività concretamente avviate dall’Esecutivo in questi due anni – si legge – discendono direttamente dal programma elettorale” e sono divise nelle seguenti categorie:

che effettivamente rispecchiano quelle del programma che portò la coalizione alla vittoria.

Valutare il grado di realtà di quanto affermato dal governo è un’impresa titanica per una persona sola. Per questo chiedo il vostro aiuto. Ciascuno nel proprio settore di competenza, ciascuno per la parte – piccola o grande – che è in grado di coprire. Valutiamo tutti insieme quanto di ciò che il governo scrive corrisponde o può corrispondere al vero e quanto, invece, alla realtà nemmeno si avvicina. Al primo punto della prima categoria, ad esempio, figura l’affermazione:

Sottolineo: risolta. Nessun amico campano ha di che ridire?

Facciamo quello che dovrebbe fare l’opposizione: proviamo a ribattere punto per punto. Chissà che non si scoprano i veri punti deboli dell’attività del governo. E, magari, che qualcosa di buono è stato fatto per davvero. L’obiettivo? Ottenere un contro-documento che separi propaganda e promesse dai fatti.

Dite la vostra come commento a questo post o mandando una mail a fabiochiusi@yahoo.it.

L’opposizione siamo noi.

[il documento del governo]

[il programma del PDL]

Tav

cfiles20300Ho alcune domande che mi frullano in testa, e riguardano ciò che è successo in queste elezioni regionali.
Le faccio in buona fede, come contributo alla discussione ex post.
Parliamo della Tav. La Tav è un male? Gli abitanti della Valsusa dicono di sì, e probabilmente sono gli unici titolati a esprimersi sull’argomento, se non in senso tecnico almeno dal punto di vista personale, quanto agli altri – tutti compresi – ho idea che se ne parli senza molto criterio o conoscenza.
Impressione mia, intendiamoci: mi ci metto pure io tra quelli che sanno di non sapere, e dovrebbero farlo in molti. La logistica, infatti, è una disciplina complessa, una scienza, della quale mi occupo anche nella mia vita professionale e per questo ritengo che non sia risolvibile per sommi capi.
Quando mi sono trovato di fronte il problema di dover dare un giudizio politico sulla Tav – dopotutto mi ero candidato alle primarie – ho cercato di reperire informazioni, di leggere, di capire. Ho cercato di considerare il problema in modo laico, senza pregiudizi, accostandomi a fonti differenti, e poi ho deciso: condizionato, è giusto ammetterlo, anche dalla linea del mio partito e della (ex) presidente Bresso. Ho sbagliato? Può darsi, ma il punto vero è che in effetti non lo so, anzi il punto è che secondo me non lo sa nessuno.
L’idea di una linea ad alta velocità per il trasporto passeggeri è stata, negli anni, efficacemente demolita dai suoi oppositori, tanto che pure i suoi sostenitori ad un certo punto hanno iniziato a parlare non più di passeggeri ma di trasporto merci. Sono cose ben diverse. Da un certo punto di vista, non dovrebbe esserci ecologista o persona che abbia cara la natura che si opponga a un treno che trasporta le merci su rotaia più velocemente e con un impatto ambientale molto inferiore a quello del trasporto su gomma. Eppure, anche questa linea è stata contestata: nelle mie ricerche, ad esempio, ho scoperto che nella parte francese del progetto non si prende praticamente in considerazione l’idea che da quella linea provengano merci e beni di consumo. Capirete che è un problema: se in Italia carichiamo di container i treni che viaggiano sulla Tav, dall’altra parte delle Alpi deve esserci qualcuno, un centro logistico di una certa importanza in grado di gestire quei prodotti e distribuirli. Ebbene, pare che di tutto questo i francesi non vogliano saperne nulla.
Si può anche sostenere – come è stato fatto – che neppure il trasporto delle merci sia un palliativo, e che ognuno debba consumare i prodotti del proprio territorio che non serve trasportare né sui treni né con altri mezzi: è un nobile intento e va certamente incentivato, ma bisogna anche avere una realistica visione delle cose, di un mondo in cui tutti vogliono acquistare prodotti di qualsiasi provenienza e le aziende ambiscono a vendere i propri ovunque nel mondo.
Ciò nonostante, i lavori procedono. E non tutto può passare in cavalleria, neppure in pianura. Non siamo l’unico Paese che si è posto il problema dell’alta velocità, anzi a dirla tutta siamo l’ultimo tra quelli in cui non si usa più cagare in cortile. Beh, negli altri Paesi non si è costruito come si è fatto qui. Se viaggiate sulla A4, e a me capita spesso, non vi sarà sfuggito il muraglione ferroviario che costeggia l’autostrada: magari non ci si pensa, ma le cose possono essere realizzate anche in modo diverso da così. Ad esempio, un treno che viaggia a una velocità terrestre paragonabile a quella di un Jumbo può essere reso invisibile, nascosto: la tutela dell’ambiente passa anche dalla tutela dello sguardo che diamo sul paesaggio, per non parlare del fatto che questa cicatrice che nessun chirurgo lascerebbe su un paziente attraversa anche campagne e zone agricole.
Poi c’è la questione dei valsusini: come dicevo, trattandosi di casa loro, è loro anche il diritto di giudicare quel che accade “in their back yard”. Però mi risulta che in valle, nel passato, siano già state compiute operazioni speculative piuttosto invasive, dalla stazione sciistica all’autostrada, che forse in molti non ricordano per il semplice fatto che all’epoca dei fatti non suscitarono tutto questo sommovimento protestatario. Mi risulta anche, ma ammetto che la cosa è più controversa, che non pochi tra i leader del movimento No Tav abbiano qualche interesse personale, di diretta dipendenza insomma, a difendere l’autostrada dall’avvento di quella linea ferroviaria. Sarà vero? Sarà falso? Più informazioni si hanno meno informazioni si hanno, il buon senso suggerirebbe cautela, ma in ogni caso non trovo accettabile l’atteggiamento di chi, per scopi puramente politici, sostiene di possedere la verità tecnicamente intesa, perché le fonti sono a disposizione di tutti ed è molto pericoloso sostenere che solo le proprie sono attendibili.
So di ripetermi, ma le cose sono più complicate di così, sono più complicate di Sì Tav e No Tav. Però mi sembra di capire che la cosiddetta gente voti in base alle semplificazioni: personalmente ritengo la cosa una tragedia, e penso che il compito della politica dovrebbe essere quello di non fomentarle e di suggerire l’approfondimento. Invece, in particolare in questo dato momento tutto italiano, le semplificazioni vengono addirittura incoraggiate, con lo scopo di sfruttarle biecamente. Lo fa con grande sfoggio Berlusconi, e siccome funziona bene lo fanno anche tutti gli altri, e intendo tutti, anche coloro che più si evidenziano come paladini dei cittadini e dei loro diritti. Cosa che, secondo me, fa loro un torto doppio, perché non è possibile in alcun modo perseguire il bene attraverso il male.
Semplificando, infatti, capita così che destra e sinistra vengano descritti come se fossero la stessa cosa, ed è un concetto sostenibile sotto molti punti di vista: ad esempio riguardo l’attaccamento al potere, che però è un dato umano, e non politico. E’ trasversale come fosse scritto nel codice genetico, e se si è in cerca di qualità diverse bisogna cercarle tra altre specie, perché tra gli esseri umani lo troverete sempre.
E’ importante, capire che l’uomo tende ontologicamente al male, anzitutto perché così non ci si fanno illusioni, non importa quanto siano alti i principi con cui qualcuno ci si para dinnanzi. Mettere la fallacia umana nel conto delle cose è l’unico modo per riportare la discussione fuori dai preconcetti, e passare più serenamente dal piano ontologico a quello deontologico. Ovvero, capire la differenza tra ciò che l’uomo è, e ciò che dovrebbe essere.
Tendiamo naturalmente verso un mondo idealmente perfetto, ma siccome c’è in noi qualcosa che non va la nostra opera non è mai all’altezza delle premesse, a volte di poco ma più spesso con differenze consistenti. Chi entra in politica pensando di essere esente da quel tarlo compie un’operazione intellettualmente disonesta, e non so fino a che punto ingenua, ma rifiutandosi di capire le differenze non dico tra i partiti, ma semplicemente tra le diverse persone che già governano o vorrebbero governare il territorio commette un errore ulteriormente più grave: la semplificazione di cui parlavo poco fa.
Semplificando, Bresso e Cota vogliono entrambi la Tav, e quindi sono uguali. Sono entrambi il male, e chi li affronta invece è il bene, senza sfumature. La Regione governata dal centrosinistra, però, aveva abolito i ticket: significa, in termini molto concreti, che per molte persone l’assistenza sanitaria era garantita, accessibile e gratuita. Perfettibile? Sicuramente, ma dall’altra parte Cota fa parte di uno schieramento che i ticket li aveva introdotti, e se saranno ripristinati sarà un problema per molte persone, inevitabilmente per le più deboli tra esse.
La Regione governata dal Centrosinistra aveva abolito le tasse universitarie per i ragazzi di famiglie non abbienti. E’ forse perfetto il modello accademico piemontese? Probabilmente no, ma presto molti ragazzi dovranno risolvere – non si sa come – il problema di proseguire studi già molto costosi per molti altri fattori, in particolare quelli fuori sede.
La Regione governata dal Centrosinistra aveva, per imprinting culturale, un certo tipo di politica della tolleranza nei confronti degli immigrati, delle minoranze, dei diritti individuali, tra gli altri, degli omosessuali. Torino come San Francisco? Forse no, ma se un domani con Cota dovessero arrivare non dico i rastrellamenti – spero proprio non si finisca tanto in basso – ma anche semplicemente norme punitive per chi vende kebab – succede già in Veneto e Lombardia – molte persone per bene si troverebbero in guai molto seri, senza aver fatto nulla di male.
La Regione governata dal Centrosinistra cercava, in un Paese in cui non è semplice, di tenere un profilo istituzionalmente laico, ad esempio a proposito di pillole e testamento biologico, su cui erano già pronte iniziative di contrasto e di autonomia rispetto al pessimo testo che è in discussione in parlamento. A questo proposito non ho neppure bisogno di usare il condizionale, perché Cota ha già detto molto chiaramente cosa ha in mente, arrivando a mettere in discussione il diritto all’interruzione di gravidanza.
Però, la Regione governata dal Centrosinistra voleva costruire la Tav. E per questo, un elettorato che probabilmente un tempo era il proprio l’ha punita e, come si usa dire con espressione infelice, “mandata a casa”. Badate, non sto sottovalutando l’importanza della Tav, non mi permetto. Ma ne valeva la pena, soprattutto pensando che ora i diretti interessati, i soliti valsusini, si troveranno a trattare con qualcuno ancor meno propenso al dialogo? Certo può darsi che la vocazione ecologica del Pd sia inferiore a quella che dovrebbe essere. Ma vogliamo parlare dei propositi della Lega di essere paladina e difensore del territorio, quando ha in programma non solo la Tav, ma anche le dighe e addirittura le centrali nucleari? Inoltre, e lo dico provocatoriamente, si rendono conto gli abitanti della Valsusa, un tempo comunisti, che in un Paese comunista di quelli che esistevano prima della caduta del Muro di fronte alle loro proteste sarebbero stati deportati? Per contro, negli Stati Uniti, dove l’arrivo della Ferrovia aveva coinciso con la fine della fase coloniale, i treni passarono preceduti dai soldati, dagli espropri, dagli omicidi e dalle sopraffazioni. Metodi per noi inaccettabili, dietro cui forse erano sbagliati anche i motivi stessi della civilizzazione, ma scardinati da una forza che nessun movimento civile avrebbe potuto fermare, e probabilmente non può neppure oggi. E anche con la Storia ci si dovrebbe fare i conti, a un certo punto.
Io non voglio quindi dire che il centrosinistra ha perso le elezioni per colpa dei grillini – ecco, ci ho messo un po’ ma finalmente li ho citati direttamente – perché sarebbe, indovinate un po’, una semplificazione. Io ho delle domande, e le ho fatte: mi piacerebbe sentire delle risposte.
Non ho voluto esporre la tesi del male minore, perché per quella mi sarebbe servito molto meno spazio di quello che ho usato: io vorrei parlare di bene superiore.

Quattro pensieri sul PD in Veneto

dal blog di Federico D’Ambrosio

1- In Veneto le alleanze ci fanno perdere 6 punti per farne guadagnare 3 alla coalizione. Oltre al riempire la scheda di simboli ridicoli. E se andassimo sul serio da soli? Ricordatevi che se non avessimo preso su Di Pietro nel 2008 ora non starebbe a starnazzare e lanciare diktat. (forse qualcosa di giusto Veltroni l’aveva detto)

2- La lega non vince per via dei gazebo ma perché ha un messaggio più facile da trasmettere e perché, grazie al suo linguaggio, riesce a comportarsi da opposizione irresponsabile. E noi non vogliamo né avere il loro messaggio né il loro linguaggio.

3- Forse è ora di smetterla di candidare signori nessuno della “società civile”: se non abbiamo candidati (o anche se li abbiamo, per rinforzarli e metterli alla prova) apriamo le primarie. Al massimo finiremo per candidare qualche inetto e non sarebbe niente di nuovo. Altrimenti candideremo finalmente qualcuno in grado di entusiasmare.

3bis- Il Veneto non è in grado tuttora di formare una classe dirigente moderna, interessante e responsabile.

4- Non siamo in grado di parlare ad una regione. E, ve lo dico di persona, non siamo in grado di parlare ad un paio di generazioni. E non mi pare che nessuno sappia come uscirne.

6 Presidenti con le palle

da Metilparaben

Vogliamo fare un po’ un quadro dei 6 neoeletti/riconfermati Presidenti delle regioni Pdl/Lega? Dal Nord al Sud, ecco a voi la carrellata:
Roberto Cota, gladiatore della vita (quella nordica, si intende):

Sono per la difesa della vita e penso che la pillola abortiva debba essere somministrata quanto meno in regime di ricovero. [Domanda: "ma quindi quelle pillole che la Bresso aveva ordinato e che sono già arrivate in Piemonte, rimarranno nei magazzini?] Eh sì, per quanto potrò fare io sì.

Roberto Formigoni, l’imperatore eletto illegalmente, la cui storia parla per lui:

L’esperienza di Gioventù studentesca prima e di Comunione e Liberazione poi hanno rappresentato il terreno fertile su cui è germogliata la mia passione per la politica.

Luca Zaia, il pupillo di Bossi e il recordman di queste elezioni:

Mi sarò el Presidente de tuti; e par tuti me darò da far e tuti scoltarò!

[Sarà pure il Presidente di tutti, ma per esserlo la prima regola è farsi capire dalla gente. Si capisce bene, se il Presidente comunica con i suoi cittadini in veneto, chi ne rimane fuori]

La Presidente più discussa su questo blog, Renata Polverini, che mette subito le mani avanti alla maniera destrorsa:

Quando sarò presidente della Regione Lazio non ci saranno né spinelli in vendita nelle farmacie [spinelli nelle farmacie?!], né stupefacenti distribuiti su prescrizione medica.

Stefano Caldoro, inarrivabile per le qualità del suo primo sostenitore, Nicola Cosentino:

Una svolta storica che ci carica di una pesante responsabilità in una regione che fino a poco tempo fa era considerata un feudo rosso e dove era impossibile l’alternanza. Ora tocca mettersi al lavoro.

[Sono solo io, o il "tocca mettersi al lavoro" di Cosentino inquieta alquanto?]

Allora finiamo in bellezza con la Calabria di Giuseppe Scopelliti. Quando dico bellezza, intendo proprio bellezza, quella della sua candidata “velina” Italia Caruso:

Ragazzi, non c’è che dire: si apre per le nostre regioni un periodo di progresso e prosperità.
Siamo proprio in buone mani.

E mo’, che famo?

da iMille.org

La redazione del blog apre i microfoni agli ascoltatori dopo i risultati elettorali. Ecco le prime risposte arrivate da amici e collaboratori alla leniniana domanda “e mo’ che famo?”. Aggiungete le vostre risposte nei commenti e contribuite al progresso civile e morale del paese!!!

1 –  Lasciare stare: dedicarsi all’arte, alla gastronomia, allo sport, alla botanica, alla musica, ai viaggi, alla contemplazione, al lavoro, all’amore, al sesso, alla meditazione, all’ippica, al diventare ricchi, ad aiutare prossimo, a qualsiasi cosa. Whatever works, purché non si parli di politica.

2 - Infiltrarsi: se non puoi batterli unisciti a loro. Chi se la sente si faccia prete, vescovo, cardinale e provi a diventare papa. Noi lo appoggeremo dall’esterno.

3 - Emigrare: già fatto, ma non funziona, l’Italia non la lasci mai, o è lei che non lascia te.

4 - Comprarsi Mediaset: e poi vediamo se le televisioni non contano. Mi sa però che non abbiamo i soldi.

5 - Sedersi sulla riva del fiume ed aspettare che etc. etc. lo stiamo già facendo, ma non stiamo seduti tanto comodi.

6 - Fare ammuina, magari credono che siamo di più (in alternativa, fare la faccia feroce).

7 - Illudersi che abbiamo ridotto le distanze della metà.

8 - Piangere e disperarsi, senza reprimere le nostre emozioni.

9 - Accampare scuse: l’invasione delle cavallette ha provocato una emorragia imprevista del voto nei piccoli centri, il segretario regionale era rimasto chiuso nell’autolavaggio e non ha potuto fare campagna elettorale, pioveva e poi è uscito il sole, i bambini con la varicella, un’unghia incarnita, il decoder, il decoder!!!

10 –  Aprire un serio dibattito interno che … partendo dalle ragioni della sconfitta …. possa porre le basi, …. senza mettere in discussione la leadership … ma interpretando il riformismo in materia avanzata… (ad libitum)

Il falso mito del radicamento sul territorio e una possibile exit strategy per il PD

di Emidio Picariello Eugenio Angelillo all’interno del nostro circolo

Incuriosito da qualche risultato elettorale sorprendente, ho provato ad analizzare il rapporto tra voto comunale e voto regionale nelle regioni dove c’e’ stato l’exploit della Lega. L’analisi non e’ certo facile poiche’ inficiata dalle mille liste civiche presenti soprattutto nei comuni piccoli, tuttavia per quelli sopra i 15mila abitanti diventa piu’ agevole poiche’ quasi ovunque si presentano i partiti nazionali. L’analisi a mio parere risulta particolarmente valida per la Lombardia, che ha portato al voto un discreto numero di grossi centri, di cui ben 3 capoluoghi di provincia, e ben distribuiti geograficamente.  Meno significativa invece per Veneto e Piemonte causa  lo scarso numero di grossi centri al voto, sebbene le dinamiche elettorali di Venezia risultino abbastanza in linea con l’analisi.

Ho dunque raccolto i voti di PDL, PD e Lega in questi comuni sia per le elezioni comunali che per quelle regionali e ne ho calcolato il rapporto Voti Regionali su Voti Comunali, in breve se questo rapporto e’ maggiore di 1 il partito e’ andato meglio alle regionali che alle comunali, se invece e’ inferiore a 1 e’ andata in maniera opposta.

Questi sono i risultati per

Lombardia

Veneto

Piemonte

Come si puo’ agevolmente vedere nel passaggio dal livello Regionale a quello Comunale e’ la Lega il partito che perde piu’ voti, circa il 13% in Piemonte e Lombardia, addirittura il 35% in Veneto, mentre paradossalmente e’ il PD il partito che piu’ si identifica con il territorio, trasportando tutti i voti conquistati dal Comune alla Regione e aggiungendone pochi altri.

Se ne puo’ dedurre a mio parere che il voto alla lega non e’ un voto territoriale, o identitario, ma un voto ideologico, su temi ben precisi quali sicurezza e immigrazione. L’altro lato della medaglia e’ che questi voti, non essendo identitari sono piu’ facilmente contendibili, se non altro a livello locale come mostrano bene Lecco e Lodi.

E qui sta la chiave per l’exit-strategy per il PD: rinnovare la sua classe dirigente partendo da coloro che sul territorio vincono e mangiano terreno alla Lega, fare emergere meritocraticamente queste persone a livello regionale e far partire da loro una rinnovata politica locale che vada a colpire i temi sui quali la Lega e’ divenuta partito d’opinione. Un percorso sicuramente lungo, ma fattibile, sicuramente piu’ dell’ingegneria elettorale cui tanti si stanno esercitando in queste ore.

Le analisi del voto – Rassegna “stampa”

Pubblichiamo i link di alcune fra le più interessanti analisi del day after:

-L’editoriale di Mario Calabresi, su La Stampa

-Le Mappe di Ilvo Diamanti, su La Repubblica

-Il fondo di Ezio Mauro, sempre su La Repubblica

-I post di Vittorio Zucconi su Tempo Reale, blog del direttore di Repubblica.it

-Il post sul blog di Concita De Gregorio, direttrice de L’Unità

-Le pagelle di Pierluigi Battista, su Il Corriere

-L’intervista a Matteo Renzi, sempre su Il Corriere

E poi ancora le riflessioni dei “nostri” Francesco Costa, Federico Russo e Ivan Scalfarotto, oltre ai commenti che trovate all’interno del nostro circolo.

Il mondo oltre B.

da piovonorane

L’ho detto ieri sera e lo ripeto stamattina: non c’è niente a cui attaccarsi per forzare in qualche modo i dati elettorali e inventarsi “inversioni di tendenza” che non si sono ancora viste. Il centrosinistra ha perso, punto, fine. Se speravamo che una fetta del Paese si fosse svegliata dal torpore, dalla chiusura in se stessi e dalla rappresentazione di chi promette di guarire anche il cancro, beh, questa speranza è andata delusa.

Allo stesso tempo, però, sarebbe molto sbagliato trarre da questa sconfitta la conclusione dell’irreversibilità del berlusconismo e quindi farsi prendere dalla rassegnazione, dal “non c’è nulla da fare siamo un popolo di idioti”. E sarebbe ancora più sbagliato – scioccamente sbagliato – attribuire al cosiddetto antiberlusconismo questa sconfitta: come se le folle oceaniche davanti al duce in piazza Venezia fossero da attribuire a Pertini e Parri.
“Antiberlusconismo” in realtà vuol dire semplicemente rifiuto etico e morale per un certo modo di fare politica: quello della commistione violenta con l’affarismo, dell’assoluta mancanza di rispetto delle regole, delle bugie da imbonitore, delle leggi ad personam, del dominio assoluto di uno solo che eleva a ministri le sue veline, della rappresentazione che maschera la realtà e così via.

Questo cosiddetto “antiberlusconismo” è una scelta etica, in qualche modo prepolitica, ed è la condizione di partenza – non sufficiente, certo, ma necessaria – non solo per fare opposizione, ma anche per presentare e proporre qualcosa di radicalmente diverso. In Campania, invece, il bassolinismo faceva schifo uguale, e non so se io a Napoli avrei avuto il coraggio di andare a votare Pd. Nel Lazio mi ha trascinato Bonino, ma veniamo da un governatore dai mille affari, e pagarsi il sesso con i soldi pubblici è stato quello su cui l’hanno beccato.

Altro che antiberlusconismo: è proprio l’assenza di un’etica della politica che ha portato alla sconfitta in queste due regioni.

Tra l’altro sarebbe bene notare che ieri il berlusconismo, in quanto tale, non ha esattamente brillato: il 26,7 per cento a livello nazionale del Pdl è un brusco calo (dal 37,3 delle politiche 2008, ma anche dal 35,2 delle europee) ed è piuttosto lontano da quel 43,2 per cento brandito da Berlusconi giusto un anno fa, al congresso di fondazione. Metteteci pure che un punto lo ha perso per l’assenza nella provincia di Roma, ma il flop del Pdl in quanto tale resta. Non stiamo dunque parlando di un invincibile: stiamo parlando di un modello in decrescita – e salvato anche dall’invasione televisiva al fotofinish – al quale tuttavia non siamo ancora riusciti a contrapporci con nettezza, con un chiaro modello alternativo.

Ma si pensi, in questo, anche alla Lombardia. Dove da vent’anni il centrosinistra non ha il coraggio nemmeno di presentarsi e manda avanti mezze figure come i Diego Masi, i Fumagalli, i Ferrante, per beccarsi regolarmente una scoppola via l’altra. E ultimo il buon Penati, convinto che i voti alla Lega si sottraggano facendo i leghisti morbidi. Mentre se una speranza c’è al Nord è proprio quella di proporre il modello opposto alla chiusura in se stessi, l’obiettivo dell’innovazione, della ricerca, dell’internazionalizzazione, dell’aprire le finestre, delle università d’eccellenza, della meritocrazia come valore, altro che ronde padane.

“Antiberlusconismo” non è odio verso una persona, che tra l’altro io non odio affatto – figurarsi se spendo un sentimento così importante e faticoso per un ridicolo ometto di 74 anni. Antiberlusconismo è saper guardare oltre la claustrofobia del presente, è non farsi contagiare dall’immoralità della politica, è saper proporre un modello radicalmente diverso. Sono questi i semi di cui ho parlato nel post precedente. Che sta a noi fa crescere o no.

L’ho detto e lo ripeto: sono ottimista, come sempre.

L’Italia s’è destra