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Questa è Sparta?

Neri, ciechi, disabili, malati, accattoni, rom: non è un paese per voi.

Sintonizzarsi sull’immigrazione

Interessante studio della Bocconi, fra stranieri e radio popolari.

Quest’estate imparo l’italiano

da Repubblica

Scuole in rete per accogliere gli alunni stranieri appena arrivano a Milano, per insegnare loro la lingua italiana e per orientarli nel percorso di studi dopo la licenza media. Proprio in questi giorni partono i corsi estivi: approfittando delle vacanze, i docenti si fermano in aula per aiutare gli immigrati a portarsi avanti con l’abc dell’italiano. È il progetto dei Poli Start, unico in Italia per numero di scuole coinvolte – oltre il 90 per cento delle primarie e secondarie statali – e per investimenti, oltre un milione e 400mila euro alla partenza con nuovi finanziamenti stanziati di anno in anno.

Cittadini del mondo

Razzismo nei giornali, razzismo di Stato, razzismo nelle strade, razzismo nei locali, razzismo fra i ragazzi, razzismo sui bus, razzismo (burocratico) nelle amministrazioni, all’Università e persino nei concorsi pubblici. Razzismo dappertutto, anche dove immigrati non ce ne sono. Ma in mezzo all’ipocrisia leghista e alle altre pagliacciate del Carroccio, per fortuna, esistono pure belle storie. Perché, anche se c’è chi non li vuol vedere, gli “italiani diversi” sono già fra noi (e tra l’altro contribuiscono, non poco, alla nostra economia).

[UPDATE: e da oggi al 4 Luglio, tutti alla Festa dei nuovi italiani, organizzata dal Forum Immigrazione del PD ]

Strangers

Tempi maturi

di Andrea Sarubbi

Dalla discussione sulla cittadinanza in poi, ho sempre rimproverato ad alcuni miei colleghi di Centrodestra di parlare per sentito dire: affermazioni magari impeccabili dal punto di vista dell’ingegneria costituzionale, ma tutta roba di seconda o terza mano, priva di contatto diretto con la realtà. Io credo invece che la politica non possa fare a meno delle fonti di prima mano: se vuoi riformare il codice della strada, per dire, non puoi ignorare il punto di vista degli autisti; così, se vuoi mettere mano all’immigrazione, devi almeno sapere che cosa ne pensino i diretti interessati.

E così, quando oggi ho ricevuto dal mio amico Issi l’appello bipartisan che trovate qui sotto, scritto a quattro mani da due nuovi italiani di origine albanese, mi sono dato da fare per diffonderlo: ho scritto ai miei amici giornalisti e li ho pregati di pubblicarlo nelle prossime ore, perché l’iniziativa abbia un certo risalto. A Minzolini no, non l’ho mandato.

L’immigrazione ormai è di fatto un fenomeno radicato e strutturale in Italia e di conseguenza le politiche su questa materia devono essere di lungo respiro e contribuire a costruire una società socialmente coesa e forte. Abbiamo assistito in questi anni a politiche non sempre all’altezza della complessità del fenomeno, che hanno contribuito a creare un quadro sociale che spesso vede contrapposti italiani e immigrati e altrettanto spesso anche gli immigrati tra di loro. Pensiamo che sia arrivato il momento di affrontare alcune questioni inerenti l’immigrazione regolare, che ad oggi conta oltre 4 milioni di persone nel nostro Paese, al di fuori di qualsiasi impostazione di tipo ideologico. Proprio per dimostrare che questo è possibile, oltre che doveroso, abbiamo deciso di sottoscrivere questa lettera, di comune accordo, anche se facciamo parte di due opposti schieramenti politici. Siamo convinti che i tempi siano maturi per poter rivedere le norme sulla cittadinanza italiana, soprattutto nei confronti dei figli e figlie di immigrati nati o cresciuti in Italia. Un giovane che nasce o cresce in questo Paese, studiando nelle sue scuole, i cui genitori soggiornano regolarmente in Italia da almeno 5 anni, e che si sente italiano a tutti gli effetti, perché non dovrebbe godere degli stessi diritti dei suoi coetanei con il passaporto italiano? Nessuno di noi vuole la cittadinanza facile, oppure imposta! Ma non possiamo non riconoscere che l’accesso alla cittadinanza è condizione necessaria e indispensabile per l’Italia per non estraniarsi questi suoi giovani, sui quali essa investe centinaia di milioni di euro in spese per istruzione e sanità. Riteniamo che chi vive e lavora regolarmente in questo Paese da 8 o 9 anni, pagando le dovute tasse e ottemperando tutti i doveri di un comune cittadino, possa poter aspirare a partecipare attivamente alla vita politico-amministrativa del Comune di residenza. In questo modo passeremmo dal vedere gli immigrati non come parte del problema, ma bensì come parte della sua soluzione. Citando Kennedy, pensiamo che sia arrivato il momento di chiedere ai migranti che cosa possono fare per l’Italia e smettere di domandarci per un attimo cosa l’Italia possa, debba o non debba fare per loro. Valorizzando gli immigrati regolari lungo-soggiornanti, responsabilizzandoli, dando loro diritti e doveri, si potrebbero contenere ed isolare gli esempi negativi, che pur esistono. Spesso sentiamo dibattiti sull’orientamento politico degli immigrati, e su un presunto radicale ed immediato spostamento degli equilibri elettorali, qualora gli immigrati regolari lungo-soggiornanti potessero partecipare alla vita amministrativa politica del proprio Comune. Tuttavia, studi recenti hanno confermato quello che già era noto a tutti coloro che come noi lavorano a stretto contatto con le comunità di immigrati, ovvero che gli orientamenti sono molto variegati e non riconducibili alle intere comunità. Molti voterebbero PDL, a tanti piace Berlusconi, alcuni sono orientati a sinistra, molti sono già iscritti alla Lega Nord, e si potrebbe proseguire riscontrando orientamenti che coprono tutto l’arco costituzionale delle forze politiche: nessuno ha da temere immediati spostamenti elettorali decisamente favorevoli in un senso o sfavorevoli in un altro. Pertanto, risulta essere una priorità per questa classe politica quella di impegnarsi seriamente per risolvere alcuni nodi cruciali della questione immigrazione, senza cadere in tentazioni populiste dalla propaganda facile, che portano consenso soltanto nell’immediato. Impegnarsi a risolvere le questioni legate all’immigrazione, guidati dal buon senso e anche dall’esempio di altri Paesi europei, significa consegnare alla storia un’Italia più forte, dinamica e in grado di affrontare le sfide che la società globale pone.

Klodiana Cuka – già candidata PDL alle elezioni regionali 2010 in Puglia
Ismail Ademi – Responsabile immigrazione PD Arezzo

Lo fate girare?

Sparata militare

Mentre tutti (leghisti esclusi) guardano all’insù lo show delle frecce tricolori (ignorando che il costo dei nuovi aerei è maggiore della finanziaria) e quello di B al Quirinale, noi appoggiamo l’idea di Macchianera:

Quale modo migliore di festeggiare la nostra Repubblica se non intervistare tre italiani?

I tre italiani, sotto molti aspetti più italiani di noi, si chiamano Sumaya, Khalid e Igiaba. Parlano l’italiano spesso meglio di noi. I nostri dialetti meglio ancora di noi.

Sono quegli italiani, figli di genitori in fuga da paesi oppressi e nazioni in guerra, che facciamo quotidianamente sentire stranieri su una terra che è anche loro.

Nelle interviste che AVoiComunicare ha pubblicato ci spiegano il loro concetto di patria: Sumaya, italiana col velo; Igiaba, fiera dell’accento romano; Khalid, che vuole essere un cittadino anche lui.

Promemoria

Fini definisce “stronzo” chi offende gli stranieri. La legge con Bossi deve averla firmata quello dei tortellini.

(Spinoza)

Ero straniero e mi avete accolto (Mt 25,35)

Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona, rivela in un’intervista al Giornale che lui non solo non toglierà il crocifisso, ma al posto della foto del Presidente della Repubblica metterà quella del Papa. Fortunatamente, qualcuno gli fa notare che in un’intervista analoga, tempo fa, aveva già detto di aver sostituito la stessa foto con quella di Pertini. Forse il Presidente socialista, che si era sempre dichiarato ateo, non va più bene per un “difensore della cristianità” come Tosi, già condannato per aver «diffuso idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato un concreto turbamento alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato.»