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I campioni dell’UDC

Senza scomodare il solito Cuffaro potete scegliere fra l’altro condannato (e deputato abusivo) Drago, il fuffologo Tassone e l’”esperto di rete” e nemico dei blogger Sen. Amedeo.

La guerra dei browser

Ad aprile del 2008 la coalizione di Silvio Berlusconi ha avuto il 47% dei consensi, quella di Veltroni il 38. Esattamente un anno dopo, ad Aprile del 2009 il 47% del traffico internet europeo avveniva su Internet Explorer, il 38 su Firefox. A dicembre una legge europea ha garantito un maggiore pluralismo, e anche grazie a questo si osserva ad una discesa sempre più marcata del browser Microsoft. Per non prenderci troppo sul serio, abbiamo deciso dunque di paragonare i partiti italiani ai browser. Vediamo cosa ne viene fuori:

  • Internet Explorer è il trittico PDL+Lega, con un Bill-Berlusconi ricco e potente che sa ben sfruttare le sue posizioni dominanti, un Allen-Fini che da cofandatore dell’azienda prova poi a ripulirsi la coscienza andando altrove (ma mantenendo il suo pacchetto azionario) e un Ballmer-Bossi dai metodi poco convenzionali ma che si rivela poi essere il vero erede della ditta.
  • PD ed IDV sono invece sicuramente Firefox, browser libero e personalizzabile tramite svariati plugin, che in questo modo perde però la sua originaria leggerezza e diventa spesso più lento e pesante dei suoi diretti concorrenti.
  • La “volpe di fuoco”, tra l’altro, nasce dalle ceneri di un glorioso passato: Netscape è per Mozilla quello che PCI e sinistra DC sono per il PD.
  • IceWeasel, fork di Firefox per Gnu/Linux é il browser dei duri e puri del free software. Il browser perfetto per la sinistra extra-parlamentare.
  • Restando nel mondo Linux, Konqueror è un browser web che faceva anche da file manager e da visualizzatore di documenti ed è noto per la sua facilità nel “trasformismo” (la modifica dello user agent avviene dal menu principale). Ultimamente il progetto è stato spezzato in più parti. Il riferimento ai Radicali viene da sé.
  • Chrome è l’altra alternativa apparentemente libera e in forte crescita, ma che desta preoccupazione per il potere che stanno concentrando i suoi “proprietari”. Di certo è il browser dell’area movimentista e grillina.
  • Safari è il browser un po’ fighetto preinstallato sui Mac e sugli iPhone, e mantenuto da quegli utenti troppo pigri per installarne un altro e mettere in discussione le loro radicate convinzioni. Lo lasciamo all’UDC.
  • Opera è il browser rosso e innovativo che ha sempre anticipato i tempi ma non è mai riuscito a superare una certa soglia di consensi, se non a livello locale nel suo paese d’origine. Il parallelismo con Vendola è fin troppo facile.

E voi, che browser siete?

La battuta del giorno

Casini, pensando al Pdl: «Ci accusano di trasformismo, poi ce lo chiedono».

(via Ciwati)

Larga la foglia stretta la via

da Manteblog

Leggo sul blog di Pierferdinando Casini che il leader dell’UDC nei giorni scorsi si e’ interrogato su smartphone e banda larga:

Pier Ferdinando Casini si è interrogato nei giorni scorsi sul significato dell’allarme lanciato da Calabrò.

Dopo lunga interrogazione, tecnicamente appaltata a Roberto Rao, capogruppo Udc in commissione di Vigilanza Rai, la proposta dell’UDC sulla annosa questione della rete trasmissiva in Italia è la seguente:

Poco è stato fatto e tanto c’è ancora da fare. Aprire un confronto costruttivo sul tema è un primo passo. Raccogliamo riflessioni utili, pareri sulle strade da intraprendere, sugli errori commessi in passato e da evitare in futuro. Il dibattito è aperto.
Dite la vostra.

La solita imbarazzante comitatologia dei senza idee.

La grande, ehmm, prova di forza di Polverini

da Cerazade

Qualche tempo fa Casini aveva detto che nel Lazio il problema era politico, non di assessorato, e se l’Udc non entrava in giunta non era perché non gli venivano dati assessori, ma era perché c’era un problema di fondo. “Noi abbiamo stipulato dei patti che, come spesso accade, non sono stati rispettati – ha spiegato – non è che siamo degli accattoni che ci tengono buoni con un assessorato”. Oggi è successo quanto segue.

(ASCA) – Roma, 21 giu – Nuova squadra di governo per Renata Polverini. La presidente della Regione Lazio, ha presentato oggi, in tarda mattinata, la sua giunta da oggi ”al completo”, nella quale sono entrati due esponenti dell’Udc.Al segretario regionale Luciano Ciocchetti sono state assegnate le deleghe all’Urbanistica e la vicepresidenza.

Unicum

Il modello Termini Imerese, si sa, ha fatto scuola. Ma adesso si va oltre: a Ribera (AG) il PD si ritira dalle elezioni, lasciando il campo alla sola UDC:

Per una serie di giochetti dell’ultimo minuto, Carmelo Pace (Udc), è candidato sindaco contro un altro dell’Udc, Lillo Smeraglia, suo “migliore amico” (proprio a detta di Pace). Voi direte: vabbè, l’amicizia un giorno c’è, il giorno dopo non c’è più, soprattutto quando si tratta di raccattare voti. Però i parenti restano: e fa impressione leggere nella lista di appoggio al grande oppositore Smeraglia la moglie, la mamma e il cognato dell’altro candidato, Pace.  Perché tutto questo casino di liste, che evidentemente avrebbe attratto l’attenzione anche da fuori Agrigento? Pace voleva proprio essere sicuro di vincere, e anziché rimettersi al dettato della legge, che prevede che il candidato unico, per poter essere eletto, deve ottenere il 50+1 degli aventi diritto al voto che effettivamente si recano alle urne, ha preferito avvalersi del candidato fantoccio.

L’Udc al governo?

Forse non ve ne siete accorti. Berlusconi sta cercando di far entrare nel governo l’Udc.

Noi, uomini dalla memoria ferrea, ricordiamo che il leitmotiv tra il 2001 e il 2006 era la continua lamentela da parte di B. che – a detta sua -veniva ostacolato da Casini ogniqualvolta avesse avuto l’intenzione di cambiare l’Italia di un nonnulla.

In ogni caso, queste mosse potrebbero servire al Pd per capire che prima di pensare al 5% di Casini sarebbe meglio puntare al 40% degli astenuti.

Pietro Raffa

L’Amore non è bello se non è litigarello

Nel Partito dell’Amore la scelta dei candidati alle prossime regionali non è di certo stata rose e fiori.

Fra scelte strane, opinioni contrastanti, guerre intestine, quotidiani all’attaccoveti leghisti, accordi non graditi, alleanze difficili, ministri in lotta e/o degradati, qualcuno già pensa che il giorno dopo il voto potrebbe rompersi tutto.

Amore strano, quello in casa PdL, con B che paga gli alimenti a tutti i partner per evitare il divorzio.

Primarie Sempre (che si facciano)

di Marco D’Angelo per iMille

Lo statuto del Partito Democratico è chiaro (art.1 comma 2):

Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali.

Date le premesse, ti aspetteresti che per selezionare i candidati per le elezioni regionali, il PD le usasse largamente, invece cosa accade? Non vi è una sola regione dove sono previste con l’eccezione (forse!), oltre modo travagliata, della Puglia.

Gianni Cuperlo, uno di quelli bravi, ma bravi sul serio del partito, ha scritto un post molto interessante sulla questione.

C’è un passaggio particolarmente istruttivo nel suo discorso:

le “nostre” regole debbono, giocoforza, misurarsi con le regole degli altri. Facciamo un esempio: noi siamo per scegliere i candidati governatori con le primarie (lo abbiamo scolpito nello Statuto). In alcune realtà succede che per vincere (o almeno per competere) vi sia il bisogno di allargare la coalizione ad altri (l’Udc, certo, ma non solo. Penso ai nostri amici radicali per dire). E facciamo conto che questi altri (a torto o a ragione) siano contrari al ricorso alle elezioni primarie per la scelta del candidato o della candidata alla presidenza. Ecco, in questo caso che succede?

Succede che il presunto alleato, l’Unione delle Convenienze, condiziona le nostre scelte senza poi, però, sentirsi vincolato a nulla, visto che ha deciso, comunque, di schierarsi in tante di queste regioni con il Centro-DESTRA, lasciandoci a contare morti, feriti e contraddizioni (guardate il disastro pugliese).

La regola degli altri ha finito per diventare l’eccezione costante alla nostra regola. Abbiamo rinunciato a costruire candidature, portatrici di una legittimazione popolare e di un rapporto con il territorio. Abbiamo rinunciato ad avere programmi credibili, non costruiti a tavolino, ma sviluppati nell’ascolto di tutti. Abbiamo rinunciato alla forza di mobilitazione popolare che solo le Primarie possono dare alle candidature.

Ma non nascondiamoci dietro un dito. L’allergia alle primarie, indipendentemente dai C/casini procuratici dell’UDC, alcuni (tanti?) di noi ce l’hanno da sempre. Il caso emblematico è la Lombardia. Qui, di fronte alla sfida impossibile con il Formoloch che da ormai quindici anni tiene in pugno la regione, le Primarie dovevano essere la via maestra. Tanto più che l’Udc locale aveva, da subito, fatto capire che preferiva schierarsi con la PdL.

Invece la direzione del PD che fa? Candida, sua sponte, i pallidi dei minori del Pantheon bersaniano, i Penati. Quei Penati che, se volete, le loro brave “primarie” le avevano già perse – con le elezioni provinciali – lo scorso anno, dimostrando di non raccogliere tutto sto’ seguito tra i lombardi. Quegli stessi Penati, che in campagna congressuale, avevano richiamato il valore della razza pura degli “iscritti”, contro il meticciato degenere delle primarie.

Sarebbe lungo spiegare le ragioni di questa insofferenza e, onestamente non credo di possedere gli strumenti culturali per farlo. Ma so quale è l’idea svilente di Primarie che sta prevalendo in questa fase nel PD, persino in persone di spessore come Cuperlo:

abbiamo affidato a questo strumento (che tale rimane: uno strumento) delle prerogative superiori alle loro effettive potenzialità. In particolare la possibilità (o la speranza) che lo strumento in sé sia il grimaldello, la chiave vincente, per risolvere o districare complicate vicende politiche. Ma la politica raramente si fa gestire delegando altrove le sue responsabilità.

Insomma, Primarie in cantina. All’occasione, possono sempre essere rispolverate, come si fa con le luminarie a Natale, o con la brutta cornice d’argento che c’ha regalato zia Palmira, quando viene a trovarci.

Peccato che quel altrove cui fa riferimento Cuperlo, per come lo leggo io, sarebbe la democrazia diretta, in definitiva la principale novità del Partito Democratico. La via faticosa che, socialisti, post-comunisti, popolari, hanno scelto di intraprendere insieme, fondendo le loro storie per costruirne una più grande, rivolta al futuro.

E in questo progetto, la competizione onesta ma anche il confronto fattivo, tra classi dirigenti ed elettori, offerti dalle Primarie sono una tappa indispensabile. Ecco, perché se si crede nel Partito Democratico, non si può non credere nelle Primarie e nello spirito popolare che le alimenta. Lo stesso spirito di Robert Kennedy, citato da Thurston Clarke in The Last Campaign.

La vecchia caccia ai delegati non ha più senso. Noi andremo al popolo. E vinceremo.

I misteri del sacro lenzuolone

D’Alema accusa Vendola di aver complicato tutto, in Puglia, costringendo il PD alle primarie.

In Calabria, dove Vendola non c’è, i quattro candidati alle primarie del PD si son diligentemente fatti da parte per far posto a un candidato unico targato UDC.

In Lazio sappiamo come è andata. E i Radicali, con l’esperienza del più vecchio partito oggi in Parlamento, mostrano di conoscere bene tutti i giochetti di quella partitocrazia che dicono di osteggiare.

E così, se la Bonino val bene un’alleanza col PD, in Toscana corteggiano il PdL e in Campania aggiungono anche una terza via, con Pannella candidato in accordo coi socialisti, in una nuova edizione della già fallimentare Rosa nel pugno.

Stessa strategia del miglior offerente per l’UDC, ma con l’ostinato obiettivo di abbattere il bipolarismo e tornare felici alla prima repubblica,  mentre l’Mpa di Lombardo è riuscito in Sicilia ad avere l’appoggio del PD offrendo in cambio un assessorato.

Come in tutto questo Scalfari riesca a raccontare la rivalsa della società civile sulla “casta” dei politici, è uno dei tanti misteri del sacro lenzuolone domenicale, e forse va accettato così com’è.

[UPDATE: Civati racconta che i Radicali si presentano separati dal PD in Lombardia, e con la Bonino capolista in tre circoscrizioni]