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The Big Clock

Fini contro Berlusconi, Franceschini e Fioroni contro Bersani, Veltroni contro Casini. Il tempo sembra essersi fermato, i protagonisti son sempre gli stessi. Sarà per questo che, quando qualcuno nuovo arriva, a destra non sanno a cosa aggrapparsi per attaccarlo, e il massimo che riescono a fare è farfugliare di Bassolino.

Profondo rosso

Di tutta la vasta pubblicistica dedicata negli ultimi – cinque? dieci? venti? – anni alla cosiddetta “crisi della sinistra”, il libro di Jacopo Iacoboni (Profondo rosso, Einaudi) è uno dei pochissimi che non cede alla banalità storta ed errata secondo cui il problema della sinistra sia non essere abbastanza com’era una volta, bensì in realtà – specie per la sinistra italiana, in particolare quella cosiddetta radicale – il suo non essere come non è mai stata e come forse sarebbe più giusto che fosse. Un ragionamento forte al punto da apparire autoevidente e descritto badando molto alla pratica e poco alla teoria: fotografando nove fatti, nove storie, e ragionandoci su. Il libro ha il merito di centrare nove snodi fondamentali della questione: certo non gli unici, probabilmente i più gravi e lampanti. «La diffidenza per la meritocrazia, le ambiguità sulla violenza, l’antisemitismo a sinistra, il rapporto con altre religioni, per esempio l’islam; la possibilità della guerra per cambiare regime contro i tiranni; la sicurezza che da tabù finalmente infranto diventa un nuovo totem, pericolosamente conformista; i silenzi delle neofemministe di fronte alla violenza, anche mortale, sul corpo delle donne, da Ayaan Hirsi Ali a Hina Salem, fino alla giovane Neda, simbolo della violenza di Teheran. Temi di fronte ai quali bisognerà provare a essere di sinistra, senza la sinistra».

La sinistra e i cervi rossi

di Marco Simoni

Tra tutte le storie scritte per il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, la più suggestiva, per la metafora che racchiude, racconta di un branco di cervi dal mantello rossiccio. Riportata dal Wall Street Journal, e ripresa in Italia solo da Condor, un programma di Radiodue, è la storia di come, nonostante la ventennale rimozione della cortina di ferro che divideva il loro habitat naturale in due, tra Germania Ovest e Cecoslovacchia, i cervi rossicci ancora oggi non hanno il coraggio di oltrepassare quello che una volta era il confine e attualmente è solo una linea immaginaria nel più grande parco naturale d’Europa.

Naturalmente, gran parte dei cervi che hanno conosciuto l’epoca del filo spinato elettrificato sono ormai scomparsi. Tuttavia, spiegano gli studiosi che hanno osservato questo fenomeno, i genitori hanno tramandato la memoria del confine ai cuccioli, così che – a parte pochi temerari – i cervi dal mantello rossiccio rimangono negli angusti spazi della guerra fredda, piuttosto che andare e scoprire gli spazi disponibili in quella che una volta era “l’altra parte”.

Questa storia non racconta solo un curioso fenomeno naturale, ma rimanda istintivamente alla sinistra – non solo italiana – e alla reazione che ha avuto davanti alla caduta del muro e, più in generale, davanti ai processi di globalizzazione che, oltre a generare forti squilibri e intollerabili ingiustizie, sono stati anche processi di apertura e libertà.

Sono passati vent’anni dalla caduta del muro e a giorni si conoscerà la precisa composizione di quella che sarà la Commissione Europea più a destra della storia. Solo 6 commissari su 27 proverranno dal campo socialista e democratico, contro i 12 o 13 del gruppo popolare e gli 8 o 9 del gruppo liberale: una proporzione che rispecchia, oltre che gli equilibri tra gli stati membri, anche i risultati delle elezioni europee.

Negli scorsi vent’anni, come accadeva ai cervi rossicci, troppo spesso la sinistra ha diffidato di chi suggeriva di oltrepassare il confine delle proprie tradizioni. Casi molto diversi, ma più chiari e coerenti degli altri – come quelli di Blair e Zapatero – sono stati trattati spesso come bizzarri o, peggio, giudicati con aria di sufficienza dai detentori dell’ortodossia continentale. Hanno continuato a dominare richiami a tradizioni del passato, un conforto mentale nell’uso di  categorie novecentesche, la preoccupazione di tramandare alle generazioni successive pregiudizi e automatismi, piuttosto che la passione per la ricerca di terre inesplorate, in un mondo cambiato profondamente. I modesti risultati, evidentmente, sono davanti agli occhi di tutti.

Che leader vede per la sinistra italiana?

Bersani e Vendola rappresentano entrambi la vecchia socialdemocrazia. Vendola è più radicale e moderno, mal’hardware è lo stesso ed è vecchio. Io penso che un Obama italiano possa venire fuori solo se cambierà la mentalità.

Daniel Cohn Bendit