Tra tutte le storie scritte per il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, la più suggestiva, per la metafora che racchiude, racconta di un branco di cervi dal mantello rossiccio. Riportata dal Wall Street Journal, e ripresa in Italia solo da Condor, un programma di Radiodue, è la storia di come, nonostante la ventennale rimozione della cortina di ferro che divideva il loro habitat naturale in due, tra Germania Ovest e Cecoslovacchia, i cervi rossicci ancora oggi non hanno il coraggio di oltrepassare quello che una volta era il confine e attualmente è solo una linea immaginaria nel più grande parco naturale d’Europa.
Naturalmente, gran parte dei cervi che hanno conosciuto l’epoca del filo spinato elettrificato sono ormai scomparsi. Tuttavia, spiegano gli studiosi che hanno osservato questo fenomeno, i genitori hanno tramandato la memoria del confine ai cuccioli, così che – a parte pochi temerari – i cervi dal mantello rossiccio rimangono negli angusti spazi della guerra fredda, piuttosto che andare e scoprire gli spazi disponibili in quella che una volta era “l’altra parte”.
Questa storia non racconta solo un curioso fenomeno naturale, ma rimanda istintivamente alla sinistra – non solo italiana – e alla reazione che ha avuto davanti alla caduta del muro e, più in generale, davanti ai processi di globalizzazione che, oltre a generare forti squilibri e intollerabili ingiustizie, sono stati anche processi di apertura e libertà.
Sono passati vent’anni dalla caduta del muro e a giorni si conoscerà la precisa composizione di quella che sarà la Commissione Europea più a destra della storia. Solo 6 commissari su 27 proverranno dal campo socialista e democratico, contro i 12 o 13 del gruppo popolare e gli 8 o 9 del gruppo liberale: una proporzione che rispecchia, oltre che gli equilibri tra gli stati membri, anche i risultati delle elezioni europee.
Negli scorsi vent’anni, come accadeva ai cervi rossicci, troppo spesso la sinistra ha diffidato di chi suggeriva di oltrepassare il confine delle proprie tradizioni. Casi molto diversi, ma più chiari e coerenti degli altri – come quelli di Blair e Zapatero – sono stati trattati spesso come bizzarri o, peggio, giudicati con aria di sufficienza dai detentori dell’ortodossia continentale. Hanno continuato a dominare richiami a tradizioni del passato, un conforto mentale nell’uso di categorie novecentesche, la preoccupazione di tramandare alle generazioni successive pregiudizi e automatismi, piuttosto che la passione per la ricerca di terre inesplorate, in un mondo cambiato profondamente. I modesti risultati, evidentmente, sono davanti agli occhi di tutti.