Articolo 18

dal blog di Ivan Scalfarotto

La norma sull’arbitrato per dirimere le controversie di lavoro è il classico papocchio italiano che somma algebricamente due errori invece di risolverne uno. Per anni mi sono occupato professionalmente di problemi del lavoro sotto tre differenti giurisdizioni e gestendo contratti di lavoro in 54 paesi diversi. Da quell’osservatorio era chiaro un paradosso: che ad aprire e chiudere la graduatoria della protezione dei posti di lavoro erano i lavoratori di uno stesso Paese, l’Italia. Italiani gli unici virtualmente illicenziabili, sempre italiani anche gli unici senza ferie, gravidanza, malattia, formazione, senza potenzialmente nemmeno un giorno di preavviso in caso di licenziamento: stageurs, falsi consulenti a partita iva licenziabili solo col solo cenno del capo (come dicevano gli antichi), contratti a termine per ricoprire ruoli assolutamente stabili in azienda, lavoratori a progetto su tempi così lunghi da chiedersi di quale progetto possa mai trattarsi (la diga di Assuan? Il canale di Panama?). Cosa ci sarebbe aspettato in un paese normale? Che si aprisse finalmente una discussione sui diritti dei lavoratori in Italia. Che si mettesse mano a una riforma che garantisse il recupero dei milioni di italiani (soprattutto sotto i quarant’anni) senza dignità e senza futuro. Che ci si chiedesse finalmente se per una persona che entra nel mercato del lavoro sia meglio avere un contratto vero senza la garanzia dell’inamovibilità o un pezzo di carta creato in sostanziale frode alla legge. Questo si sarebbe dovuto fare, garantendo i diritti acquisiti e rinforzando le norme europee antidiscriminazione, che in Italia nessuno utilizza perché tanto non servono a nulla: chi gode di tutela collettiva, alla fine utilizza quella e chi invece fa il precario può essere liberamente discriminato. Cosicché pare proprio che di combattere la discriminazione di donne, gay, disabili e stranieri nei luoghi di lavoro in questo Paese non importi nulla a nessuno. Questo ci si sarebbe aspettato in un paese normale. E invece che succede? Che il governo di destra, in uno schema europeo il paladino del libero mercato, non tocca formalmente l’articolo 18 (ci sarebbe voluto del carattere) ma se lo mangia dal di dentro inventandosi la “facoltà” di inserire nei contratti di lavoro il ricorso a un arbitro che giudichi non secondo la legge ma “secondo equità”. Come se davanti all’offerta di un contratto un neo-assunto potesse mai fare questioni col datore di lavoro. E così salutiamo per sempre il totem dell’articolo 18, di cui non resta che una foto su cui piangere, senza neanche aver garantito i diritti minimi di cui dovrebbe godere ogni lavoratore in un Paese civile. Come spesso accade in Italia, anche stavolta la pezza è molto, molto peggiore del buco.

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Una risposta a “Articolo 18

  1. Si stanno facendio tutte cose per perder tempo. Ci sta incamminado verso una bomba nucleare sociale, i ragazzi di oggi che non c’e la fanno a farsi una casa , saranno quelli che non avranno la pensione per vivere decentemente tra 30 anni, il mondo quel giorno sara popolato di barboni. In silenzio poi e passato l’aumento dei contributi e la riduzione (circa 8%) della rendita come montante. Questo e’ un problema primario, anche la chiesa invece che pensare a cazzate varie , dovrebbe preoccuparsi di questo problema delle famiglie mancate che determina.

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