Il mondo oltre B.

da piovonorane

L’ho detto ieri sera e lo ripeto stamattina: non c’è niente a cui attaccarsi per forzare in qualche modo i dati elettorali e inventarsi “inversioni di tendenza” che non si sono ancora viste. Il centrosinistra ha perso, punto, fine. Se speravamo che una fetta del Paese si fosse svegliata dal torpore, dalla chiusura in se stessi e dalla rappresentazione di chi promette di guarire anche il cancro, beh, questa speranza è andata delusa.

Allo stesso tempo, però, sarebbe molto sbagliato trarre da questa sconfitta la conclusione dell’irreversibilità del berlusconismo e quindi farsi prendere dalla rassegnazione, dal “non c’è nulla da fare siamo un popolo di idioti”. E sarebbe ancora più sbagliato – scioccamente sbagliato – attribuire al cosiddetto antiberlusconismo questa sconfitta: come se le folle oceaniche davanti al duce in piazza Venezia fossero da attribuire a Pertini e Parri.
“Antiberlusconismo” in realtà vuol dire semplicemente rifiuto etico e morale per un certo modo di fare politica: quello della commistione violenta con l’affarismo, dell’assoluta mancanza di rispetto delle regole, delle bugie da imbonitore, delle leggi ad personam, del dominio assoluto di uno solo che eleva a ministri le sue veline, della rappresentazione che maschera la realtà e così via.

Questo cosiddetto “antiberlusconismo” è una scelta etica, in qualche modo prepolitica, ed è la condizione di partenza – non sufficiente, certo, ma necessaria – non solo per fare opposizione, ma anche per presentare e proporre qualcosa di radicalmente diverso. In Campania, invece, il bassolinismo faceva schifo uguale, e non so se io a Napoli avrei avuto il coraggio di andare a votare Pd. Nel Lazio mi ha trascinato Bonino, ma veniamo da un governatore dai mille affari, e pagarsi il sesso con i soldi pubblici è stato quello su cui l’hanno beccato.

Altro che antiberlusconismo: è proprio l’assenza di un’etica della politica che ha portato alla sconfitta in queste due regioni.

Tra l’altro sarebbe bene notare che ieri il berlusconismo, in quanto tale, non ha esattamente brillato: il 26,7 per cento a livello nazionale del Pdl è un brusco calo (dal 37,3 delle politiche 2008, ma anche dal 35,2 delle europee) ed è piuttosto lontano da quel 43,2 per cento brandito da Berlusconi giusto un anno fa, al congresso di fondazione. Metteteci pure che un punto lo ha perso per l’assenza nella provincia di Roma, ma il flop del Pdl in quanto tale resta. Non stiamo dunque parlando di un invincibile: stiamo parlando di un modello in decrescita – e salvato anche dall’invasione televisiva al fotofinish – al quale tuttavia non siamo ancora riusciti a contrapporci con nettezza, con un chiaro modello alternativo.

Ma si pensi, in questo, anche alla Lombardia. Dove da vent’anni il centrosinistra non ha il coraggio nemmeno di presentarsi e manda avanti mezze figure come i Diego Masi, i Fumagalli, i Ferrante, per beccarsi regolarmente una scoppola via l’altra. E ultimo il buon Penati, convinto che i voti alla Lega si sottraggano facendo i leghisti morbidi. Mentre se una speranza c’è al Nord è proprio quella di proporre il modello opposto alla chiusura in se stessi, l’obiettivo dell’innovazione, della ricerca, dell’internazionalizzazione, dell’aprire le finestre, delle università d’eccellenza, della meritocrazia come valore, altro che ronde padane.

“Antiberlusconismo” non è odio verso una persona, che tra l’altro io non odio affatto – figurarsi se spendo un sentimento così importante e faticoso per un ridicolo ometto di 74 anni. Antiberlusconismo è saper guardare oltre la claustrofobia del presente, è non farsi contagiare dall’immoralità della politica, è saper proporre un modello radicalmente diverso. Sono questi i semi di cui ho parlato nel post precedente. Che sta a noi fa crescere o no.

L’ho detto e lo ripeto: sono ottimista, come sempre.

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