La nuova destra nascerà a Londra?

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da MyTube

Le “public schools” sono le scuole private britanniche. Da noi in Italia, nelle scuole private, in genere ci vanno o ci andavano i somari, gli alunni le cui famiglie sono disposte a pagare in cambio della certezza, o quasi, che i figli saranno promossi. In Gran Bretagna le scuole private costano care, intorno ai 30 mila euro di retta l’anno, ma sono le migliori del regno. Da secoli forgiano la classe dirigente di un paese che è stato, fino alla seconda guerra mondiale, l’ultimo grande impero della terra, e che dunque aveva bisogno di una classe dirigente coi fiocchi, capace di governare non soltanto la propria nazione ma il mondo. Il liceale uscito da una public school si riconosce quasi subito, per la suprema fiducia in se stesso che emana, per la disinvoltura con cui tratta argomenti e interlocutori più diversi, per la compostezza del carattere e la brillantezza dell’ingegno, per l’ironia e l’autoironia.

David Cameron e Nick Clegg sono entrambi usciti da public schools. Di Cameron si sa, è uscito da Eton, la scuola dei re e dei primi ministri (lui è il diciottesimo proveniente da lì). Ma anche quella di Clegg non scherza: Westminster si piazza, nelle graduatorie annuali del Times, puntualmente al secondo o terzo posto. E’ da lì che bisogna partire per capire l’armonica intesa, ribattezzata “love story” dalla stampa londinese, fra il premier e il vicepremier del nuovo governo britannico. Un governo di coalizione, in cui convivono il partito conservatore guidato da Cameron e quello liberaldemocratico guidato da Clegg. Il loro duetto nella conferenza stampa congiunta con cui hanno presentato il governo, mercoledì, ha colpito l’immaginazione dei media e dell’opinione pubblica, non soltanto inglese: sembravano due innamorati, scherzano i giornali, due fratelli, no due gemelli, anzi due cloni, ha scritto il Guardian, entrambi giovani (stessa età – 43 anni), aitanti, di bell’aspetto, spiritosi, entrambi con mogli belle e indipendenti, con nidiate di figli, entrambi prodotti dalle public school e poi dalle migliori università (Oxford per Cameron, Cambridge per Clegg – la loro alleanza è una Oxbridge al governo). Per forza che due così non fanno fatica ad andare d’accordo: parlano la stessa lingua, un linguaggio o meglio uno slang colto appreso sui banchi di scuola da quando avevano 14 anni. Niente di strano che la loro conferenza stampa sembrasse lo show di due veterani del cabaret, come quando un giornalista ha chiesto a Cameron se ripeterebbe quello che disse di Clegg in campagna elettorale, cioè che Clegg era un “joke”, una barzelletta, un pagliaccio. “Did you say that?”, ha chiesto Clegg, fingendo di arrabbiarsi. “I’m afraid I did”, ha risposto Cameron, fingendo di imbarazzarsi. Non ha risposto “oopps” e neanche “sorry”. Ha risposto: “Temo di sì”. Elegante anche nel fare una battuta.

Ma a Londra ci si chiede se, dietro questo accordo, non ci sia qualcosa di più delle public school e delle somiglianze anagrafiche. Philip Stephens, uno dei più autorevoli – e meglio informati – columnist del Financial Times, scrive oggi che forse, in fondo in fondo, Cameron ha preferito fin dall’inizio essere costretto a formare un governo di coalizione, anzichè farne uno da solo, sostenuto soltanto dai conservatori. Certo, non lo avrà fatto apposta, a vincere meno seggi di quelli necessari a dare ai Tories la maggioranza assoluta. Ma può darsi che il risultato deludente non gli sia poi così dispiaciuto, perchè l’alleanza con i liberaldemocratici di Clegg, con un partito di centro, che è di centro-destra su alcune questioni (economiche) e di centro-sinistra su altre (sociali, morali), può servire al suo piano.

Cameron aveva già spostato i Tories su posizioni di centro, prendendo le distanze da quelle delle Thatcher. Aveva già sotterrato vari tabù, dando il suo appoggio al ruolo dello stato nella sanità e nel welfare, pur rivendicando una responsabilizzazione individuale dei cittadini (la “Big Society”, la chiama lui, riecheggiando Kennedy). Del resto le posizioni di Tories, lib-dem e Labour, in campo economico, sono più vicine di quanto volessero far sembrare i loro slogan elettorali. Ma, secondo Stephens e altri osservatori, adesso Cameron sogna ancora di più e i lib-dem sono lo strumento che lo aiuta a sospingere il suo sogno. Non a caso chiama l’ alleanza con Clegg un governo “liberal-conservatore”, anzichè conservatore-liberale, come sarebbe giusto tenendo conto che il suo partito, i Tories, è molto più forte elettoralmente del lib-dem.

La sua idea, scrive il columnist del Financial Times, è “il più grande riallineamento mai intrapreso dal partito conservatore”: assai più di un matrimonio di convenienza con i liberali, bensì una fusione di valori e di intenti, per creare non soltanto una “nuova politica”, come lui e Clegg stanno ripetendo all’unisono, ma un partito nuovo. Una nuova destra o più esattamente un grande centro, in grado di presidiare il cuore dell’elettorato con la stessa forza esercitata a lungo dal blairismo, che fece l’operazione analoga, trasformandosi in modo da conservare l’idea di fondo – quella di aiutare i meno fortunati – ma con mezzi e programmi in grado di conquistare il consenso di tutti, o quasi tutti.

E’ troppo presto per capire se l’intuizione di Stephens è giusta. E’ prestissimo per prevedere cosa succederà al governo britannico: di certo ci saranno resistenze all’alleanza, da parte dell’estrema destra dei Tories e dell’estrema sinistra (o della maggioranza) dei lib-dem. Ma più della Merkel in Germania e di Sarkozy in Francia, certo più del partito repubblicano in America, sicuramente in modo diverso dal Pdl berlusconiano-leghista in Italia, David Cameron e il suo clone Nick Clegg potrebbero avere messo in moto un rinnovamento politico altrettanto interessante di quello avviato da Tony Blair e Bill Clinton sulle sponde opposte dell’Atlantico a metà anni Novanta. Il centro-destra europeo, e anche il centro-sinistra, faranno bene a seguirli con attenzione.

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