La pensione è un dovere

Mentre si discute di pre-pensionare i “baroni” universitari, può tornare utile rileggere l’opinione che il “nostro” Marco Simoni ha scritto per Il Post:

Tra le fandonie più intollerabili che il discorso pubblico italiano ci ha propinato negli ultimi anni c’è la vulgata secondo cui “i giovani devono farsi valere e conquistarsi le loro posizioni”, seguita a ruota da “non vedo tutti questi giovani” (dove per giovani si intende normalmente parlare di uomini e donne attempati). Chi sostiene questa fesseria cerca solo di ergere a legge universale il proprio comportamento che, al contrario, è frutto di una scelta consapevole e colpevole: quella di chi non va in pensione, ma rimane a fare male e con disonore – e nel disprezzo crescente di chi lo circonda – qualcosa che una volta aveva fatto ottimamente, svendendo sull’altare della incapacità di crescere a nuove tappe esistenziali la stima di cui si era stati circondati, accontentandosi del servilismo dei clientes.

La fesseria in questione viene generalmente corredata da auto-agiografie in cui politici o docenti universitari o giornalisti (non mi risulta una categoria sociale in Italia immune da questa malattia generazionale, con eccezioni naturalmente) tendono a paragonarsi con sprezzo del ridicolo a personaggi di successo, spesso richiamando eroici episodi di gioventù. Naturalmente si tratta di politici, professori o giornalisti il cui tasso di coraggio e anticonformismo è pari a quello del famoso coniglio bianco su sfondo bianco, e la cui prepotenza e arroganza è direttamente proporzionale alla povertà di risultati accademici, politici, letterari, da rivendicare. In ordine temporale le ultime esilaranti performance di uomini a cui evidentemente manca qualcuno accanto che, consigliandoli meglio, abbia a cuore quel residuo di stima che il resto del mondo ha per loro sono D’Alema che si paragona a Sarkozy e Veltroni che si paragona a Cameron, seguendo il patetico copione del provincialismo italiano in cerca di modelli stranieri. Non volendo essere da meno in quanto a provincialismo, oggi sull’Unità ho suggerito non certo un paragone (non esageriamo!) ma l’osservazione sincrona tra i recenti fatti inglesi la discussione italiana, senza farmi mancare naturalmente un episodio – non eroico, a tanto ancora non sono arrivato – di gioventù.

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