Il liberismo di ritorno: Tremonti e il grave attacco all’art. 41

da Ciwati

L’articolo di Ernesto Ruffini e del vostro affezionatissimo, oggi, per l’Unità. Altri, nel Pd, la pensano diversamente, ma per noi – proprio ora, tra l’altro – è importante difendere l’art. 41 della nostra Costituzione.

L’ultimo annuncio del Governo degli annunci è quello di Giulio Tremonti che, per rilanciare l’economia, intende liberalizzare interamente l’attività delle piccole imprese: «una radicale autocertificazione per i protagonisti dell’economia reale». Una deroga della durata di tre anni a tutti gli innumerevoli adempimenti cui sono costretti i piccoli imprenditori. Poi alza il tiro: occorre intervenire anche sulla Costituzione, modificando l’art. 41 (sì, oggi tocca al 41), che impone insopportabili limiti all’iniziativa economica privata.

Ma cosa c’entra la Costituzione con la semplificazione? E poi, come s’intende intervenire sull’art. 41? Eliminando ogni limite all’iniziativa economica privata, secondo il facile slogan secondo cui «tutto deve essere libero tranne ciò che è proibito»? In realtà, l’esigenza della semplificazione non è certo un’invenzione di Tremonti, ma nessuno aveva mai pensato di toccare a questo scopo la prima parte della nostra Carta. Lo ha sottolineato Pierluigi Bersani: «con l’art. 41 della Costituzione in vigore si possono fare tutte le semplificazioni che si vogliono». Anche perché l’art. 41 non pone alcun freno particolare all’economia privata, ma si limita ad affermare che «è libera», che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» e che «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

Principi di grande importanza, soprattutto in un momento come questo. E i Costituenti intesero riconoscere la «funzione sociale» dell’iniziativa economica (Ghidini), che deve convergere «verso il bene comune» (La Pira) e che non può «prescindere dai controlli e dagli interventi a fini positivi di coordinamento» (Mortati). In questa prospettiva, fecero notare «ai pavidi d’ogni interventismo statale che è per essi una garanzia, nel senso che il coordinamento non potrà avvenire per semplice decisione o capriccio di autorità e di Governo, ma soltanto per legge» (Ruini). I Costituenti, quindi, vollero riconoscere che «anche in un regime economicamente libero vi sono dei limiti imposti per legge all’impresa», sebbene ispirati a «criteri di elasticità, di guida e direzione» (Ruini).

La verità è che Tremonti, per uscire dall’angolo in cui si è infilato negli ultimi giorni, torna al liberismo più sfrenato: proprio quello che ora è messo in discussione dalla grave crisi economica da cui Tremonti, dopo averla a lungo negata, fatica a uscire. Se non con colpi di scena controrivoluzionari. E sbagliati. Come sempre.

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