Il rospo di Pomigliano

di Andrea Sarubbi

Sicuramente Tremonti ci sta giocando, e non è bello, però credo che l’accordo su Pomigliano vada firmato. Magari evitando i trionfalismi, perché c’è poco da trionfare, ma ricordando comunque che in certi casi – i casi in cui si sfidano un peso medio e un supermassimo – è già una vittoria il fatto di non essere portati via in barella. E credo che anche la Cgil, nonostante tutte le preoccupazioni lecite, abbia capito alla fine che lo spettro della Polonia sarebbe più drammatico di qualsiasi giro di vite sulle condizioni di lavoro.

La Fiat, che ha investito in macchinari, vuole vederli funzionare il più possibile per ammortizzare i costi fissi, e siccome le macchine non dormono, né fanno pausa pranzo, percepisce ogni rallentamento dovuto alla biologia umana come un intralcio ai ritmi produttivi. Se dunque in Polonia gli garantiscono un’organizzazione del lavoro che consente di non rallentare mai la catena, Marchionne va in Polonia; se gliela garantiscono anche a Pomigliano, resta a Pomigliano. Non è facile, soprattutto per chi non è un addetto ai lavori, riuscire a distinguere quali richieste dell’azienda siano entro un limite di ragionevolezza e quali no. Ad occhio, e chiedo perdono se l’analisi non è molto approfondita, direi che ci può stare la riduzione della pausa da 40 a 30 minuti, ci può stare la mensa a fine turno, ci può stare la norma antiassenteismo che però dovrebbe prevedere eccezioni per chi sta male davvero, mentre mi resta un grande punto interrogativo sulla sicurezza (ne faccio una questione di sicurezza, non di comodità dei lavoratori) se si aboliscono le 11 ore di pausa tra un turno e l’altro. Stiamo comunque parlando – e credo che questo non possa negarlo neppure la Fiat – di un livellamento verso il basso delle condizioni di lavoro: l’economia sociale di mercato che il ministro dell’Economia sbandiera in ogni convegno è onestamente un’altra cosa, e se fossi nel governo eviterei anche di fare riferimenti, almeno per pudore, alla dottrina sociale della Chiesa. Cerchiamo solo di essere realisti e chiediamoci se valga la pena accettare queste condizioni imposte dalla globalizzazione oppure no, soppesando bene le alternative esistenti ed i possibili rischi. Sul primo punto, quello delle alternative, non c’è molto da discutere: se non si mangia questa minestra si salta dalla finestra, dunque bisogna solo chiedersi se valga la pena saltare dalla finestra in una terra in cui la disoccupazione è già altissima e dove l’alternativa più comune alla fame rimane una vita di espedienti. Sul secondo punto, invece, ci sarebbe da mettere qualche paletto, perché il rospo da mandare giù per Pomigliano non deve diventare un modello di relazioni industriali nel nostro Paese, se no – come hanno notato giustamente diversi esponenti sindacali – si comincia con lo sventolare la minaccia polacca e si finisce con il legalizzare Rosarno, perché quello è l’unico modo di reggere la concorrenza cinese. Va bene firmare, dunque, ma con gli occhi aperti: possibilmente – e lo dico alla mia amata Cisl, che in questa circostanza ha giocato un ruolo fondamentale di mediazione – senza far passare per matti tutti coloro che hanno posto problemi seri e che nelle prossime ore, magari, firmeranno con le lacrime pur di evitare il peggio.

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