Sior Grillo

Mentre Sonia Alfano litiga con Grillo e il Fatto ha l’ennesima caduta di stile maschilista, su Popolino compare una bella analisi del populismo a cinque stelle:

tapiroMentre il genere giornalistico “articolo sui casini interni del Pd” sta diventando stantio (per noia, non perché manchino ogni giorno nuovi episodi), se ne sta affermando uno completamente nuovo: quello sui casini interni dei grillini. Già nei giorni scorsi avevo segnalato un interessante articolopunto della situazione a pochi mesi dal forte risultato elettorale ottenuto alle regionali.
Ma non è questo il punto, ché davvero non mi sentirei a posto se facessi le pulci ai grillini, con quel che succede nel mio partito. Sarebbe una questione di pagliuzza e di trave.
Invece, preferisco interrogarmi sulla vocazione “tecnicista” dei movimenti lanciati da Grillo, in particolare ora che qualcuno di loro è finalmente dentro le fatidiche stanze del potere: una diffidenza per la politica intesa in senso ideologico – e di conseguenza non pratica, non concreta – per non parlare dell’ostilità verso gli interessi di casta, si è espressa, al netto di tutti i Vaffa Day, in liste di candidati, in programmi e proposte per il governo del Paese e dei territori. Quegli stessi programmi viaggiano sostanzialmente su due binari: uno è quello morale, e quindi no ai doppi incarichi, giù gli stipendi, via i privilegi, limite dei due mandati, e così via. L’altro è quello tecnico: difesa dell’ambiente, e quindi green economy, wi-fi gratuito, pannelli solari, rifiuti zero e altre cose onestamente interessanti.
uscito sul Manifesto (nei Consigli di Popolino qui a fianco) il quale a sua volta anticipava un’inchiesta dall’ultimo numero di Micromega (non è online, purtroppo). A cui oggi si aggiunge Repubblica con un rapido
Mi sembra di vedere, in questo approccio, uno spirito appunto tecnicista che in qualche modo l’Italia già conosceva, e che in passato si esprimeva in momenti di crisi che trovavano grande consenso nei cosiddetti governi tecnici. Cova tutt’ora in molti in molti la convinzione che, quando le cose si mettono al peggio, la soluzione sia quella di affidarsi a un’economista. Una filosofia che in qualche modo mi sembra di ritrovare nei grillini, ma con gli ingegneri al posto degli ex presidenti di Bankitalia. Ingegneri, ricercatori, medici, comunque tecnici.
La visione è questa: i problemi che ognuno di noi affronta ogni giorno, personalmente o come parte di una comunità, derivano da un problema di natura squisitamente tecnica, che è la fuori da qualche parte, irrisolto per l’incapacità dei politici di professione incompetenti e loschi, e quindi serve appunto un tecnico che sia in grado di affrontarli con le giuste competenze. Uno che ci capisca, uno del mestiere.
Questo leva alla politica la possibilità di rendere ideologica anche la posa di un semaforo, e la cosa ha un suo senso: come frequente spettatore dei consigli comunali della nostra città, posso testimoniare che su alcune questioni di banale buon senso l’assise si divide e vota a seconda che la soluzione sia – in un immaginario vasto ma contortamente affastellato – di destra o di sinistra. E’ assurdo, e provoca danni seri: da qui l’efficacia dello spunto grillino, che fornisce così una soluzione apparentemente oggettiva ai problemi.
In questa impostazione, però, ci sono un po’ di elementi che scricchiolano. Ho cercato di ragionarci sopra, senza pregiudizi.
Primo: malgrado quel che si può ritenere con un po’ di superficialità, la scienza non sempre (quasi mai, a dirla tutta) fornisce risposte definitive. L’approccio scientifico consiste nello spaccare l’atomo, per poi verificare che dentro l’atomo stanno cose ancor più piccole, le quali vanno a loro volta spaccate, e così via. E’ un work in progress, una ricerca che non finisce mai in base al fatto che siamo esseri piccoli e limitati, e l’universo invece è grande è complicato. Questo significa che, in moltissimi campi anche fra i più scontati, non esiste una verità definitiva, e di conseguenza vi sono titolatissimi esperti che la pensano in un modo, e altri altrettanto titolati che dicono altre cose, se non il contrario. Scegliere tra due pareri, quindi, tocca spesso a tutti noi che ne sappiamo molto meno, ma che decidiamo in base a una generale visione del mondo che ci siamo fatti, con tutti i limiti del caso, in base alla cose in cui crediamo e al mondo in cui vorrremmo vivere. Questa cosa ha molti nomi (talvolta, si chiama fede), e uno di questi è “politica”.
La politica, intesa come insieme dei valori su cui si poggia un progetto per la società (o per il paesello natio), serve malgrado tutto a prendere le decisioni in base a ciò che si ritiene giusto o sbagliato. La si può anche cacciare dal vocabolario, chiamare in un altro modo, ma tornerà a galla molto velocemente.
Secondo problema: non tutto quel che non funziona, a questo mondo, si deve a un problema squisitamente tecnico. I grillini, giustamente, in quanto forza nascente, si sono aggregati a partire da alcune parole d’ordine, e intorno ad alcuni problemi specifici. Un po’ come il parito dei Pensionati è in campo (ipotizzo, perché in realtà non ho mai approfondito) per difendere la categoria che rappresenta, così i grillini stilano brevi documenti programmatici sulle questioni che ritengono qualificanti: quelle che elencavo prima.
Ma, trattandosi di un progetto ambizioso (tutti i progetti politici lo sono, o quasi), dai un disegno che nelle parole del suo leader vorrebbe essere rivoluzionario e si prefigge di spazzare via tutto l’esistente, è lecito aspettarsi che includa una visione più generale necessariamente molto più ampia di quanto riassunto in quei temi e in quelle battaglie su cui finora si sono fatti conoscere. In caso contrario, banalmente, non ho bisogno di un nuovo partito né di un movimento, mi basta cercare un installatore di pannelli solari sulle pagine gialle.
Un loro modo caratteristico di fare lobbying (che, come ho già detto in passato, secondo me hanno preso dallo stile degli inviati di Striscia e delle Iene) è quello del pressing istituzionale. Ovvero, come si palesa un politico a loro giudizio rappresentante dello status quo, chiedergli con insistenza di esprimersi sui temi che hanno a cuore.
“Assessore, cosa ne pensa dell’acqua bene pubblico? Perché non risponde? Eh? Risponda, assessore!”. Poi, ovviamente, finisce tutto su YouTube, per il deliquio della base in cerca di bersagli da spernacchiare. Uscirne vivi è impossibile: che si stia zitti o si parli finirà male, perché in realtà l’interlocutore ha già deciso dove vuole andare a parare, e argomentare non gli interessa. Vuole dei sì e dei no, tutto il resto è del demonio, purtroppo anche quando la complessità dei temi non è risolvibile in modo così semplicistico e infantile. E guai a chi cerca di svicolare, perché questi non te li levi più di torno, sono alimentati a energia solare e non esauriscono mai la loro pedanteria. La pazienza dell’interpellato a confronto non ha speranze e si esaurirà molto prima, col rischio di farlo passare per manesco, oltre che reticente.
Puro Antonio Ricci style, sia detto con tutto il rispetto: e tra l’altro lui e Grillo sono amiconi, ogni tanto ancora collaborano persino sull’odiata rete di Berlusconi. Rincorrere uno – uno che probabilmente è nel torto, vabbè – e insistere fino al punto da fargli perdere completamente la trebisonda, e magari farsi menare, per dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio di che razza di stronzo si tratti non solo nell’esercizio delle sue funzioni, ma anche come essere umano, la dice lunga sullo stato in cui versa questo Paese. Col risultato che, mentre una metà degli italiani sogna di venire molestata da Staffelli per realizzare il segreto desiderio di avere il pretesto per corcarlo, l’altra metà, più semplicemente, guarda Striscia. Per assurdo, lo fa con approccio politico e ideologico, perché approva questo modo di fare televisione e informazione, oltre che di rendere conto di una cosa pubblica di cui si sono smarrite le tracce (per colpa altrui ma pure propria, però); e pensa che non solo sia normale, ma anche buono e giusto. Tanto che, una parte di essi (quelli che non votano Berlusconi, immagino) ad un certo punto sono giunti all’inevitabile conclusione che fosse un’ottima idea usare la stessa tattica di guerriglia anche in politica.
E’ pensando a come tenere botta contro questa dialettica (civile e legittima per finta e solo nella forma, teoricamente giustificata dalla situazione, ma in effetti violenta e a rischio di diventare sempre più popolare e dilagante), che ho quindi pensato che, per una volta, mi piacerebbe rendergli il favore e mettere sotto pressione Grillo stesso e i suoi militanti su tutta una serie di argomenti a proposito dei quali la loro piattaforma è tragicamente carente, e su cui, sfortunatamente, non basterebbe intervenire con l’installazione di un software open source, con un pannello solare o con un cassonetto per la differenziata.
Non credo otterrei molti risultati (forse qualche sorpresa, magari non piacevole), perchè senza voler offendere nessuno non mi sembra che in quel movimento politico vi sia stata né vi siano le premesse per una riflessione di questo tipo – che è molto complessa, ne so qualcosa persino io – ma mi piacerebbe davvero molto andare da Grillo e chiedergli a bruciapelo: Beppe, cosa ne pensi della riforma del mercato del lavoro?
A che età va messo il tetto pensionistico?
Quante aliquote nella riforma fiscale?
Per fronteggiare la crisi meglio irrobustire gli ammortizzatori sociali o incentivare la piccola e media impresa?
Come la mettiamo con i flussi migratori, società aperta e includente o controllo delle frontiere?
Mio cognato è in cassa integrazione, gli ho installato Linux ma la situazione non è migliorata: che facciamo?
Eh?
Sior Grillo, perché non risponde?
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