Da “la Repubblica” a “La Stampa”: una ricorrenza e una conferma

da Champ’s Version

Oggi ricorrono sei mesi esatti dall’ultima volta che sono entrato in un’edicola e ho chiesto “la Repubbica, per favore”. Cambiare il quotidiano che si acquista ogni mattina è una delle cose più difficili. Soprattutto se lo si acquista da una ventina d’anni. Ogni quotidiano infatti non è solo una linea editoriale (quella cambia: lentamente magari, ma cambia), ma anche un modo di collocare gli articoli all’interno della pagina e le pagine all’interno del giornale; un modo di definire le priorità, un modo di raccontare i fatti. E poi ci sono gli editorialisti, sempre più importanti in un’epoca nella quale le notizie al momento in cui acquistiamo le sappiamo già da quindici-venti ore.

Altra cosa è affiancare un secondo giornale e per un po’ l’ho fatto con Il Riformista. C’era perfino la pagina milanese: Ambrogio, supplemento settimanale curato da due giornalisti che faranno strada: Marco Alfieri e Jacopo Tondelli. Poi Ambrogio ha chiuso, Marco è andato al Sole 24 Ore e Jacopo al Corriere della Sera. E io ho smesso di leggere un secondo giornale, continuando così a comprare solo la Repubblica.

Molte volte dopo un Domenicale scalfariano, un articolo sempre uguale a se stesso di Citati o Pirani o un intervento di Carlin Petrini mi sono detto: “Basta! Repubblica non è il mio giornale”. E ogni tanto leggevo altro per qualche giorno, ma poi non trovavo le notizie, mi mancava l’Amaca di Serra o lo Sport come solo Gianni Mura lo sa raccontare. Così tornavo all’ovile.

Ho provato per la prima volta a passare seriamente da “la Repubblica” a “La Stampa” nell’estate del 2008. All’epoca ci scriveva anche il mio ideologo di riferimento e mi sono detto: è estate, sarà più facile dimenticare il “vecchio amore”. Al ritorno da quella vacanza Andrea è passato a Il Riformista e ha cominciato a pubblicare i suoi articoli sul blog. E la ripresa del campionato di calcio ha fatto il resto: La Stampa aveva all’epoca una delle pagine sportive più provinciali (tutta Juve e Toro) che mi sia mai capitato di leggere e Gianni Mura continuava a scrivere per la Repubblica. E così ecco un altro ritorno all’ovile.

L’anno scorso Mario Calabresi diventa direttore de La Stampa. Mario Calabresi è un giornalista che stimo molto e quindi inizio a pensare seriamente di riprovarci. Questa volta però voglio fare le cose per bene: inizio a disintossicarmi poco a poco, all’inizio comprando La Stampa solo la domenica (“perdendo” così l’editoriale di Scalfari e guadagnandoci l’analisi di Barbara Spinelli: tanto per fare un esempio). Poi passo a due o tre volte a settimana per un po’ di tempo, salendo a quattro dopo qualche mese e così via. Parallelamente riduco la mia dose settimanale de la Repubblica e dall’otto gennaio 2010 in edicola compro solo La Stampa.

L’amaca di Serra me la leggo il giorno dopo on-line, ma in compenso in prima pagina mi gusto il Buongiorno di Gramellini. Lo Sport su quello che oggi posso definire il mio quotidiano si è molto sprovincializzato ed è di buona qualità, anche se non hanno un Gianni Mura in redazione (per ora, ma se Calabresi volesse provvedere…). Dal primo luglio ho perfino ritrovato Marco Alfieri, che è passato al quotidiano torinese guadagnandosi subito la prima pagina con una bella inchiesta sul “tessile cinese” a Prato. E gli editoriali li scrivono persone come Luca Ricolfi o Michele Ainis. A proposito di Ainis, ve lo immaginate un editorialista di Repubblica che scrive una cosa come questa?

Oggi fanno sei mesi dall’ultima volta che sono entrato in un’edicola e ho chiesto “la Repubbica, per favore”; la “ricorrenza” casualmente coincide con il giorno che precede lo sciopero dei giornalisti e dunque entrambi i quotidiani hanno dedicato il loro editoriale allo sciopero. L’editoriale di Calabresi mi ha confermato che sei mesi fa ho fatto la scelta giusta.

[…] Così abbiamo deciso di aderire a questo sciopero, ma non posso nascondere che lo abbiamo fatto a malincuore, dopo aver proposto e indicato per settimane possibili strade alternative secondo noi più efficaci e valide. […] Siamo convinti che nel momento in cui si denuncia il tentativo di imbavagliare l’informazione, nel momento in cui il presidente del Consiglio invita i cittadini a scioperare contro i giornali lasciandoli invenduti in edicola, la scelta migliore da fare fosse quella di continuare a far sentire la propria voce (in modo sereno, pacato e credibile, come è nella tradizione di questo giornale), non quella di rinunciare ad arrivare nelle edicole e nelle case degli italiani e di condannarsi al silenzio. Nonostante la nostra contrarietà allo sciopero, abbiamo aderito per senso di responsabilità: per non aprire fronti polemici e per non creare fratture tra giornali e giornalisti in un momento così delicato, ma ci teniamo a sottolineare che pensare di ricorrere allo sciopero in modo rituale e quasi obbligato è qualcosa che non ci trova d’accordo. […] Sabato torneremo in edicola, convinti di dover continuare a fare il nostro dovere, che non è quello di portare avanti battaglie ideologiche ma di raccontare ai nostri lettori tutto ciò che merita di essere conosciuto.

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